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Derubati per anni del diritto alle pause

di

Claudio Carrer
Le lavoratrici e i lavoratori del settore del commercio al dettaglio occupati in locali privi di illuminazione naturale sono stati derubati per anni del loro diritto a pause supplementari pagate. E ora, dopo che gli ispettori del lavoro ginevrini hanno tentato di imporre il rispetto di una direttiva in questo senso della Confederazione, quest'ultima corre in soccorso della grande distribuzione e cambia le "regole".

Non può che essere interpretata in questi termini la recente decisione della Segreteria di Stato dell'economia (Seco) di modificare profondamente le indicazioni fornite ai datori di lavoro soltanto nel 2003 (anche attraverso un pubblico avviso), ma mai applicate, come del resto ammettono i portavoce dei grandi distributori più importanti del paese che abbiamo contattato. Indicazioni che affondano le loro radici nell'esigenza di salvaguardare la salute dei lavoratori che operano in locali privi di illuminazione naturale attraverso misure compensative.
A questi lavoratori, si legge nel testo del 2003, deve essere garantita la possibilità di svolgere, a turno, un'attività in locali dotati di illuminazione e ventilazione naturali, oppure devono essere loro accordate delle pause supplementari. «Pause - si legge ancora nel documento- che non possono sostituire quelle prescritte dalla legge sul lavoro e che devono essere considerate come tempo di lavoro». Concretamente, scriveva la Seco, si devono prevedere almeno venti minuti supplementari per ogni mezza giornata. In più, la pausa deve iniziare al momento in cui il dipendente raggiunge il locale a essa adibito.
Tali direttive non sono però mai state applicate nel settore del commercio al dettaglio e quando gli ispettori ginevrini, nell'interesse della salute e del benessere dei lavoratori, hanno iniziato a imporre le pause supplementari nei grandi magazzini del cantone, vi è stata una levata di scudi da parte della grande distribuzione, la quale si è dunque rivolta al Seco rivendicando il diritto ad un trattamento speciale: «Il problema è che nel commercio al dettaglio vigono condizioni particolari e per questo ci siamo rivolti al Seco perché rivedesse le sue indicazioni. Ora abbiamo trovato una soluzione», afferma il portavoce di Migros Svizzera Urs Peter Naef; «Sappiamo che per il personale è un problema lavorare con la luce artificiale ma nel nostro settore del commercio è inevitabile, da sempre», fa eco la portavoce di Coop Denise Stadler, ammettendo a denti stretti (come del resto il suo omologo di Migros) che sin qui le indicazioni della Seco circa le pause supplementari pagate non sono mai state messe in pratica. Stadler assicura tuttavia che «in tutti i negozi Coop e negli altri settori della catena produttiva del paese ci si attiene alla legge sul lavoro e si applicano le nuove disposizioni emanate da Berna».
Nuove disposizioni che di fatto negano il diritto alle pause supplementari e che dunque stravolgono l'interpretazione del 2003. Presentate sotto forma di "Promemoria Vista sull'esterno per locali di vendita", esse sono un insieme di suggerimenti ai datori di lavoro su come aggirare il principio secondo cui locali privi di luce naturale possono essere utilizzati per un'attività lavorativa continuativa solo se, con l'adozione di misure organizzative, rispondono ai criteri di tutela della salute. Secondo questo promemoria, supermercati e grandi distributori potranno limitarsi a «sensibilizzare il personale sull'importanza della luce naturale», ad «autorizzare contatti regolari e consapevoli con l'esterno per ricaricarsi di luce naturale e per godere della vista sull'esterno» (per esempio avvicinandosi alle finestre o andando per qualche minuto fuori dallo stabile) o a garantire una rotazione nelle postazioni di lavoro dotate di luce naturale. In questo modo, se la prima misura e una alternativamente tra la seconda e la terza sono garantite, «non sono necessarie pause supplementari», sentenzia la Seco, aggiungendo che così si offre ai datori di lavoro «una flessibilità leggermente maggiore».
Una flessibilità che si spiega con le caratteristiche particolari della situazione lavorativa nei locali di vendita: il contatto con la clientela va infatti considerato (sempre secondo la Seco) «un rapporto indiretto col mondo esterno»; inoltre essendo l'ambiente di lavoro concepito per le esigenze della clientela, in questi locali regna «un'atmosfera per certi versi abitativa».
Ma come si è giunti ad un simile stravolgimento delle regole? Tutto è iniziato nella primavera scorsa con una lettera dell'Ispettorato del lavoro del Canton Ginevra alla direzione di un nuovo centro commerciale sorto nella periferia cittadina, attraverso cui si rendevano attenti gli attori interessati del quadro legale. «Questo scritto- spiega ad area Joël Varone, segretario sindacale Unia a Ginevra- ha scatenato la reazione di Coop (che in quel centro commerciale è presente con un negozio di alimentari ubicato nel sottosuolo), la quale  probabilmente ha preso contatto con altri grandi gruppi del commercio al dettaglio e con loro, unitamente ad alcuni rappresentanti della Seco, ha dato vita ad un gruppo di lavoro segreto che ha elaborato il nuovo promemoria». Di questo gruppo facevano parte i rappresentanti di Migros, di Coop, di Swiss Retail (la federazione che raggruppa le medie e grandi imprese svizzere del commercio al dettaglio, che complessivamente realizzano una cifra d'affari annuale di 11 miliardi di franchi ed occupano circa 40 mila persone, ndr) e alcune personalità della Seco, dove tra l'altro opera (quale vicedirettore del settore "condizioni di lavoro") Giusep Valaulta, vicepresidente del Consiglio di amministrazione di Coop!
I sindacati, per contro, non sono stati coinvolti: «È la prima volta che si istituisce un gruppo di lavoro su una questione riguardante la salute dei lavoratori senza interpellare i rappresentanti di questi ultimi, come la legge impone», commenta Varone. «Unia è venuta a conoscenza casualmente di questa offensiva padronale concertata con la Seco: l'informazione ci è pervenuta attraverso una lettera della direzione di Manor in risposta ad una nostra campagna di sensibilizzazione che avevamo avviato presso il personale dei grandi magazzini del gruppo». Ma non è tutto: dai lavori, contrariamente alle dichiarazioni riportate in pagina del direttore di Swiss Retail, sarebbero stati esclusi pure gli ispettorati cantonali del lavoro. Un'esclusione, conclude Varone, che ha scatenato reazioni di protesta da parte degli uffici di diversi cantoni.


