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Devolution, la via della disfatta

di

Loris Campetti
Se la prima sconfitta subita alle elezioni politiche da Silvio Berlusconi è stata una sconfitta di misura, agevolata da una legge elettorale indecente che si è ritorta contro la destra che l'ha imposta agli italiani, la seconda è stata una vera e propria debacle: le amministrative che hanno riguardato 8 provincie, le maggiori città italiane e la Sicilia hanno ribadito che, con poche dolorose eccezioni, la gran parte del territorio nazionale ha voltato le spalle al grande imbonitore, quell'uomo della provvidenza a cui non è bastata la dittatura populista del tubo catodico per rendersi credibile ai cittadini.

Anche nei feudi berlusconiani le destre hanno subito un tracollo, in Sicilia dove il pluri inquisito Totò Cuffaro che cinque anni fa aveva sbancato l'isola è passato con pochi punti sulla sorella del giudice Borsellino ammazzato dalla Mafia. E Milano poteva essere addirittura strappata alle destre, se solo l'Unione ci avesse creduto, investendo uomini, idee e passione, invece di dare per persa la partita a priori: la ex ministra Moratti è stata eletta con il 51% dei voti.
È una sconfitta che pesa quella   subita a Roma, Torino, Napoli, Ancona, nelle città calabresi e nei due soli feudi toscani del cavaliere di Arcore, Grosseto e Arezzo conquistate dal centrosinistra. Berlusconi aveva caricato questa scadenza di una valenza politica eccessiva – la rivincita sulle politiche – cosicché lo schiaffo gli ha girato la faccia, costringendo lui e il suo sbrindellato schieramento a guardare una mutata realtà. E il terzo appuntamento, quello che avrebbe dovuto costringere Prodi a gettare la spugna, ora è vissuto con un senso di cupa rassegnazione da più d'una componente della Casa delle libertà. L'ululante Berlusconi ha abbassato la voce, nel tentativo di cancellare la natura politica della terza prova elettorale, quella natura politica che lui stesso le aveva attribuito quand'era convinto che potesse garantirgli la vittoria e la vendetta sull'odiato Prodi. Il 25 giugno gli italiani e le italiane in Patria e nel mondo saranno chiamati a dire la loro sulla controriforma costituzionale imposta a maggioranza dal governo Berlusconi. Se al referendum vinceranno i No, sarà cancellato il progetto di trasformare la Repubblica nata dalla Resistenza – democratica e parlamentare, laica, una e indivisibile, incentrata sulla rappresentanza e non sulla governabilità – in un premierato forte che ridurrebbe il ruolo del presidente della Repubblica, dei partiti, della società civile e imprigionerebbe i tre poteri costituzionali (legislativo, esecutivo e giudiziario) nelle carceri del dittatore premier.
Come sostengono da mesi i migliori costituzionalisti, la controriforma berlusconiana modificherebbe la natura stessa della democrazia italiana. Una democrazia ancora incompiuta ma che trova negli articoli della più avanzata Costituzione d'Europa i fondamenti per la realizzazione di uno stato moderno, maturo, solidale, giusto, equilibrato. Di questo aspetto, il principale, si parla poco in Italia, ed è un male. Forse per un qualche imbarazzo del centrosinistra che come ultimo atto di governo, nel 2001, impose una brutta riforma della Costituzione con pochissimi voti di maggioranza, rendendo così legittimo l'affondo berlusconiano. E pensare che la Costituzione italiana è stata scritta con il concorso di tutte le forze democratiche – comunisti, socialisti, democristiani – che, ormai divise su tutto, avevano trovato la forza e l'avvedutezza di far prevalere l'interesse generale su quelli di bottega. 0ra la sinistra l'ha capito: la Costituzione non si cambia, semmai si ritenesse necessario, a colpi di maggioranza ma solo con un grande consenso delle forze politiche e sociali.
Ciò di cui invece si parla molto è un aspetto – peraltro fetido – della controriforma costituzionale che va sotto il nome leghista di devolution. Fetido, perché rompe il carattere unitario e indivisibile dello Stato; fetido, anche perché ne spezza il carattere solidale, quello che garantisce a tutti i cittadini e cittadine parità di diritti, doveri, opportunità, che abitino ad Aosta o a Pantelleria. La legge varata sotto la spinta di Umberto Bossi e del suo manipolo lombardo-veneto prevede il trasferimento dallo Stato alle Regioni di tutte le competenze in materia di sanità, istruzione e sicurezza. Chi ha più soldi potrà garantire più diritti, più welfare, più servizi e gli altri si arrangino. I poveri, che nelle regioni meridionali ormai rappresentano la maggioranza della popolazione, sarebbero ancor più impediti nel tentativo di dare ai propri figli un'istruzione e un'aspettativa decente di futuro, e di salute. Si privilegiano con il presunto federalismo le Regioni agiate per poi realizzare il federalismo per le classi agiate. Come scrive uno dei maestri costituzionalisti, Gianni Ferrara, "i saggi di Lorenzago e la maggioranza berlusconiana della XVI Legislatura hanno provato a trasferire il significato di devolution dalla biologia (ove significa degradazione, degenerazione, involuzione) alla politica, al diritto costituzionale, alla democrazia. Dobbiamo impedirglielo. Rispondendo tre volte No, per salvare la Repubblica, la democrazia, i diritti, tutti i diritti di tutti e di tutte".
Sul fatto che si debba tornare con convinzione alle urne e votare No, non sembrano esserci distinguo nell'Unione che governa il paese e la maggior parte delle regioni, provincie e comuni. C'è poco tempo per spiegare agli italiani i rischi che correremmo nel caso di una vittoria dei Sì. Un tempo che le destre stanno utilizzando per convincere le forze di governo a trovare un accordo prima del voto, magari per evitare il voto stesso o stemperarne il significato politico, per riformare insieme la Costituzione. Torna alla mente la sciagurata "bicamerale" di dalemiana e berlusconiana memoria, fanno fischiare le orecchie le disponibilità segnalate del segretario dei Ds Piero Fassino. Certo, la Costituzione va riformata – va riformata? e come? – insieme. Ma solo dopo aver bocciato la controriforma concessa con poca convinzione a Bossi per tenerlo buono. Se vinceranno i No, e si spera questa volta con il determinante contributo di tutti gli italiani, sia in Patria che all'estero, sarà istruttivo vedere che ne sarà della Casa delle libertà: dove andrà la Lega, come si dividerà l'Udc, quanto resisterà la dittatura berlusconiana.

Pubblicato

Venerdì 9 Giugno 2006

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