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Il libro

Diario in immagini di un viaggio in piena libertà

Il fotografo Didier Ruef racconta la sua nuova opera: 366 scatti che raccontano il 2020

di

Claudio Carrer

Un libro sul 2020, l’anno dello scoppio della pandemia, ma non un libro sulla pandemia. Questo è l’ultimo sforzo editoriale, il settimo della carriera, del fotografo e fotoreporter, ginevrino trapiantato a Lugano, Didier Ruef. 2020 è una sorta di diario dell’anno in immagini, un’opera di 366 scatti rigorosamente in bianco e nero, realizzata con un unico apparecchio e che si è sviluppata di giorno in giorno, dal 1° gennaio al 31 dicembre.

 

Edito dalla Till Schaap Edition di Berna e in vendita nelle principali librerie della Svizzera, “2020” riprende lo schema di un progetto fotografico che Ruef realizzò per la prima volta già nel 1999, quando documentò l’ultimo anno del secolo con un’immagine al giorno. Anche il 2020 era fin dal principio, per la simmetria delle sue cifre che si ripeterà solo nel 3030, un anno particolare. Poi, con l’arrivo del Covid, ha avuto uno svolgimento del tutto inatteso, che il libro testimonia in modo inequivocabile. «Questo libro è lo specchio di un mondo in mutazione, caratterizzato dal timore e in lotta contro l’ignoto. Lo specchio dell’anno 2020!», scrive Didier Ruef. area lo ha intervistato.

 

Didier Ruef, perché un fotografo pubblica un libro?
Perché sono nato negli anni Sessanta e ho sempre amato il libro, che dà una forza simbolica al lavoro e permette di mettere insieme delle immagini secondo determinati criteri e così trasmettere una mia visione del mondo e della società. Il libro è poi un supporto per la conservazione della fotografia e dunque per il mantenimento della memoria.


La digitalizzazione, che ha investito ovviamente anche la fotografia, ha reso più difficile la conservazione della memoria?
Non credo. Il problema è che la gente fa fatica a guardare una fotografia e a cercare di capirla. Eppure una fotografia racconta tutto, perché in essa c’è una concentrazione di vita, di emozioni, di empatia cui si aggiunge lo sguardo del fotografo e dunque la sua visione del mondo in cui viviamo.


Perché le piace di più la fotografia in bianco e nero?
Forse un po’ perché sono cresciuto con la televisione in bianco e nero, ma soprattutto perché il bianco e nero ha una potenza straordinaria: unisce e condensa le cose e ne fa uscire la forza poetica ed emotiva inducendo a guardare con maggiore intensità ogni dettaglio. I colori tendono invece a distrarre.


Nell’era del colore è complesso produrre fotografie in bianco e nero?
Oggi è difficile fare il fotografo tout court. E ancora più difficile è pubblicare dei libri di fotografia, perché si fa fatica a trovare i finanziamenti, in modo particolare in Ticino: per questo libro solo la Città di Lugano ha dato un contributo; il Cantone, nonostante 220 immagini del Ticino, non ha dato nulla.


Il libro è stato realizzato con un unico speciale apparecchio fotografico. Cosa ci può dire di esso?
Si tratta di un apparecchio con obiettivo fisso che scatta immagini eccellenti e che ha il pregio di essere leggero e tascabile. E dunque discreto, il che è fondamentale perché al giorno d’oggi il fotografo che opera in giro per le strade suscita diffidenza tra la gente. Non è raro che le persone si arrabbino se vengono immortalate da un fotografo. Un atteggiamento sicuramente contraddittorio visto che le medesime persone magari non si preoccupano di farsi riprendere con i telefonini e di finire senza controllo su facebook, su instagram o su tiktok. Ma è così che vanno le cose e dunque il fotografo deve adeguarsi e trovare il modo per avvicinare la gente senza chiedere il permesso.


Le persone ritratte nel libro non ne sono dunque consapevoli?
Alcune sì perché le conosco ma la maggior parte no. Anche questo è la bellezza della fotografia.


