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Decontaminato, ma non basta

di

Stefano Guerra
Si concludono in questi giorni i lavori di decontaminazione al Centro di formazione professionale di Gordola. I quattro piccoli pannelli in amianto rinvenuti a inizio dicembre in tre uffici e uno sgabuzzino del blocco A sono stati rimossi. Restano però aperte tre questioni: quelle del censimento esaustivo delle persone esposte, dei controlli medici ai quali una parte di esse si sta sottoponendo e del riconoscimento (grazie a un certificato) della loro esposizione alle microscopiche fibre del minerale cancerogeno. Fibre che – con ogni probabilità in uno di quegli uffici – hanno fatto ammalare un istruttore del centro della Società svizzera impresari costruttori, Sezione Ticino (Ssic-Ti). È stato infatti il medico curante a segnalare alla direzione del centro di aver riscontrato nell’uomo una patologia tumorale (con ogni probabilità un mesotelioma) tipica di un’esposizione da amianto. Ed è a seguito di questa segnalazione che si è potuto risalire alle lastre ora rimosse. Assente da mesi dal lavoro a causa della malattia, l’uomo sarebbe presto andato in pensione anticipata. Dalla seconda metà degli anni ‘70 era istruttore degli apprendisti falegnami. Lavorava da allora nel blocco A del centro Ssic, aperto nel 1976. Lì occupava uno dei tre piccoli uffici nei quali sono state rinvenute le lastre di amianto. Lo condivideva da qualche tempo con un altro istruttore. Gli altri due uffici ora decontaminati erano invece occupati da altrettanti istruttori degli apprendisti muratori, da lungo tempo impiegati al centro di Gordola. Una lastra in amianto di dimensioni ridotte è stata scoperta anche in uno sgabuzzino usato dal personale di servizio. In collaborazione con la Rete Infoamianto (un gruppo cantonale di coordinamento in materia), la direzione del centro ha provveduto a informare tutti i dipendenti e ha fornito ai tre istruttori che lavorano nel blocco A una lista di quattro medici pneumologi per i controlli del caso. Non è dato sapere se il personale addetto alle pulizie – impiegato da ditte esterne – che faceva capo allo sgabuzzino è stato invitato a sottoporsi ad esami medici. Le fibre misurate nell’aria dei locali provenivano da pannelli in cartone-amianto di piccole dimensioni (all’incirca di un metro per 20 centimetri l’una) posati durante la costruzione del centro Ssic, a metà degli anni ‘70, sotto alcune mensole praticamente appoggiate ai radiatori. Il calore ha contribuito all’usura del materiale favorendo in questo modo il rilascio di fibre di amianto nell’aria. Nel suo rapporto il perito incaricato dalla Ssic-Ti indica pure la possibilità che l’acqua proveniente dalle esondazioni del vicino Verbano nel ‘93 e nel 2000 si sia infiltrata nei muri e abbia raggiunto le lastre danneggiandole ulteriormente. Durante alcuni giorni, in quelle occasioni il livello dell’acqua nei locali del centro di formazione professionale di Gordola era salito fino a pochi centimetri dai pannelli in amianto. La ricerca della fonte di contaminazione era scattata nel tardo autunno a seguito della segnalazione del medico che ha in cura l’istruttore malato. Scoperti i pannelli, la Ssic-Ti e la direzione del centro avevano chiuso il blocco A e incaricato un perito di effettuare ulteriori misurazioni negli spazi interessati, dove è stata riscontrata una concentrazione di particelle di amianto fra le 4 e le 5 volte superiore al valore soglia stabilito da un’ordinanza federale. Hanno invece dato esito negativo analoghe misurazioni portate a termine durante le vacanze natalizie nelle aule scolastiche, nei laboratori del blocco A (dove si concentra l’attività degli apprendisti) e negli altri blocchi del centro di Gordola. Chiusi la settimana prima delle festività, le aule scolastiche e i laboratori del blocco A sono stati riaperti negli scorsi giorni. Nel frattempo, la ditta specializzata Alltec-Bossart di Lucerna sta concludendo un intervento di risanamento che a dispetto delle dimensioni ridotte delle lastre in questione comporta le stesse difficoltà ed esige la stessa cautela richiesta da operazioni di bonifica effettuate su superfici in amianto più estese. I costi dell’intervento, spiega il presidente della Ssic-Ti Dante Gilardi, dovrebbero aggirarsi attorno ai 100 mila franchi. La Alltec-Bossart è una delle ditte autorizzate dalla Suva ad eseguire operazioni di questo tipo. Mesi fa ha decontaminato la scuola dell’infanzia di via del Tiglio a Giubiasco. La ditta si è affacciata da poco sul mercato ticinese del risanamento da amianto, un mercato ristretto, occupato sin qui da poche ditte e contraddistinto da speculazione, concorrenza sleale e assenza di controlli (cfr. area, n. 19, 9 maggio 2003). Praticamente chiuso il capitolo decontaminazione, ne restano aperti altri tre: un censimento esaustivo di tutte le persone esposte alle fibre di amianto (mancano almeno le persone addette alla pulizia), la sorveglianza sanitaria sulle loro condizioni di salute (come detto, gli altri istruttori attivi nel blocco A si stanno sottoponendo a controlli medici) e il riconoscimento della loro esposizione. Per quel che riguarda quest’ultimo aspetto, in una lettera del 14 dicembre al perito Markus Felber, spedita in copia alla direzione del centro di Gordola, al suo legale e alla Suva, Antoine Casabianca – coordinatore della Rete Infoamianto e anche capo dell’Ufficio promozione e valutazione sanitaria del Dipartimento sanità e socialità – raccomandava di rilasciare al personale esposto alle polveri di amianto un certificato di esposizione professionale che permetta alla Suva di aprire un incarto a loro nome. La richiesta è stata ribadita giorni dopo durante un incontro con la direzione del centro di Gordola. Lunedì i responsabili della Rete Infoamianto (di cui fa parte la stessa Ssic-Ti) si incontreranno con i vertici cantonali della Società svizzera impresari costruttori e Antoine Casabianca intende fra le altre cose formulare nuovamente la raccomandazione contenuta nella lettera di un mese fa. Una raccomandazione che potrebbe però cadere nel vuoto. Il presidente della Ssic-Ti non sembra infatti voler assumere la responsabilità di rilasciare dei certificati di esposizione. «È una cosa delicata – dice ad area Dante Gilardi –. La Ssic-Ti non deve immischiarsi in questo: si tratta di un problema che sfugge alle nostre competenze. Sono gli organi preposti, il dipartimento e la Suva, che dovrebbero indicare alle persone coinvolte cosa fare».

Pubblicato

Venerdì 14 Gennaio 2005

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