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Dimmi la tua verità sulla guerra

di

Gianfranco Helbling
“La storia siamo noi, nessuno si senta escluso”, canta Francesco De Gregori. Eppure a molti capita di sentirsi esclusi dalla storia, spossessati del proprio passato, espropriati di un vissuto che viene piegato ad altri scopi. È capitato in Svizzera a gran parte della generazione che ha vissuto in prima persona la Seconda guerra mondiale, la generazione della mobilitazione generale. I racconti e le esperienze di quelle donne e di quegli uomini per decenni sono stati rimossi dalla coscienza collettiva del paese, sostituiti dal mito del ridotto alpino. Per ridare voce e visibilità a quei vissuti l’associazione Archimob ha raccolto tra il 1999 e il 2001 i racconti filmati di 555 testimoni dell’epoca, invitati a parlare delle loro esperienze personali e quotidiane di quegli anni. Da queste interviste è nata “L’histoire c’est moi”, un’esposizione multimediale che propone parte delle testimonianze così raccolte. Dopo un lungo periplo attraverso la Svizzera l’esposizione giunge da oggi all’Archivio di Stato di Bellinzona, dove potrà essere visitata fino al 14 dicembre. Parallelamente i cineclub ticinesi propongono quattro serate di cortometraggi realizzati sulla base delle testimonianze raccolte da Archimob (cfr. riquadrato), mentre la Biblioteca cantonale di Bellinzona organizza un ciclo di conferenze. In questa intervista il regista romando Frédéric Gonseth, “padre” di Archimob, spiega il progetto. Frédéric Gonseth, l’esposizione e la serie di cortometraggi che vanno sotto il titolo “L’histoire c’est moi” sono frutto del lavoro di Archimob, l’associazione che lei ha fondato nel 1998 per la raccolta e l’archiviazione di testimonianze sulla Seconda guerra mondiale in Svizzera. Sulla base di quale motivazione personale lanciò quel progetto? Realizzando “La montagne muette”, il film sui lavoratori forzati nelle fabbriche svizzere che producevano in Germania per il regime nazista, ho conosciuto dei testimoni svizzeri dell’epoca che dicevano di non aver avuto alcun mezzo per intervenire. Questa impotenza nella buona volontà mi ha colpito: mi sono detto che si doveva ad ogni costo preservare la memoria di ciò che gli svizzeri avevano vissuto, un vissuto più complesso di quanto i luoghi comuni sul ridotto alpino o su un paese fatto soltanto di collaborazionisti potevano lasciar credere. La mia prima intenzione era dunque di fare un documentario su questi temi, ma poi mi sono accorto che il campo d’indagine era così vasto che valeva la pena fare un lavoro più completo, coinvolgendo in uno stesso progetto storici e cineasti. L’idea alla base di tutto era di non lasciare i cineasti lavorare da soli, ma di metterli in rete con altre forze. Per la raccolta delle testimonianze avete lavorato su un modello preciso come la fondazione Spielberg o avete dovuto inventarvi delle modalità di lavoro originali? Certamente tutti conoscevamo il modello della fondazione Spielberg. Ben presto però ci siamo resi conto che non faceva per noi. Spielberg infatti aveva investito molti soldi per fare un gran numero di interviste, realizzate però con criteri dilettantistici: gli intervistatori non avevano un’adeguata formazione, i mezzi tecnici erano approssimativi e così via. Noi dovevamo essere molto più professionali sia dal punto di vista tecnico che per quanto riguarda la formazione degli intervistatori. Anche perché la fondazione di Spielberg ha lavorato su un tema più ristretto, cioè la Shoah, per cui ha intervistato soltanto dei sopravvissuti all’Olocausto, mentre noi ci interessavamo ad un paese intero, con una complessità tematica quindi molto maggiore. I vostri tecnici avevano delle direttive da seguire per uniformare il materiale raccolto? Sì, gli abbiamo chiesto di fare sia il suono che le immagini per ragioni finanziarie e di intervistare i testimoni a casa loro mostrando un po’ del loro ambiente di vita, ma facendo in modo che fossero a loro agio seduti