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Diritto al tirocinio

di

Gianfranco Helbling
La situazione della formazione professionale è, se non drammatica, certamente critica. Tutti sono concordi: i posti di tirocinio, specie in alcuni mestieri, sono sempre più rari, complici la cattiva congiuntura e la fine della scolarità obbligatoria di una numerosa generazione di giovani. Le divergenze cominciano quando si discute di come affrontare il problema. Il 18 maggio arriverà così in votazione anche l’iniziativa popolare “Per un’offerta appropriata di posti di tirocinio”. Lanciata da diverse organizzazioni giovanili di sinistra, essa ha raccolto oltre 113 mila firme. Sostenuta dal Pss, dai sindacati e dall’organizzazione mantello delle associazioni giovanili nazionali, l’iniziativa è avversata dai partiti borghesi e dal padronato, che vi oppongono quale controprogetto indiretto la nuova Legge sulla formazione professionale, approvata dalle Camere federali lo scorso anno. L’iniziativa “Per un’offerta appropriata di posti di tirocinio” (detta anche “Lipa” dalla sua abbreviazione tedesca) in sostanza chiede che nella Costituzione sia inserito un diritto alla formazione professionale di base, garantito da un fondo per la formazione professionale finanziato dai datori di lavoro che non formano apprendisti in numero sufficiente. Di fatto oggi la formazione professionale non è affatto garantita per tutti. Mediamente ogni anno il 10 per cento dei giovani che termina la scuola non riceve più alcuna formazione: questa cifra sale addirittura al 52 per cento per le giovani immigrate. Si tratta complessivamente di circa 8 mila persone ogni anno che, in questo modo, hanno un rischio tre volte più elevato di cadere nella disoccupazione, dice il comitato d’iniziativa. Il diritto alla formazione professionale non dovrebbe pertanto venire soltanto proclamato, ma dovrebbe trovare concreta applicazione. L’iniziativa mira a garantire da 4 a 6 posti di tirocinio ogni 100 impieghi a tempo pieno, in modo da avere un’offerta di posti di tirocinio superiore alla domanda. Se l’offerta risulta invece insufficiente, si creerebbero delle istituzioni di formazione poste sotto la sorveglianza della Confederazione e finanziate dal fondo per la formazione professionale. A questo fondo dovrebbero versare dei contributi tutte le aziende (o i gruppi di aziende) che offrono un numero di posti di tirocinio inferiore alla media, mentre quelle la cui offerta è superiore alla media sarebbero esentate. Al fondo affluirebbero fra i 400 e i 500 milioni di franchi all’anno: servirebbero tra l’altro alla creazione di scuole professionali a tempo pieno, a sostenere la formazione continua, alla promozione della parità fra i sessi, a campagne di motivazione e marketing, e così via. L’utilizzo di queste risorse sarebbe gestito nei singoli Cantoni da organismi tripartiti composti da rappresentanti dello Stato, del padronato e dei lavoratori. Dei contenuti dell’iniziativa “Lipa” parliamo nell’intervista che segue con Sarah Müller, membro del comitato d’iniziativa e segretaria dello stesso fino allo scorso mese di febbraio. Joseph Deiss, direttore del Dipartimento federale dell’economia, dice che la vostra iniziativa minaccerebbe l’impostazione duale della formazione professionale come compito congiunto di economia privata e amministrazione pubblica. Secondo lui il ruolo dello Stato diverrebbe eccessivo. Signora Müller, come replica? In realtà è vero l’esatto contrario. Proprio con il fondo di formazione professionale rafforzeremmo il sistema di formazione professionale duale. Questo fondo garantirebbe infatti che tutte le imprese diano un contributo alla formazione professionale: o finanziariamente (proporzionalmente alla loro dimensione), oppure con la formazione diretta di apprendisti. Il fondo sarebbe poi gestito da commissioni tripartite cantonali, in cui lo Stato sarebbe solo uno dei tre partner. Non si può quindi parlare di statalizzazione del sistema di formazione professionale. Il fondo porrebbe anzi di fronte alle loro responsabilità i datori di lavoro che non formano apprendisti: nel sistema duale vi sarebbe dunque un rafforzamento della componente economica, non certo di quella statale. Ma non vi sarebbe il rischio che i datori di lavoro si accontentino di versare un contributo sostitutivo al fondo di formazione professionale, non occupandosi più direttamente della formazione di apprendisti? No, è estremamente improbabile. È un interesse dell’economia