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Della felicità e dell'altro

di

Claudio Origoni
I figli di mamma Elvezia più felici sono i ticinesi. Nella Svizzera italiana ben il 90 per cento è contento, scrive il Caffè della domenica. Dove la contentezza è una somma di piaceri semplici come l'amore, compreso quello per la tavola, e l'affetto (incluso quello per la moglie, ci verrebbe da aggiungere).
«Il 55 per cento dei ticinesi» sostiene la notizia del Caffè «e il 64 per cento dei romandi ama fare inviti a cena, mentre il 60 per cento degli svizzero-tedeschi preferisce uscire». E pensare che noi si era rimasti alla poco politicamente corretta battuta secondo cui non soltanto gli svizzero-tedeschi non escono mai di sera, ma soprattutto non giocano mai a nascondino di notte per paura che nessuno vada a cercarli. (Guai abusare del luogo comune!).
Responsabile dell'ennesima inchiesta sul sociale elvetico è un'organizzazione internazionale di ricerca con sede a Losanna, che ha scelto un campione di consumatori di Visa Europe: poco più di 400 tra uomini e donne dai 16 ai 60 anni, tra cui alcuni abitanti del nostro cantone. Il che, naturalmente, è fatto positivo. Non succede frequentemente che il Ticino venga coinvolto in inchieste di tipo nazionale: così che diventa una sorta di discorso autoreferenziale. In altre parole: ci siamo anche noi. Ora, pur considerando che esistono le piccole bugie, le grandi bugie e la statistica, la cosa ci fa enormemente piacere. Per tante ragioni. Meglio essere felici e belli che tristi e scorfani, no?
«Momenti di piacere al di là delle cene e degli affetti» asserisce l'istituto di ricerca «sono nell'ordine: ascoltare la musica preferita, trascorrere del tempo da soli quando non si è in vena di socializzare, farsi fare un massaggio, leggere il giornale o la rivista preferita, guardare la tv e chattare o navigare su Internet». (Al che, mi viene voglia di aggiungere, se non altro per dovere di completezza e senza temere le reazioni dei benpensanti, fare la pipì quando ti scappa, fumare quando ne hai voglia, dormire se ne senti il bisogno, ruttare in segno di gratitudine, sbadigliare quando non se ne può fare a meno eccetera eccetera). Meglio l'aria condizionata che l'aria da stupido, no? diceva Marchesi.
Ma veniamo al dunque. Quando la smetteremo di lamentarci dei tagli? Quando la finiremo di parlare di difficoltà economiche e di povertà diffusa? A che serve piangere sulla riduzione dei sussidi? Siamo o non siamo felici?
Chi ha detto che nessun uomo al mondo potrebbe sopportare una vita intera di felicità? Chi è quello sprovveduto?
Qui va a finire che la felicità diventa un dovere. Il fatto è che queste inchieste diventano pericolose. Perché sono una forma di esibizionismo, dove la felicità viene a coincidere con la contemplazione delle disgrazie altrui. (E poi ci lamentiamo dell'egoismo e dell'arroganza di certa Svizzera!). Anzi, queste inchieste sono pericolose, perché muovono all'indolenza: o quanto meno al fatalismo. È risaputo che uno dei vantaggi – e che vantaggio! – del non essere felici, è che la felicità diventa un desiderio, uno stimolo, un bel progetto di vita. Che ne pensano i miei quattro occasionali lettori?

Pubblicato

Venerdì 17 Novembre 2006

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