L’abbiamo scampata bella. La ministra italiana dell’istruzione e della ricerca scientifica, Letizia Moratti, è tornata sui suoi passi e ha reintrodotto nel primo ciclo d’insegnamento la teoria dell’evoluzione, che era stata eliminata dai programmi scolastici alla fine di febbraio. «Con la riforma Moratti si possono distendere le conoscenze da padroneggiare alla fine del percorso formativo su 12 anni, non più, come ora, su nove; ciò permette di parlare ampiamente e documentatamente di teoria/e dell’evoluzione nel secondo ciclo», aveva scritto il professor Giuseppe Bertagna, ispiratore della riforma, su la Repubblica del 20 aprile. Dunque gli adolescenti che avrebbero lasciato la scuola dopo il primo ciclo, ossia a 14 anni, non avrebbero più sentito parlare di evoluzione. Ma che cosa avrebbe risposto l’insegnante alle loro domande sulle diversità e le somiglianze fra le specie animali e sui fossili che milione dopo milione di anni mostrano adattamenti sorprendenti all’ambiente, come un film guardato al rallentatore? Avrebbe risposto con la vulgata creazionista, sostenendo la fissità delle specie. Così, mentre l’insegnante di religione, dal momento che la Chiesa ha sostanzialmente accettato l’evoluzionismo, sarebbe stato libero di spiegare il “disegno intelligente” di Dio che governa l’evoluzione e potrà parlare di Teilhard de Chardin, l’insegnante di scienze sarebbe stato obbligato per legge a raccontare la favola della creazione. Ma il ridicolo era solo uno degli aspetti di quella riforma. In realtà l’adozione del creazionismo come teoria scientifica era una fotografia della maniera di concepire il mondo da parte della maggioranza che governa l’Italia: l’ambiente, le risorse naturali, i viventi presenti sulla Terra non hanno alcun legame con l’uomo, sono a sua disposizione, si possono utilizzare fino all’esaurimento. Il mondo è res nullius, dunque appartiene a chi ha i mezzi per appropriarselo. È la cultura dell’assenza del limite. La cosa più interessante è che nel momento in cui si tenta di mettere al bando la teoria evoluzionistica dalla scuola e se possibile dal mondo scientifico, cioè dal discorso, essa è accettata nella pratica. Il darwinismo sociale (ma Darwin se fosse vivo non lo condividerebbe) è divenuto la giustificazione “naturale” della competizione capitalistica. Ed è un triste catechismo darwinista quello che i dirigenti della Banca centrale europea, imitati da Economiesuisse e dal Consiglio federale, ripetono fino alla noia: per essere competitivi bisogna ridurre il costo del lavoro, diminuire le spese per gli anziani, per la salute, per la scuola, snellire lo Stato, ristrutturare le imprese liberandole dal personale in esubero. Nessuna pietà per i licenziati, gli anziani, i giovani senza lavoro, gli immigrati, i poveri, i vinti. Il loro destino è quello di soccombere per far posto ai più adatti a vivere nella magnifica società del libero mercato.

Pubblicato il 

07.05.04

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