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Deng, Confucio e il micio cinese

di

Libano Zanolari
«Tenete a mente la forza e la vitalità della Cina». È il messaggio politico che Liu Qui, presidente del Comitato Organizzatore dei Giochi, ha lasciato al mondo. Un messaggio che può essere letto in modi opposti: da parte di chi ha già paragonato i muscoli mostrati dai cinesi a quelli mostrati dalla Germania nel '36, la lettura è quella di un'espressione di potenza come prova generale per una politica imperiale in Asia, prima e nel mondo poi. La seconda lettura è in relazione a un sentimento che in Occidente non è conosciuto (et pour cause...): la paura di essere letteralmente sbranata dalle potenze occidentali come nell'800, che nella storia e nella coscienza della Cina è "il secolo della vergogna". L'Occidente, Inghilterra, Francia e Germania in priimis (se vogliamo escludere la Russia zarista) aveva imposto il suo ordine commerciale: invadere la Cina con i propri prodotti a caro prezzo, rapinare quelli cinesi. Fare affari, insomma, a proprio tornaconto, compresi gli affari con l'oppio venduto per fiaccare la resistenza di un mondo comunque in decomposizione. Quando l'imperatore chiede alla regina Vittoria: perché ci portate una droga che voi a casa vostra proibite? non riceve risposta. Quando la Cina distrugge un carico di 20 tonnellate di oppio, viene aggredita e distrutta grazie alla superiorità delle armi occidentali. E allora il messaggio è: non toccateci più, il nostro gigantesco corpo è forte come abbiamo dimostrato ai Giochi Olimpici. Quando De Coubertin mandò un invito di partecipazione ai Giochi Olimpici alla Cina, i reggenti della Città Proibita, diretti da una concubina diventata imperatrice, non risposero: non sapevano di cosa si trattasse, non avevano un nome per definire lo "sport". I Mandarini avevano le maniche larghe e lunghe perché non dovevano sporcarsi le mani. Fu Mao-Tse Dong, attualmente una specie di santo-icona citato come Confucio mille anni fa, a capire che senza il corpo non si vince, vedasi le sue famose nuotate. Mao aveva mandato gli intellettuali, i moderni funzionari imperiali, a pulire le stalle e a zappare la terra. Ma la Cina non divenne potente, sino a quando un suo erede, Deng Xiao-Peng, nel 1978 non coniò la famosa metafora del gatto che deve fare il suo mestiere: rosso o nero o bianco che sia acchiappi i topi. Punto. Ossia, la Cina diventi una grande potenza non importa con quale sistema. La Cina formalmente comunista applica un capitalismo duro e puro che il mondo occidentale non può applicare, perché il socialismo ha imposto diritti di cui godono i lavoratori. La Cina per diventare una potenza sacrifica gli operai e i contadini, li chiama in città per costruire e poi li ricaccia in campagna con quanto basta per una ciotola di riso, per non morire. Tanto si muore comunque nelle miniere. Il mondo occidentale era convinto che l'apertura dei mercati di Deng avrebbe permesso l'invasione dei "nostri" prodotti. Un clamoroso errore. Succede il contrario. Il micio cinese fa il suo lavoro. E se le classi operaie e contadine protestano ecco resuscitato Confucio, messo in pensione da Mao e punito dall'imperatore Quin, (quello dell'esercito di terracotta) con la sepoltura dei 460 massimi maestro: sepolti vivi... Confucio diceva che la società prospera solo se c'è armonia fra l'imperatore e il popolo. E diceva che l'ordine fra alto e basso è immutabile. Appunto. Non reclamate classi soggette, il vostro piangere fa male al re Hu Jin Tao. E siete comunque nel torto. Vi dovete sacrificare per far grande la Cina attraverso il capitalismo. Poi si vedrà.

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Venerdì 29 Agosto 2008

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