ad un tavolo con i gomiti appoggiati. L’inquadratura non doveva però essere troppo larga per non perdere le emozioni del volto. Come siete giunti all’idea di un’esposizione interattiva sulla base del materiale filmato raccolto? Ci siamo chiesti come si potesse valorizzare le 555 interviste raccolte in tre anni di lavoro. Perché semplicemente archiviandolo nessuno sarebbe andato da solo a cercarlo e a guardarselo: si tratta di oltre mille ore di girato. Volevamo trovare un modo per cui il grande pubblico e le scuole potessero entrare in questo mondo. Abbiamo quindi creato l’esposizione. Si tratta di una prima opera che forzatamente mostra soltanto una parte della collezione: vi si possono vedere complessivamente 12 ore di interviste, ossia l’uno per cento del totale. È una riduzione, un’interpretazione dell’intero lavoro. E quali indicazioni hanno ricevuto i registi incaricati di realizzare – a partire dalle testimonianze – i 22 cortometraggi che accompagnano la mostra? Ogni regista era libero di fare il suo film sulla base del tema assegnatogli dalla nostra commissione: poteva ritornare sui luoghi degli eventi, fare delle ricostruzioni storiche e così via. Ogni cortometraggio diventa un’interpretazione soggettiva da parte dell’autore, rimanendo comunque nel quadro di un certo rigore storico-scientifico, perché la tradizione del documentario svizzero è profondamente marcata da questo genere di approccio. Si è dunque confrontati con una verità, quella dell’autore, a cui si è cercato di far applicare un metodo scientifico, capace di rendere conto della realtà con il massimo di fedeltà possibile. Qui si arriva alla questione del rapporto fra le esigenze di rigore dello storico e il bisogno di libertà creativa del regista. Come l’avete risolta? È una questione su cui in partenza ci siamo interrogati molto ma che alla fine è stata quella che ci ha posto meno problemi. C’è stato un lavoro collettivo fra storici e cineasti che ha portato a pochi punti di frizione. Tutti si sono accorti della necessità che i cineasti diventassero un po’ degli storici e gli storici diventassero a loro volta un po’ dei cineasti. Del resto gli storici non hanno mai preteso di essere i depositari della verità, riconoscono anzi che si è in un campo in cui una certa dose di irrazionalità è inevitabile per i vissuti e le ideologie di ognuno. Ma questo vale anche per i cineasti. Come mai il cinema svizzero ha un ruolo così centrale nel porre all’attenzione dell’opinione pubblica certi temi controversi legati al passato del nostro paese durante la seconda guerra mondiale? Il cinema, soprattutto quando passa in tv, è un veicolo privilegiato per parlare di storia: pochi sono coloro che si leggono un libro di storia se non sono obbligati a farlo a scuola. Se poi il testo scolastico è il libro di Chevallaz su cui hanno studiato generazioni di scolari romandi ma che è molto parziale su certi temi, ecco che un film che svela aspetti nuovi su un passato che tutti ritenevano di conoscere, che dice che in fondo non eravamo così liberi come ci si era fatto credere o che una parte della nostra storia è stata ignorata se non occultata, può avere un effetto dirompente. Psicologicamente può essere duro scoprire di essere stati manipolati per anni e anni. Però anche il cinema ha contribuito a costruire il mito. Oggi come strumento di verità è credibile? Il cinema è un mezzo per dire una verità. Con il nostro progetto abbiamo dimostrato che ci sono più verità possibili su questo tema, e che la verità ufficiale non è l’unica immaginabile. Ma questo è stato possibile soltanto dopo la caduta del muro di Berlino: prima c’era la convinzione diffusa che qui si dicesse tutta la verità e dall’altra parte soltanto menzogne. È vero che il cinema ha fatto un lavoro nei due sensi, costruendo il mito con film quali “Die Letzte Chance” di Leopold Lindtberg, e poi decostruendolo a partire dagli anni ’70. Credo comunque che oggi la gente abbia imparato ad avere un rapporto critico con le immagini, e