vegliare affinché ci sia una valida formazione professionale. E gli stessi datori di lavoro hanno interesse a formare loro stessi i loro futuri dipendenti, garantendo che la loro integrazione nei processi produttivi si svolga al meglio. Le piccole ditte, per forza di cose, formano più raramente apprendisti. La vostra iniziativa non è particolarmente penalizzante per loro? Al fondo andrebbero circa 100 franchi all’anno per ogni impiegato. Una ditta di piccole dimensioni, di 6 a 10 impiegati, verserebbe dunque una cifra compresa fra i 600 e i mille franchi all’anno, a dipendenza dei parametri che influiscono sul calcolo. È chiaro che ditte piccole hanno meno occasioni per formare degli apprendisti, ma nulla impedisce che diverse piccole e medie imprese costituiscano dei gruppi di formazione: in questo modo potrebbero collettivamente far fronte alla loro responsabilità formativa senza esser chiamate alla cassa. Perché è insufficiente la nuova Legge sulla formazione professionale? In molti settori è una legge senz’altro valida, e per questo non siamo noi a contrapporre la nuova Legge alla nostra iniziativa. Su due punti però la nuova Legge è insufficiente. In primo luogo anche essa prevede un fondo di formazione professionale, ma lo carica di tante e tali condizioni da renderlo del tutto insoddisfacente. Tale fondo verrebbe infatti costituito soltanto nei settori professionali che dispongono di categorie per la formazione professionale, e solo nel caso in cui più della metà dei datori di lavoro di quel settore professionale si dichiara d’accordo: considerato che in media solo il 17 per cento dei datori di lavoro forma degli apprendisti, è chiaro che questa norma è destinata a rimanere lettera morta. Un simile fondo sarebbe comunque già escluso per quei settori che non dispongono di categorie per la formazione professionale, in particolare nei settori delle nuove tecnologie. L’altro punto che contestiamo è che la nuova Legge non contiene espressamente la garanzia del diritto alla formazione professionale per tutti al termine della scolarità obbligatoria: per noi questo è un principio fondamentale. Come valuta la situazione odierna per quanto riguarda la disponibilità di posti di tirocinio? La situazione s’è fatta particolarmente difficile. Tendenzialmente la disponibilità di posti d’apprendistato segue l’andamento generale del mercato del lavoro. Così da un anno all’altro s’è già perso il 5 per cento dell’offerta di posti d’apprendistato nel settore commerciale: questo significa che per 18 giovani che desiderano svolgere un apprendistato in questo settore, solo uno trova il posto. Nel settore dell’informatica la situazione è ancora più drammatica: lì il rapporto è di 37 candidati per un posto di tirocinio. Inoltre proprio nel 2003 termina la scolarità obbligatoria un numero particolarmente elevato di giovani. La situazione è dunque allarmante: non abbiamo ancora raggiunto la punta del 1996, periodo in cui nacque il dibattito al seguito del quale lanciammo la nostra iniziativa, ma ci siamo ormai molto vicini. Ci sono gruppi di giovani che incontrano più problemi di altri? Molti problemi li incontra chi desidera svolgere un apprendistato nel settore commerciale o delle nuove tecnologie. Inoltre coloro che hanno difficoltà scolastiche e, più in generale, le ragazze (il 70 per cento di esse si concentra su 12 mestieri) e i giovani stranieri incontrano difficoltà particolari. Proprio con i soldi versati nel fondo di formazione professionale i singoli cantoni potrebbero intervenire per affrontare questi e altri problemi specifici, istituendo ad esempio scuole professionali a tempo pieno per colmare la lacuna. Il 18 maggio la vostra iniziativa va alle urne confrontandosi con un considerevole numero di altri oggetti in votazione, alcuni dei quali di peso. Non temete che sia dimenticata? Sì, da un lato temiamo che la nostra iniziativa vada un po’ persa. Con l’iniziativa sui premi di cassa malati e con le iniziative antinucleari ed ecologiste speriamo però d’altra parte che si riesca a mobilitare in massa un elettorato sensibile anche al nostro tema. Inoltre la nostra campagna, con il motto “I giovani per i giovani”, vuole mobilitare l’elettorato giovanile, che spesso rimane indifferente ai temi in votazione popolare. E speriamo anche che i giovani, se opportunamente motivati, possano poi sensibilizzare anche i compagni e i genitori.

Pubblicato

Venerdì 4 Aprile 2003

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