L'editoriale

Misure troppo blande, introdotte quasi sempre tardivamente e revocate prima del dovuto. La strategia seguita dal Consiglio federale negli ultimi 24 mesi di pandemia trova conferma anche nella fase attuale, che tutti indicano come quella della tanto agognata “normalizzazione”. Si va ormai verso una rapida e quasi completa abolizione delle restrizioni, sulle orme del modello del “liberi tutti” decretato pochi giorni fa dalla Danimarca e da qualche altro paese.


Le decisioni annunciate mercoledì dal Governo elvetico (immediata abolizione delle quarantene dei contatti e revoca dell’obbligo di telelavoro) e quelle prefigurate per le prossime settimane (cancellazione in blocco o in due fasi delle restanti misure a partire da metà febbraio) lo confermano. Pur senza dichiararlo, la Svizzera opta per un lasciapassare al virus, per una diffusione incontrollata dei contagi, nella speranza che ciò ci possa portare a una quasi immunizzazione naturale e dunque all’uscita dalla pandemia. E questo senza troppi rischi, o meglio con il solito “rischio calcolato”, perché la variante Omicron attualmente dominante non sta pesando particolarmente sugli ospedali e raramente porta a decorsi complicati. Ma l’impressione è che si stia correndo un po’ troppo e che questa accelerata non è altro che il risultato delle massicce pressioni esercitate dagli ambienti economici e dalla destra, che da settimane invocano la proclamazione di un “freedom day”, di una “giornata della libertà”.


I dati su contagi, ospedalizzazioni e morti suggerirebbero certamente una maggiore prudenza, avvertono gli esperti dell’Ufficio federale della sanità (quelli che il governo dovrebbe ascoltare). È vero che l’ondata della variante Omicron, che non ha ancora raggiunto il suo picco, non ha sin qui travolto il sistema sanitario e che probabilmente ciò non capiterà. Ma questo non vuole ancora dire che esso non sia sotto pressione: negli ospedali svizzeri ci sono attualmente più di 2.000 pazienti ricoverati a causa del Covid (oltre 200 nei reparti di terapia intensiva) e il numero di ingressi giornalieri è in tendenziale aumento.

 

Per capire cosa questo comporti si chieda al personale che vi lavora, si chieda ai malati di cancro che si vedono rinviate le chemioterapie, si chieda a chi attende un trapianto di organi ma deve continuare ad aspettare perché la disponibilità di letti intensivi è ridotta dalla presenza di pazienti Covid, si chieda alle migliaia di pazienti ricoverati che per mesi non hanno potuto ricevere le visite dei parenti.


Un repentino allentamento delle misure porterà inevitabilmente a un nuovo aumento dei casi e a un prolungamento dell’ondata, assieme a un maggior rischio di sovraccarico ospedaliero. E così come successo in passato a causa dell’inadeguatezza e dei ritardi delle misure di contenimento adottate, questa “strategia del contagio” (mascherata) comporterà altre centinaia di morti di troppo. Ormai da mesi ne contiamo a decine ogni giorno. È come se quotidianamente registrassimo un grave incidente stradale in cui muoiono tutti gli occupanti di un pulmino (quando va bene) o di un bus (quando va male). Ma non importa. Sono vecchi e malaticci e, nel nome del profitto, il loro sacrificio è in fondo un costo accettabile.

 

Annunciando la sua strategia di «uscita dalla fase acuta», il Consiglio federale avrebbe dovuto avere il coraggio e l’onestà intellettuale di dirlo chiaramente. Invece il presidente della Confederazione Cassis ha aperto la conferenza stampa dicendo al paese che «oggi è una bella giornata». Sarà.

Pubblicato il 

03.02.22
 
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