non è più disposta a farsi raccontare la verità, perché sa che non c’è una sola verità. Concretamente come si paga il fatto che il vostro lavoro sia stato possibile solo dopo il crollo del muro? Ancora nell’89 ci furono le celebrazioni Diamant che miravano a cementare il mito del ridotto nazionale e la gloria dell’esercito. Se al loro posto la Confederazione avesse commissionato un lavoro come il nostro si sarebbero potute intervistare persone che durante la guerra erano più anziane, dunque con più responsabilità e più vicine al potere rispetto ai giovani di 60 anni fa che abbiamo potuto incontrare noi. Certo anche nella nostra collezione ci sono persone che in quegli anni avevano una certa importanza, ma molte meno che se questo lavoro lo si fosse fatto dieci anni prima. Quali i progetti futuri di Archimob? Finito il ciclo delle mostre temporanee vorremmo trovare un luogo permanente dove depositare l’esposizione. L’ideale sarebbe il Museo nazionale, a Zurigo o a Prangins. D’altra parte si tratta di gestire gli archivi nell’ottica di renderli accessibili: stiamo individuando un luogo in questo senso a Berna. Nemmeno i finanziamenti sono al momento assicurati, e dipendono dal fatto se riusciremo o meno a trovare un luogo definitivo per gli archivi. Finora però la Confederazione non ci ha aiutati finanziariamente ma solo moralmente. I soldi ce li hanno messi i Cantoni, le Lotterie, qualche fondazione e la Ssr. Si può ipotizzare che Archimob faccia questo lavoro anche su altri periodi della nostra storia recente? Sarebbe effettivamente peccato se il gruppo di Archimob smobilitasse. Sarebbe interessante almeno che potesse trasmettere le competenze accumulate a dei nuovi storici e cineasti per partire a raccogliere testimonianze su altri soggetti, come il boom del dopoguerra, il ’68, la guerra fredda: ne stiamo già discutendo. Ma personalmente m’interesserebbe molto di più formare una squadra per fare un lavoro di registrazione di testimonianze in un paese che ha appena vissuto un episodio forte della sua storia, come può essere la ex Jugoslavia. Questo però è un progetto che cozza contro difficoltà di finanziamento mostruose. Gli anni della mobilitazione in 22 brevi film Un gruppo di registi svizzeri ha realizzato 22 cortometraggi di 15 minuti basandosi sulle 555 interviste raccolte da Archimob. In quattro serate i cineclub ticinesi ne presentano 17, al termine delle proiezioni un regista e uno storico discuteranno con il pubblico dei film appena visti. Questo il programma del ciclo, organizzato con il sostegno di area: lunedì 3 ottobre, sala dei Congressi, Muralto, ore 20.30: Tema: La vita quotidiana. Programma: “Con gli occhi dei bambini” di Samuel Chalard; “Nelle retrovie” di Fernand Melgar e Grégoire Mayor; “A tavola” di Fernand Melgar e Grégoire Mayor; “L’amore in tempo di guerra” di Theo Stich. Ospiti: Tiziana Mona-Margni, giornalista, e Samuel Chalard, regista. martedì 4 ottobre, Cinema Teatro, Chiasso, ore 20.30: Tema: Alt! Frontiera. Programma: “Alt! Frontiera” di Frédéric Gonseth, Thomas Gull e Marc-Antoine Schüpfer; “J” di Fernand Melgar; “I Russi!” di Frédéric Gonseth; “I Francesi!” di Yves Yersin. Ospite: Adriano Bazzocco, storico. martedì 11 ottobre, Cinema Iride, Lugano, ore 20.30: Tema: La Svizzera e il Nazifascismo. Programma: “Il fascismo in Svizzera” di Edwin Beeler; “Non ne sapevamo nulla!” di Thomas Schärer; “Allarme! Bombe sulla Svizzera” di Thomas Schärer; “Soccorso all’infanzia?” di David Fonjallaz e Yves Yersin; “Guardando all’Italia di Mussolini” di Tiziana Mona-Magni. Ospiti: Thomas Schärer, regista, e Massimo Chiaruttini, storico. giovedì 13 ottobre, Cinema Forum, Bellinzona, ore 20.30: Tema: Alle armi! Programma: “Alle armi!” di Frédéric Gonseth; “Dall’uomo al soldato” di Edwin Beeler; “La mobilitazione” di Jeanne Berthoud; “Donne in servizio” di Theo Stich. Ospiti: Frédéric Gonseth, regista, e Adriano Bazzocco, storico.

Pubblicato

Venerdì 30 Settembre 2005

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