«Qualche bagno di luce può bastare»

«È una questione a cui nessuno ha mai badato granché: né i commercianti al dettaglio, né gli ispettorati cantonali né i sindacati». Esordisce con questa premessa Sandro Salvetti, il direttore della Federazione Swiss Retail, che negli scorsi mesi ha negoziato con la Seco le nuove indicazioni sulle misure di compensazione a favore del personale di vendita occupato in locali privi di illuminazione naturale.
Signor Salvetti, come è nata l'esigenza di "reinterpretare" queste disposizioni della legislazione sul lavoro?
Le indicazioni della Seco del 2003 imponevano innanzitutto un rapporto di 1 a 8 tra la superficie delle finestre e quella del negozio, il che ci pare francamente esagerato. Secondariamente la questione delle pause supplementari non era formulata in modo chiaro: la pretesa di garantire al personale che lavora in locali senza finestre delle pause pagate, in aggiunta a quelle ordinarie non è legittima e non ha alcun senso logico.
Perché?
Perché i membri della nostra federazione concedono pause non pagate il mattino e il pomeriggio che consentono di raggiungere locali illuminati con luce naturale. Non si capisce dunque il senso di pagare delle pause extra, visto oltretutto che l'ordinanza 3 della legge sul lavoro (da cui derivano le disposizioni di cui si parla, ndr) non tratta di politica salariale ma di tutela della salute del dipendente. Il promemoria scaturito dalle trattative con la Seco e gli ispettorati cantonali del lavoro, mi pare assai più chiaro ed equilibrato. Esso stabilisce che per principio nei locali di lavoro deve esserci almeno una finestra di contatto. E se questa condizione non è data, per il datore di lavoro scatta il dovere d'informare il dipendente e di garantirgli la possibilità di svolgere parte delle sue mansioni in locali con luce naturale o, compatibilmente con le esigenze del negozio, brevi "bagni di luce" durante il tempo di lavoro. Infine agli ispettorati cantonali del lavoro resta la facoltà di imporre pause supplementari pagate se gli strumenti sopra indicati non si potessero applicare.
La rotazione del personale dei grandi magazzini (che prevalentemente lavora in luoghi senza finestre) è però possibile solo per una minoranza...
Non è vero. Dipende dalle categorie di personale. Se lavora in uno spazio in cui ha occasione di transitare di tanto in tanto durante il tempo di lavoro davanti ad una finestra è sufficiente. Non è richiesto un contatto permanente con l'esterno: non ce l'ho nemmeno io. Per coloro che lavorano in un posto fisso (alla cassa o in macelleria per esempio, nei sotterranei, nei centri commerciali) abbiamo espressamente previsto il principio prima enunciato dei "bagni di luce". Ora si tratta di far passare il principio presso tutti gli attori del settore: per questo stiamo preparando dei prospetti informativi. Ma naturalmente ci vorrà del tempo.
È vero che questa discussione è nata dopo che gli ispettori del lavoro di Ginevra avevano iniziato a far applicare le indicazione del Seco del 2003?
Non lo nego. Diciamo che Ginevra ci ha resi coscienti della situazione e della necessità di semplificare l'esecuzione delle disposizioni di legge, anche alla luce delle diverse interpretazioni che vengono loro date dai diversi Cantoni.

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Venerdì 9 Ottobre 2009

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