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Di nuovo a scuola. Intervista a Mario Biscossa

di

Sabina Zanini
Come si potrebbe dimenticare una vittoria tanto schiacciante come quella riportata lo scorso febbraio su chi intendeva sussidiare con soldi pubblici la scuola privata? Appunto. Non abbiamo dimenticato. Soprattutto non abbiamo dimenticato che alla gente sta a cuore la propria scuola e che tuttavia occorre lavorare a qualche miglioramento. Dalla teorie alla pratica, il sindacato Vpod ha condotto un sondaggio tra i docenti suoi affiliati per misurare sul campo quali siano le lacune sociali della scuola ticinese. Abbiamo posto a Mario Biscossa, presidente docenti Vpod, qualche domanda su quanto è emerso dal sondaggio. Quali sono stati gli effetti più nefasti sulla scuola della politica di risparmi attuata negli anni ’90? "L’impatto dei risparmi è stato articolato su diversi aspetti della realtà scolastica. Esso ha colpito ad esempio gli apprendisti con l’abolizione del sussidio al trasporto (si pensi che per molte professioni gli apprendisti convergono da tutto il Cantone su di un’unica sede di scuola professionale); ha toccato gli allievi di scuola media dei ceti meno abbienti che, diversamente da loro compagni più fortunati, non hanno potuto acquistare i libri di testo che, per risparmiare, venivano dati solo in prestito dalle sedi scolastiche; sono state abolite le cure dentarie nella scuola dell’obbligo, evidentemente con impatto differenziato sulla salute dei giovani a seconda dei redditi delle famiglie. D’altro canto nelle scuole medie superiori sono stati eliminati corsi opzionali: gravissima, nei licei, l’abolizione dell’insegnamento del greco in tre delle cinque sedi di liceo, non certo sul piano quantitativo ma come segnale della povertà culturale del risparmismo neoliberista che si è abbattuto sulla scuola ticinese". Il Ticino con gli allievi alloglotti ha scelto la via dell’integrazione: durante la conferenza stampa ha definito questa scelta come vincente (poiché "l’eterogeneità è vincente"). Una via quindi che dovrebbero far propria anche altri cantoni, dove in genere si tende a confinare in classi speciali gli alunni stranieri? "Se da un lato la gestione della scuola a livello cantonale fa sì che ogni cantone scelga le soluzioni più opportune per la propria realtà, da un altro non mi riesce di immaginare come e dove l’eterogeneità delle classi non possa essere uno strumento di crescita, di integrazione dei nuovi arrivati in modo armonico nella società indigena. Sì, credo proprio di poter dire che i cantoni ghettizzanti, quelli che inventano soluzioni di separatezza, sbagliano pesantemente perché non fanno altro che spostare nell’età adulta il momento della commistione. E i giovani sanno familiarizzare e integrarsi molto più in fretta e molto meglio degli adulti". Tra i problemi emersi vi è quello delle classi troppo numerose: una questione sollevata da quasi tutti i partecipanti al sondaggio. Quali sono i principali problemi che comportano le classi numerose? "Proprio perché la scuola ticinese ha scelto di integrare il più possibile al suo interno quegli allievi che in altri cantoni vengono tolti e messi nelle scuole speciali, questo significa che nelle sue classi viene fatto un lavoro in più, che assorbe energie — cioè tempo e attenzioni — dei docenti. Insegnare in una classe con allievi di cinque, dieci etnie diverse (o italofoni ma con problemi particolari) richiede modalità e tempi diversi dall’avere allievi tutti di lingua madre italiana e senza particolari difficoltà. Se non si riducono gli allievi per classe, a qualcuno si dovrà togliere qualche cosa. C’è chi ha mal interpretato qualche studio internazionale sull’impatto degli allievi per classe: ridurne il numero massimo non è certo la panacea di tutti i mali ma è condizione sine qua non per un lavoro mirato e personalizzato. Un altro aspetto importante è che proponete degli interventi puntuali e non strutturali. Può spiegare. "Certo. In un Ticino dove non appena si parla di Piano dei trasporti si pensa a costruire strade, rotonde e gallerie, anziché aumentare sostanziosamente i bus pubblici e i loro conducenti, è importante non essere fraintesi. Quando la Vpod dice che dai lavoratori della scuola viene la richiesta per mense scolastiche — dove mancano — e di doposcuola, non intende chiedere la costruzione di nuove aule o di nuove mense dai megainox luccicanti. No. Intendiamo che sia fornito il servizio di mensa — preferibilmente con pasti portati dall’esterno — in spazi già esistenti nelle nostre scuole e che questi spazi siano messi a disposizione per i doposcuola". Dal sondaggio è emersa anche l’esigenza di spazi per lo studio e la socializzazione. Una cosa che viene soprattutto richiesta dagli allievi stessi che vorrebbero poter restare più a lungo nella sede scolastica. Il sondaggio tiene conto in una certa misura anche delle esigenze degli alunni? "Il sondaggio tiene conto esclusivamente delle esigenze degli alunni. Gli sgravi per i docenti, le nuove figure proposte dove non siano ancora presenti, sono richiesti non in modo generalizzato ma mirato per quelle realtà che le necessitano. Credo che, con il voto del 18 febbraio scorso, i cittadini ticinesi abbiano anche riconosciuto che sono i docenti pubblici quelli che meglio sanno capire e risolvere i problemi e i bisogni della nostra gioventù". Siete ottimisti quanto alla promessa di Marina Masoni di devolvere quei 5 milioni di franchi che erano previsti per la scuola privata alla scuola pubblica? "Per quanto concerne i 5 milioni, la signora Masoni ha già pubblicamente dichiarato che verranno destinati a nuovi compiti affidati alla scuola ticinese dal voto popolare e siamo certi che manterrà quanto detto. Ma c’è altro. Noi non siamo affatto d’accordo che il mancato sì popolare alla scuola privata abbia messo a disposizione solo 5 milioni per nuovi compiti. Innanzitutto perché se fosse passata l’iniziativa i calcoli della signora Masoni davano un aggravio per lo Stato di 10 (!) milioni (mentre davano 5 milioni nel caso di riuscita del controprogetto). Poi perché la signora Masoni fingeva di credere che in caso di un sì al voto popolare non vi sarebbe stata una crescita delle scuole private in Ticino. Il Cantone in realtà non avrebbe potuto effettuare che minimi risparmi, in quanto la Costituzione gli impone di approntare scuole per tutta la sua popolazione. Ma i sussidi ai privati avrebbero certo superato i 10 milioni in pochissimo tempo. Dunque ora si dia ai giovani ticinesi quanto necessita loro. Né più né meno". Avete già proposto, a grandi linee, delle soluzioni nel documento che abbiamo ricevuto durante la conferenza stampa. Ora intendete muovervi a livello politico per cercare di renderle operative? "Abbiamo inviato il nostro documento al Consiglio di Stato. Ci è difficile immaginare che il Consiglio di Stato possa ignorare le nostre proposte e quindi non sia esso stesso a renderle politicamente operative".

Pubblicato

Venerdì 8 Giugno 2001

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