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Dietro la bandiera: un'America fragile

di

Anna Luisa Ferro Mäder
È proprio un brutto film, quello che da ormai quasi due settimane mettono in onda i media americani. Le immagini, più che impressionanti, dell’orribile attentato sono state trasmesse da ogni angolazione. I settimanali, come per esempio il «Time», hanno preferito lasciar parlare le foto, relegando il testo in secondo piano. Ecco la gente che si butta dal grattacielo; i volti insanguinati; le fughe disperate e i familiari nella vana ricerca di notizie. I pompieri, ormai eroi nazionali, porgono gli onori ai colleghi caduti. E ovunque c’è la bandiera a stelle e strisce. È il simbolo oggi onnipresente negli Stati Uniti. Attorno a lei gli Americani si ritrovano uniti e sembrano trarre coraggio e conforto. È sulle auto, sui bus, sulle porte delle chiese, sui cortili delle case. C’è chi si copre il capo con un fazzoletto-bandiera e chi invece ha indossato pantaloncini a stelle e strisce. Le bandiere sono andate così a ruba che domenica scorsa i giornali grandi e piccoli l’hanno stampata nell’ultima pagina invitando i lettori ad incollarla sulla finestra o sulla porta di casa. È stato subito un successo. Con quella bandiera tra le mani gli americani si sentono «good guys», bravi ragazzi. La fragilità viene alla luce Cercano conforto perché di colpo stanno scoprendo la loro fragilità. Scoprono da un giorno all’altro che le loro compagnie aeree sono sull’orlo del baratro, che la loro economia non è più solida e che una recessione, se non una crisi dalle proporzioni mondiali, è alle porte. Bush il neoliberista, che ha predicato meno Stato, meno tasse e meno leggi adesso scopre che lo Stato deve intervenire. Solo così si potrà evitare il fallimento delle compagnie aeree (vedi riquadro), che in questi giorni volano con velivoli quasi vuoti e hanno davanti a loro costi insostenibili per migliorare la sicurezza e per pagare i danni di quanto è successo. Bush prima di chiedere più tasse fa appello alla carità, alla solidarietà, ma sa benissimo che non basteranno solo gli appelli. Il meno Stato sta mettendo a nudo i suoi limiti. Adesso ci vorranno decisioni che mai Bush e i membri del suo gabinetto pensavano di dover prendere un giorno. Come non immaginava, lui così inesperto di politica estera, di dover un giorno affrontare una crisi così profonda. Il suo linguaggio ha rivelato subito al mondo la sua ingenuità. «Colpiremo i terroristi e i paesi che li ospitano» aveva affermato poche ore dopo l’attacco. Senza rendersi conto di aver dichiarato guerra al mondo intero e praticamente anche al suo paese. Perché i potenziali nemici, come traspare dalle indagini, sono ovunque e non solo sulle impervie e solitarie montagne dell’Afghanistan. Sono in Arabia Saudita o nel Libano, ma anche in un’università di Amburgo o in una scuola piloti della Florida o dell’Arizona. I tanto amati servizi segreti, quelli delle missioni impossibili, scoprono di avere tanta tecnologia, ma pochi agenti segreti da mandare sul campo per infiltrarsi e prevenire attacchi a sorpresa. Bush che tanto vuole uno scudo spaziale, scopre di avere i ranghi sguarniti a terra. Il nemico è anonimo. Vive e si muove indisturbato persino negli Stati Uniti. Due oceani non bastano più per tenerli lontani. I limiti della politica estera L’America scopre i limiti della sua politica estera, che in questi primi nove mesi di presidenza si è manifestata con posizioni egoiste e rigide. Bush ha sorpreso gli europei con il suo no al trattato di Kyoto. In Medio Oriente ha fatto poco per cercare una soluzione pacifica. Recentemente poi ha abbandonato la conferenza di Durban sul razzismo rallegrando Israele mentre gli altri paesi cercavano un compromesso. Adesso deve ricucire in fretta gli strappi. Chiede aiuto ad un mondo che sembra avere più esperienza di lui. Che si rende conto che una affrettata guerra in Afghanistan rischia di alimentare ancora di più quell’odio che ha guidato gli aerei contro i grattacieli di New York e la fortezza inespugnabile del Pentagono. Non a caso il risentimento antiamericano di Bin Laden