I liberali ginevrini riusciranno con ogni probabilità a silurare la riforma sociale del «Rmr», reddito minimo di reinserimento, orientando, il 2 giugno, il voto del compatto e numeroso fronte delle destre contro la legge adottata nella precedente legislatura. Con la corta e speculare sigla «Rmr», in cui alla voce «reddito» fa da contrappeso il concetto di «reinserimento», il parlamento ginevrino ha innalzato, nel settembre 2001, un pilastro centrale nella costruzione del nuovo edificio sociale del cantone. La riforma, avviata da un politico borghese, l’ex consigliere di Stato radicale, Guy-Olivier Segond, ha subìto in Gran Consiglio alcuni «ritocchi di sinistra», quando cioè la coalizione rosso-rosa-verde deteneva la maggioranza, ma è rimasta immutata nel suo significato: abolire l’assistenza passiva invertendone il segno, passando dunque a un regime attivo, in cui i beneficiari dovranno firmare un contratto con lo Stato e fornire una controparte mediante attività «d’utilità individuale, sociale o socioprofessionale». Gli agguerriti liberali, seguiti a ruota da tutte le formazioni di destra, non hanno gradito l’emendamento «rosso» sull’abbassamento della soglia temporale, da cinque (dieci per gli stranieri) a due anni di soggiorno nel cantone, per beneficiare dell’ «Rmr», una integrazione salariale destinata a chi non ha risorse finanziarie sufficienti. Due anni sono pochi, troppo pochi, per le destre ginevrine che, senza indugi, hanno allora indetto un referendum, sul quale la popolazione è chiamata a esprimersi, il prossimo 2 giugno. Nel mirino della cordata referendaria c’è anche il preteso incremento della spesa assistenziale che verrebbe a prodursi con l’entrata in vigore dell’ «Rmr». Il salto nel nuovo regime esige un prezzo che nessuno è riuscito finora a calcolare, ma che, contrariamente a quanto asseriscono gli «anti-Rmr», dovrebbe progressivamente diminuire tramite il «reinserimento» professionale delle persone a beneficio dell’ «Rmr». Attualmente, a Ginevra, i residenti in difficoltà ricevono un prestito dal Cantone, beninteso rimborsabile. Con il nuovo statuto i ginevrini abbandonerebbero un sistema anomalo che trasforma il «contribuente» in «debitore» dello Stato, e adotterebbero invece una legge che sancirebbe, di fatto, un «diritto individuale ad un reddito sufficiente e adeguato», seguendo il principio espresso nell’articolo 12 della Costituzione federale. L’iniziativa delle destre intende contrastare proprio questo punto, nodale, della riforma sociale agitando lo spauracchio, vecchio di un secolo, dell’assistito-approfittatore, una figura che abiterebbe come un novello Dracula il castello della fiscalità pubblica vampirizzandone le risorse, figurarsi, sulle spalle dei lavoratori-contribuenti. Opponendosi all’«Rmr», pietra miliare della riforma sociale cantonale, i liberali ginevrini cedono alla tentazione dell’isolamento autarchico. Negli altri cantoni romandi il mutamento verso l’approccio «attivo» dell’assistenza è già avvenuto o è in fase progettuale. Anche i beneficiari-assistiti vodesi, friburghesi, vallesani, neocastellani, o giurassiani, sono o saranno chiamati a offrire una contro-prestazione lavorativa che permette loro un «reinserimento» nel tessuto produttivo. Tutti i cantoni di lingua francese, eccetto Ginevra, hanno quindi abbandonato, o si apprestano a farlo, l’assistenza classica, generatrice di dipendenza e esclusione (dal ciclo produttivo), e optato per il rilancio delle potenzialità umane e professionali di ogni singolo individuo. In Vallese, grazie a un sistema più avanzato, i servizi sociali hanno addirittura la possibilità di operare sul versante dell’«integrazione», accompagnando l’utente verso un nuovo avvenire professionale. Come rivela uno studio dell’Università di Losanna, l’assistenza attiva ha preso piede anche in alcuni comuni e città della Svizzera tedesca e tende ad allargarsi a macchia d’olio. Rimanere fuori da un ciclo che si estende progressivamente in tutta la Svizzera, girare le spalle ai principi della Costituzione federale : la campagna dei liberali ginevrini cristallizza le posizioni antisociali della destra chiusa, refrattaria e populista che