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Davos cittadella riconquistata

di

Serena Tinari
Le consorti hanno scarpe intonate alla borsetta e un diamante all’anulare. Le delegate portano tailleur scuri e orecchini di perle. Prevale il modello “maschio bianco”, al limite asiatico. I global leader passeggiano sorridenti nella cittadella riconquistata. Si ingozzano in pasticceria e si ubriacano al piano bar. Una giornata di sci per tre americane: cinquant’anni o sessanta, una tiratina allo zigomo e due carte di credito in tasca. Il manager col mocassino blu scivola sul ghiaccio, ma si attacca al portaborse. Il termometro segna –9 e le coppiette tubano impavide tenendosi per mano. Due cuori e un Wef. Tutti sfoggiano un badge appeso al collo. La polizia è rilassata, non ti ferma neanche se sei vestita di nero da capo a piedi e con una telecamera digitale ti ostini a filmare primi piani del delegato. Sull’autobus piuttosto, gli sguardi si fanno inquieti se tieni il collo del dolcevita troppo vicino al naso. Potenza dell’immaginario collettivo, basta sfilare il cappello nero che tutto torna ordinario. Due “zone rosse” tagliano il paese, attorno al Palazzo dei Congressi e agli hotel a cinque stelle. Ma stavolta le grate sono avvolte in teli di plastica bianca, intonati con la neve. Bisogna riconoscerlo: fa un po’ meno “bunker feeling”. All’Ostello della gioventù, poltrone di design e prezzi da capogiro, una pensionata di Lucerna spiega: «La gente ha capito che il conflitto non serve». È venuta per “Public eye on Davos”, contro-forum della Dichiarazione di Berna, ma si alza all’alba per seguire i seminari anestetici di “Open Forum”, espediente targato Wef 2003. Dibattito su temi cosmici, tipo: “La globalizzazione fa male?”. 300 posti, ong e global leader insieme. Un paio d’ore di chiacchiera in una sede decentrata e anonima, spazio garantito sui quotidiani. Per le strade si incrociano tanti manager senza cravatta. A quanti sarà venuto mal di gola? Colpa della trovata mediatica del Wef 2004: ti togli la cravatta o versi 5 franchi all’Unesco. Un insulto di elemosina, per cotante buste paga. Le agenzie di stampa segnalano i Refusnik: Clinton, il presidente della Confederazione, l’ineffabile Klaus Schwab: «per non mancare di rispetto a Khatami». L’importante era non stargli a parlare di diritti umani… cosa vuoi che gliene fregasse al presidente iraniano della cravatta? Da commemorare l’amara sorte degli inviati no-global, i giornalisti abbonati a G8 e Social Forum. Non hanno niente da scrivere e fanno la spola fra l’hotel e le grate della zona rossa. Nonostante la ricca nota spese, senza l’accredito per il Forum stavolta si annoiano da morire. Il bravo giornalista de Le Courrier (www.lecourrier.ch) invece non si risparmia: intervista attiviste africane e si sottopone stoico ai ficcanti dibattiti delle ong. La vigilia delle proteste a Davos ha il sapore dell’opera buffa. Un improbabile sciatore fischietta mentre fa il palo e solo un poliziotto potrebbe scambiarlo per un turista. Sei giovani “treccine, birrette e cannette” si aggirano per la Promenade e due agenti in borghese, il baffo fiero d’ordinanza, li seguono a tre metri. Un gruppo in maschera esce da “Public eye on Davos”: sono “partner-sheep”, politici-pecore a servizio dell’impresa, parodia della “partnership” che dà il titolo al Wef. All’Ostello si installa un tizio con l’impermeabile beige che sembra uscito da un telefilm americano e mi chiedo se anch’io, come gli altri inviati, non stia andando in paranoia. Poi arriva un camion di valigie col cartellino che chiarisce: “Staff of vice-president Cheney”. I pazzerelli di Dadavos sfoggiano uno spiazzante gruppo di Occhi: una pupilla al posto della testa, a spasso per il paese. Fa eco Lugano con la “Col-Azione” a base di ogm da economiesuisse (vedasi box sotto). L’uscita dell’aeroporto di Zurigo viene bloccata con un’azione ben orchestrata dove la polizia sfascia una rotula ad uno studente, ma per una volta almeno non spara pallottole di gomma puntando agli occhi. All’Alleanza Rivoluzionaria spetta di diritto la palma “Viva la coerenza”. Aveva annunciato che sarebbe salita ad ogni costo a Davos, ma una mezz’ora prima ci ripensa. Decide di andare a Coira e unirsi ad una street parade che aveva proposto di boicottare. Nel corteo colorato e baciato dal sole, l’Alleanza sfoggia passamontagna “total black” in tanti modelli orgogliosamente autoprodotti. Pezzi unici di pizzo e versione integrale. A fine sfilata arriva la notizia che i manifestanti giunti a Davos sono stati fermati dalla polizia. Revolutionäre Aufbau convince la piazza a portare loro un segno di solidarietà. L’intenzione è ottima, la strategia sconcertante. A spregio della memoria storica, l’Alleanza sceglie di tornare a Landquart. Teatro di una giornata di blocchi nel 2001 e di botte da orbi nel 2003. Indicata nei comunicati 2004 dell’Ufficio federale di polizia come la località in cui parcheggiare camion-idrante, Schipos tedeschi e robocop nostrani. Che ideona, andare a Landquart. Ci sono cascate 1’082 persone, ha riferito la polizia. Che l’ha gasate, menate e infine schedate.

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Venerdì 30 Gennaio 2004

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