e dei suoi seguaci trova radici nella guerra del Golfo. Gli Americani sembrano volersi autoconvincere che i «bad guys», i ragazzi cattivi, nascono dal nulla. In ogni caso la stampa non sembra fare autocritica sulla politica condotta negli ultimi decenni dagli americani in Medio Oriente per la difesa del santo petrolio. Ha dimenticato che i Taliban e i seguaci di Bin Laden sono stati addestrati dagli Americani per colpire i russi. Per troppo tempo gli Americani per i loro piani strategici hanno snobbato le forze moderate e imposto regole che hanno favorito un’«escalation» troppo pericolosa. Questa è forse l’occasione per correggere il tiro per non alimentare ancora altra violenza Per evitare il peggio, l'aiuto dello Stato Solo un aiuto dello stato potrà evitare il peggio. Anche il presidente Bush, il sostenitore del meno stato, si sta piegando all’evidenza. Chiederà al parlamento di andare in soccorso delle compagnie aeree americane, che stanno conducendo ormai una lotta per la sopravvivenza. Gli americani hanno paura di volare. Dopo quanto è successo a New York e Washington, molti aerei partono semivuoti, altri voli sono cancellati. L’aeroporto Reagan a Washington è stato chiuso fino a nuovo avviso. Solo da lì partivano ogni mezz’ora aerei navetta per e da New York. Col calo dei passeggeri sono arrivati subito i licenziamenti. La Continental ha mandato a casa 12 mila dipendenti e la United Airlines 20 mila. La Delta e le altre compagnie annunciano imminenti licenziamenti, mentre la Boeing, la grande fabbrica di aerei di Seattle, parla di ridurre gli effettivi del 20-30 %, vale a dire di circa 30 mila unità. La borsa non perdona. Alcuni titoli di compagnie aeree si sono ritrovati deprezzati da un giorno all’altro del 25-50 %. La Continental, la terza impresa per importanza, annuncia di poter tenere ancora due mesi. Dopo, se le cose non cambiano, sarà costretta a chiudere. Inevitabilmente, le imprese sono andare a bussare alla porta di Bush. È una situazione eccezionale che richiede risposte eccezionali hanno in sintesi affermato i consiglieri del presidente nel giustificare la loro disponibilità ad un intervento statale. Sanno di creare un precedente e ne temono le conseguenze. La decisione ha innescato un processo a catena. Alcuni Stati europei si apprestano a fare altrettanto per evitare una penalizzazione delle loro compagnie di bandiera. In Svizzera, anche il ministro Couchepin non esclude più un aiuto alla Swissair. Le compagnie aeree americane hanno chiesto a Bush 24 miliardi di dollari, forse ne riceveranno poco più della metà. Sarà comunque il congresso a dire l’ultima parola e a fissare esattamente le condizioni. Le compagnie aeree, che negli ultimi anni avevano realizzato un vasto piano di deregolamentazione cambiando il volto degli aeroporti, non hanno solo il problema del calo dei viaggiatori. Gli attacchi dell’11 settembre scorso hanno messo in evidenza la vulnerabilità dei servizi di controllo degli aeroporti. Adesso ritorna l’annosa discussione di rafforzare le misure di sicurezza. Un tema questo che da anni divide il paese tra chi vuole più sicurezza e chi invece più libertà di muoversi in fretta. Le compagnie aeree hanno optato per più libertà, che implica meno costi e più guadagni. Nella loro corsa al risparmio hanno deciso di affidare a privati il controllo dei passeggeri. Gli americani adesso hanno scoperto che le persone addette ai controlli sono pagate al salario minimo (in America è di 5,15 dollari all’ora), non dispongono di un’adeguata formazione e il tasso di rotazione è altissimo. Come meravigliarsi se in queste condizioni non tutto funziona a dovere e dirottare un aereo diventa un bel giorno un gioco da ragazzi. Adesso le compagnie aeree si rendono conto che per riconquistare la fiducia dei viaggiatori si dovranno intensificare e migliorare i controlli. Il che significa che bisognerà assumere più personale, formarlo meglio e pagarlo di più. I passeggeri spaventati dopo quello che è successo sembrano più disposti ad accettare il cambiamento.

Pubblicato

Venerdì 21 Settembre 2001

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