“2020” non è un libro sulla pandemia. Ma la pandemia, inevitabilmente, vi è entrata di prepotenza: compaiono così il reparto di cure intensive pieno di pazienti Covid, la chiesa vuota, le persone sole e distanti, i cartelloni con le raccomandazioni alla popolazione e le mascherine sui volti della gente o abbandonate a terra come rifiuto, un nuovo tipo di rifiuto. Come ha vissuto il “cambio di programma”?
La bellezza di questo lavoro è che quando l’ho iniziato, il 1° gennaio, non sapevo cosa sarebbe successo. L’idea era di fare almeno una fotografia al giorno e avevo in programma di viaggiare parecchio. Cosa che ho potuto fare i primi mesi dell’anno (per esempio in Germania e negli Emirati Arabi) ma l’arrivo della pandemia in marzo mi ha praticamente bloccato a Lugano. Una difficoltà in più perché Lugano e il Ticino non sono Beirut, Shanghai o New York e in strada si fa fatica a trovare dei soggetti. Ma alla fine ce l’ho sempre fatta a scovare materiale interessante e anche sorprendente. Il libro è però diventato inevitabilmente anche una cronaca della pandemia.


Andava alla ricerca dei soggetti oppure li trovava casualmente girando?
Le due cose. Ogni giorno uscivo di casa e andavo alla ricerca di qualcosa che suscitasse il mio interesse. Fondamentalmente ho fatto quello che faccio di mestiere da 35 anni: andare a cercare quello che si trova, guardare una scena, capirla e scattare l’immagine giusta.


Tante volte si sarà ritrovato con più foto tra cui sceglierne una. Secondo quali criteri?
I criteri sono totalmente soggettivi. A differenza di altre opere realizzate in passato, dedicate a tematiche specifiche come la montagna, l’inquinamento da rifiuti, l’Africa nera o la Svizzera, “2020” è un viaggio in piena libertà. Un viaggio in cui prevale l’amore per la fotografia e che comprende di tutto.


La scelta della foto del giorno avveniva regolarmente o è stata fatta alla fine del lavoro?
Come faccio d’abitudine anche quando realizzo reportage, ogni giorno scaricavo le foto scattate e operavo una scelta. È stato interessante e sorprendente osservare come sia spesso creato un filo logico tra le immagini scattate in contesti molto diversi. È il miracolo della fotografia.
Le immagini sono accompagnate dall’indicazione del luogo, della data e dell’ora dello scatto, ma sono prive di didascalie. Perché questa scelta?
C’è innanzitutto una ragione pratica: essendo il libro in 4 lingue, sarebbe risultato complicato e pesante. E anche inutile. È così prevalsa l’idea di lasciare spazio alla libera interpretazione del lettore, che così diventa in un certo senso protagonista di questo viaggio attraverso i 366 giorni del 2020.


Chi sono i destinatari di questo libro?
Sicuramente gli amanti e gli appassionati della fotografia. Ma credo che idealmente possa affascinare chiunque si interessa alla quotidianità e che con lo sguardo vuole mantenere memoria di questo anno speciale che abbiamo vissuto in Svizzera, in Europa e nel mondo. Un anno di cui, per una ragione o per l’altra, nessuno si dimenticherà.


Anche lei compare come soggetto in alcune fotografie del libro. L’ultima è un po’ particolare…
L’ultima racconta il mio crollo. Il 30 dicembre andai a sciare e in seguito a una caduta mi strappai i legamenti della spalla e il giorno successivo venni operato. La fotografia del 31 dicembre non ha dunque potuto che essere un autoritratto nel bagno della stanza dell’ospedale.


È l’unica che reca una didascalia…
Esatto. Il mio editore mi ha detto che non si poteva finire il libro con l’immagine di un uomo in mutande e il braccio al collo senza una spiegazione. Un’immagine che comunque ci sta, perché il libro è anche un diario personale.

Pubblicato

Giovedì 20 Gennaio 2022

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