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Diga di Ilisu, bara di una civiltà

di

Silvano De Pietro
Il Consiglio federale sarebbe sul punto di prendere una decisione rispetto alla garanzia contro i rischi all'esportazione, chiesta dalle imprese svizzere che partecipano al progetto di costruzione della diga di Ilisu, in Turchia. Se tale garanzia sarà concessa, la Svizzera sosterrà finanziariamente una delle opere più controverse dal punto di vista dei principi di politica ambientale, sociale e di aiuto allo sviluppo. Alla difficile decisione devono contribuire, loro malgrado, anche i sindacati (cfr. articolo sotto).

La diga di Ilisu fa parte di uno dei più grandi progetti al mondo di produzione idroelettrica e d'irrigazione nell'Anatolia sudorientale. Per intendersi, la regione, abitata in prevalenza da curdi, è la parte turca dell'immenso bacino nel quale scendono i fiumi Tigri ed Eufrate prima di finire in Iraq (il secondo, dopo aver bagnato la Siria). Il progetto è chiamato Gap (Güneydogu Anadolu Projesi) e comprende 22 dighe, 19 centrali elettriche e dozzine di impianti d'irrigazione. La metà di queste opere è già stata realizzata. Secondo stime approssimative (in mancanza di cifre attendibili), a causa delle dighe finora costruite oltre 100 mila famiglie di curdi hanno perso le proprie basi esistenziali e la possibilità di assicurarsi un sostentamento autonomo.
Con la costruzione della diga di Ilisu (135 metri d'altezza, 1800 metri di larghezza, per sbarrare il Tigri e creare un lago grande tre volte quello di Zurigo) altre 55 mila persone verranno scacciate dai loro luoghi d'origine. I curdi, ovviamente, parlano di questa loro deportazione come una sorta di pulizia etnica ottenuta mediante sommersione del loro retaggio culturale. Le due maggiori città della regione, Dyarbakir e Batman, già scoppiano per il grande numero di profughi causati dalle guerre civili degli anni Ottanta e Novanta. La sola Dyarbakir è passata negli stessi anni da 300 mila ad un milione di abitanti. Batman negli anni Cinquanta era ancora un villaggio, oggi conta quasi 300 mila abitanti.
Ma accanto al conflitto interno con i curdi, l'attuazione del progetto Gap minaccia di provocarne un altro con la Siria e con l'Iraq, paesi le cui risorse idriche dipendono quasi per intero dai fiuni Eufrate e Tigri, sui quali la Turchia esercita un controllo esclusivo. Durante la guerra del Golfo, nel 1991, la Turchia ridussse il deflusso delle acque verso l'Iraq; e la Siria è costretta a razionare l'acqua potabile perché la portata dell'Eufrate è già stata dimezzata dalle dighe dell'Anatolia. Ma la Turchia è alleata degli Usa…
Inoltre, molti antichi insediamenti, d'importanza archeologica, sono andati e ancora andranno distrutti. Lo scorso mese d'agosto, il primo ministro turco Recep Erdogan ha posto la prima pietra della diga di Ilisu. «Ottomila persone, tra le quali molti sindaci della regione interessata, hanno protestato contro la posa della prima pietra», faceva sapere la Dichiarazione di Berna (un'organizzazione non governativa per lo sviluppo solidale), spiegando che «a causa dei numerosi problemi irrisolti e delle gravi conseguenze del progetto, la Dichiarazione di Berna esorta ancora una volta con insistenza il Consiglio federale a non concedere la garanzia contro i rischi d'esportazione alle imprese svizzere coinvolte».
Tale appello prendeva spunto in particolare dall'iniziativa "Salvate Hasankeyf", alla quale prendono parte 34 organizzazioni, da quelle locali che rappresentano tutte le componenti della società, a quelle internazionali per la protezione dei diritti umani e dell'ambiente. Hasankeyf è una città antica, in una regione che ha una storia di 10 mila anni. I siti archeologici sono numerosissimi ed almeno 200 di essi non sono ancora stati scavati. Con la costruzione della diga di Ilisu, sono 37 mila 750 ettari le aree d'interesse archeologico che verran no sommerse.
Secondo la Dichiarazione di Berna «le popolazioni interessate sono tenute all'oscuro rispetto al loro destino. Il progetto non soddisfa le condizioni minime richieste a livello internazionale». Le ripercussioni sul piano ambientale sarebbero ancora enormi; ed al governo turco si chiede di pianificare in modo serio i trasferimenti di popolazione e la gestione dell'impatto ambientale.