trova consensi in Svizzera romanda, in Ticino e essenzialmente nei cantoni di lingua tedesca. A Ginevra il passo indietro – verso l’intransigenza, di un fronte politico che si definisce conservatore e, a modo suo riformista – ha sorpreso analisti e commentatori. Qualcuno ha giustamente osservato come gli argomenti degli «anti-Rmr» abbiano invece lo scopo occulto di deviare l’attenzione dalla realtà salariale che emerge via via dal dibattito. Negli ultimi dieci anni, a Ginevra, il numero dei contribuenti con reddito imponibile superiore a un milione di franchi è passato da 4 mila 426 a 7mila 300, a fronte di un incremento non indifferente dei working poor e dei redditi modesti. A svelare l’ampiezza della precarietà dei lavoratori sono proprio i liberali che, nel loro argomentario, stimano a circa 40% i ginevrini che avrebbero diritto all’integrazione «Rmr». Come dire che quattro contribuenti su dieci non raggiungono un reddito sufficiente per vivere dignitosamente. L’argomento della destra referendaria costituisce un magnifico autogoal, perché conduce all’ammissione che il congelamento dei salari, voluto dal patronato liberale durante la crisi, ha compresso i redditi fino ai livelli di guardia dell’assistenza sociale. Se la riforma dell’ «Rmr» dovesse ottenere l’avallo popolare, salterebbe allora il coperchio che la destra cerca oggi di chiudere sull’ingiustizia salariale. Ne verrebbe fuori un quadro preoccupante della situazione: se in Svizzera, un lavoratore su dieci non raggiunge il minimo vitale, a Ginevra, città ricca e opulenta, circa la metà conduce un esistenza di privazioni e ristrettezze, mentre l’altra parte della popolazione incrementa ogni anno la propria situazione finanziaria. Referendum o no, la politica dell’imprenditoria ginevrina, categoria che si confonde con sostenitori e rappresentanti del partito liberale (che impugna le leve del potere economico), è comunque giunta ai ferri corti. Il patronato imperante della Città di Calvino non ha più sbocchi. Sbatte sul muro di un mercato interno ormai esangue, nel senso che non è più possibile togliere alcunché ai lavoratori. Ed è stretto tra la Confederazione, che richiede un’armonizzazione delle politiche sociali, e gli accordi bilaterali che, imponendo alla Svizzera la parità di trattamento ai cittadini europei. Sullo sfondo della battaglia referendaria si coglie la misura dello scempio salariale perpetrato nell’ultimo decennio. Sul fronte delle cifre – quelle fornite dal fronte referendario – si raggiunge il non senso: i liberali giudicano addirittura l’ «Rrm» troppo alto, al punto da far concorrenza ai salari versati agli impiegati. Ma a quanto ammonta un «Rrm»? Al massimo 16 mila 880 franchi all’anno per una persona, 25 mila 320 per una coppia, fino a 47 mila 939 per una famiglia di cinque persone. Queste somme costituiscono ciascuna un tetto oltre il quale non si può andare. Sono attribuite integralmente quando si è senza reddito. Se il richiedente ha una fonte di guadagno, questa viene dedotta dal computo totale. Se è vero che, stando sempre ai liberali, il 40% dei lavoratori avrebbe diritto a parte di questo reddito aggiuntivo, non è invece dato sapere quale cifra corrisponderebbe a ogni beneficiario. Si sa invece con certezza che il massimo della prestazione spetterebbe alle 8 mila 200 persone che oggi ricevono il sussidio dell’assistenza pubblica e ai circa 720 disoccupati che non sono riusciti a trovare lavoro durante il termine legale dei due anni. Seguendo la legge che accompagna l’istituzione dell’«Rmr» i circa 9mila beneficiari del nuovo sistema dovranno impegnarsi a compiere un attività produttiva. Oppure intraprendere una formazione professionale e, perché no, «reinserirsi» nel mondo del lavoro, guadagnare un salario da fame, che sarà integrato da nuove prestazioni sociali. Se i liberali-padroni dovessero perdere il referendum, avrebbero comunque modo di impedire che i detentori di redditi modesti usufruiscano della generosità dello stato sociale. Aumentando i salari, portandoli oltre la soglia dell’assistenza.

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24.05.02

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