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Democrazia operaia

di

Giuseppe Dunghi
Mentre i sindacati e la sinistra stanno abbandonando la democrazia operaia per entrare nella democrazia borghese, quest'ultima scompare a poco a poco per far posto alla democrazia dei consigli d'amministrazione: hai diritto di voto se possiedi le azioni.
   «…il giudice, con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento … o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo ovvero ne dichiara la nullità…, ordina al datore di lavoro di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro». È il primo comma dell'art. 18 della legge 20 maggio 1970, nota in Italia come "Statuto di lavoratori". La democrazia operaia sta tutta in quell'«ordina al datore di lavoro di reintegrare». Si calcola che siano in media una quindicina all'anno i casi in cui il giudice ordina di riassumere una persona licenziata, ma bastano per dare dignità a tutti i lavoratori: ho detto quello che pensavo sul salario, sulla sicurezza dei ponteggi, sugli straordinari pagati fuori busta, sulla ditta subappaltante che impiega operai in nero, e mi hai licenziato per rappresaglia. Ti ho portato in tribunale, ho vinto la causa e sono di nuovo qui a guardarti dritto negli occhi e dirti che sei padrone del lavoro che svolgo, ma non del mio pensiero. Dove c'è dignità c'è la libertà, ci sono i diritti, la schiettezza nei rapporti umani, il lavoro ben fatto, i contratti di lavoro stipulati su base di parità. La democrazia deve esercitarsi durante le otto ore di lavoro, non la sera o nel fine settimana o nelle discussioni al bar o davanti a una bottiglia di grappa nel rustico in montagna. E nemmeno facendo la spesa al supermercato: il potere di scelta di cui parlano le riviste del consumo intelligente è una barzelletta. La democrazia del lavoro non ha bisogno di basi legali e di avvocati che le interpretino, perché nasce nuova ogni giorno, la fanno esistere le donne e gli uomini coraggiosi. Non discende dalla Costituzione, è fondante della Costituzione.
   Le ditte italiane e degli altri paesi europei che si installano nel Pian Scairolo, a Mendrisio o a Stabio, non vengono in Svizzera per l'efficienza amministrativa o le imposte basse. Sono frottole, accetterebbero qualsiasi burocrazia, verrebbero a patti con qualsiasi mafia pur di far profitti indisturbate, come fanno profitti in Cina, in Messico e nei paesi dell'Est, e li hanno fatti nel Sudafrica al tempo dell'apartheid. Scelgono la Svizzera perché nel nostro Codice delle obbligazioni non esiste nessun comma che obblighi il padrone a riassumere il dipendente licenziato abusivamente. Si tratta di una cosa importantissima per un imprenditore: non solo può disfarsi ogni anno dei lavoratori che rendono meno, di quelli con la schiena rovinata o la vista compromessa o non più giovani, ma anche di quelli che sanno qual è la paga oraria contrattuale e vanno in ufficio a domandare spiegazioni, che non leggono di nascosto il giornale sindacale, che parlano con i colleghi ed esprimono le loro idee. Così si garantiscono dei dipendenti che non parlano, ubbidienti, che ridono quando il capo racconta una storiella, partecipano compatti alla cena della ditta e considerano il posto di lavoro un regalo del padrone. E dove c'è un dono – ha scritto Gustavo Zagrebelsky in un volumetto pubblicato l'anno scorso – c'è un servo.

Pubblicato

Venerdì 26 Agosto 2011

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