Corsa all'appalto

Le ditte svizzere che chiedono la garanzia contro i rischi d'esportazione per partecipare alla costruzione della diga di Ilisu, sono: Alstom, Colenco, Maggia e Stucky. Il volume della commessa che le riguarda ammonta a centinaia di milioni di franchi, di cui 180 soltanto per la ditta Alstom. L'insieme delle quattro imprese riceveranno lavoro per 600 persone-anno (la sola Alstom per 290) che significano in concreto 85 posti di lavoro in Svizzera a tempo pieno per 7 anni. Il gruppo fa parte di un consorzio più ampio costituito insieme ad imprese tedesche ed austriache.


Unia vuole vederci chiaro

La garanzia contro i rischi d'esportazione (Gre) assicura con i soldi dei contribuenti una copertura finanziaria alle ditte private che esportano in paesi politicamente ed economicamente insicuri, nel caso non venissero pagate dai committenti per cause di forza maggiore (catastrofi naturali, guerre, rivoluzioni). Tale garanzia viene considerata dalle grandi banche una condizione indispensabile per concedere i finanziamenti necessari. La decisione spetta al Consiglio federale, ma viene preparata da un'apposita commissione per la Gre, che esamina le singole domande e propone al governo di accoglierle o respingerle. Tale commissione è composta da rappresentanti dell'amministrazione federale, dell'industria e dei sindacati.
Nel caso della diga di Ilisu la commissione Gre non ha ancora deciso. O meglio, non c'è modo di saperlo, perché le sue sedute sono tenute riservate affinché il governo possa decidere senza pressioni, e quindi il presidente Eric Scheidegger, del Seco (il Segretariato di stato per l'economia), non parla. Una decisione appare però imminente, dato che il Consiglio federale avrebbe voluto chiudere la questione già nel giugno scorso. La Gre dovrebbe venir concessa dopo un approfondito esame del progetto. Nel caso specifico, occorre valutare la salvaguardia del patrimonio culturale di Hasankeyf e della qualità delle acque, oltre ai piani di trasferimento degli insediamenti umani sociali ed economici. Tale esame dovrebbe venir coordinato con Germania e Austria per la concessione dell'analoga garanzia alle ditte tedesche ed austriache che fanno parte dello stesso consorzio di quelle svizzere.

Beda Moor del sindacato Unia è membro della Commissione per la garanzia contro i rischi all'esportazione. Qual è la raccomandazione formulata da questa commissione rispetto al progetto della diga di Ilisu?
Non abbiamo ancora preso nessuna decisione. Inoltre, io non posso dare alcuna informazione, poiché competente per questo è l'Ufficio di presidenza o il presidente stesso della Commissione, Eric Scheidegger.
Ma i sindacati come si pongono davanti a questa decisione? In Austria, secondo il settimanale Woz, i sindacati appoggiano il progetto Ilisu. E in Svizzera?
La questione è aperta. Non abbiamo ancora preso nessuna decisione.
Ma quali sono i principi in base ai quali decidere?
È questa la decisione. Le questioni aperte sono così tante che non le abbiamo ancora affrontate.
Secondo quali criteri decidono i sindacati?
Sono i criteri conosciuti. Sono le norme internazionali della Banca mondiale, le norme internazionali dell'Ocse [l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ndr], le norme del diritto internazionale, le questioni ambientali. Sono queste le esigenze che, se non vengono o non possono venir soddisfatte, determineranno sempre una decisione negativa.
In definitiva, il mantenimento dei posti di lavoro in Svizzera è più o meno importante degli aspetti di politica dello sviluppo e di politica ambientale?
I posti di lavoro sono sempre importanti. La questione è come poi vengono valutati nel confronto.

Pubblicato

Venerdì 24 Novembre 2006

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