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Daniele Lotti e la crisi vissuta in fabbrica

di

Francesco Bonsaver
L'associazione delle industrie ticinesi (Aiti) rappresenterebbe la controparte padronale nelle discussioni con i sindacati. Il condizionale è d'obbligo, poiché per statuto Aiti non può firmare contratti collettivi vincolanti per il settore, a differenza invece di quanto avviene nell'edilizia con la Società degli impresari ticinesi. Nonostante questa forte limitazione, Aiti rimane l'unico interlocutore di riferimento dell'industria ticinese nel suo complesso. Abbiamo dunque chiesto al suo presidente, Daniele Lotti, di commentare lo stato del settore, della sua possibile evoluzione e l'istanza inoltrata dai sindacati volta a introdurre dei salari minimi obbligatori di 3.300 franchi.

Daniele Lotti, a suo giudizio, nello Stato è assente una visione di politica industriale per il Cantone?
Diciamo che per indole l'industriale è abituato a combattere per conto suo e raramente guarda allo Stato. È un principio da cui non ci discostiamo, ossia che la politica industriale è intesa come ognuno guarda per la propria azienda cercando di fare del proprio meglio. È chiaro che nei momenti di grosse difficoltà come questo, qualche appello allo Stato si fa. Ci si rende però conto che i mezzi dello Stato sono limitati e poco può fare, oltre a facilitare l'insediamento di nuove aziende.
Proprio su questo tema, non c'è necessità da parte vostra dell'introduzione di un piano regolatore cantonale che definisca esattamente i terreni da destinare a uso industriale?
È vero. Il terreno in Ticino è scarso e carissimo. La domanda però è: facciamo ancora in tempo a fare qualcosa? Abbiamo forse perso il treno sulla pianificazione. Ci sono però anche esempi positivi. Quanto portato avanti dal comune di Locarno, con la sua zona industriale a Riazzino, credo sia stata un'iniziativa interessante da seguire.
Il settore industriale crea il 21 per cento del pil cantonale. Le industrie però sono molto diverse tra loro. Alcune creano alto valore aggiunto e pagano stipendi con cui si è in grado di vivere in svizzera, altre invece no. Sono infatti numerose le industrie in Ticino che pagano salari ben al di sotto dei 3.000 franchi. Alcune raggiungono addirittura i 1.800 franchi. Sono imprese competitive col mercato asiatico ed est-europeo?
Il discorso del valore aggiunto lo si ripete dagli anni Sessanta, dicendo che bisogna valorizzare l'industria di qualità. Una politica senz'altro condivisibile. Non si può però generalizzare dicendo che queste aziende non portano nulla perché sfruttano solo il frontalierato a basso costo. Prendo ad esempio la Consitex del gruppo Zegna nel Mendrisiotto. 1.200 dipendenti di cui il 95 per cento è frontaliere. Bisogna però dire che l'indotto è comunque interessante, derivante dal domicilio dei signori Zegna in Ticino e dalla sede delle loro aziende. Sarebbe interessante avere uno studio che quantifichi l'indotto positivo e quello negativo.
Difendere aziende che presentano questi salari non è controproducente per l'industria ticinese nel suo complesso?
Aiti sta cercando di convincere le aziende affiliate a raggiungere, con una strategia pianificata nel tempo, la soglia minima dei 3.000 franchi. Aiti non può però imporre questa decisione alle imprese.
Ma con una pressione dei salari verso il basso e i pochi terreni disponibili occupati da questo genere di aziende, non si rischia di compromettere lo sviluppo dell'industria locale ad alto valore aggiunto?
Idealmente il discorso lo si può condividere, ma bisogna porsi la domanda se esiste un'industria ad alto valore aggiunto che voglia insediarsi in Ticino. Ne dubito. Per questo credo bisogna tirar fuori il meglio dalla situazione esistente, attuando una politica ragionevole concertata tra datori di lavoro e sindacati per raggiungere nel tempo dei minimi salariali sperando che industrie ad alta qualità vi si insediano. È il senso della nostra proposta ai sindacati di discutere sulle deroghe alle aziende in caso di difficoltà economiche in cambio del raggiungimento di un certo salario minimo. Più di questo non possiamo fare.
In ragione del dumping accertato in alcuni comparti industriali, l'istanza alla Tripartita inoltrata dai sindacati per l'introduzione di un ccl obbligatorio con salari minimi da 3.300 franchi non aiuterebbe questo processo?
Il dumping dichiarato dai sindacati nell'istanza alla Tripartita a noi non risulta. Gli abusi gravi non ci sono.
Scusi, ma un'inchiesta sui salari condotta dalle autorità cantonali nel 2010 attesta il dumping  in alcuni settori. Nell'industria delle apparecchiature elettriche addirittura è accertato il dumping per un lavoratore su tre.
A noi risultano solo pochissimi casi. E in quei casi, spesso di aziende non associate all'Aiti, il nostro auspicio è che si intervenga. Ma sul piano generale crediamo che la situazione sia diversa da quella dipinta dai sindacati. Vedremo quale decisione prenderà la Tripartita. Se non proporrà l'introduzione di un ccl con salari minimi, significa che i casi sono marginali.

«Il ccl sarebbe un enorme passo avanti»

La "presunta" crisi del franco forte vissuta da due operai nelle rispettive fabbriche

Alla manifestazione cantonale dell'industria a Cadempino abbiamo chiesto a Graziano e Gabriele, due operai attivi in ditte diverse, la consistenza della crisi vista dal loro posto di lavoro.

I dati economici dicono che l'esportazione dell'industria ticinese è cresciuta. Eppure i toni allarmistici rispetto al franco forte da parte del padronato erano costanti. Voi che la realtà la vivete direttamente, l'allarmismo era pretestuoso o reale?
Graziano: Io lavoro in un'azienda che esporta gran parte della sua produzione. Credo che la problematica del cambio possa aver influito, ma solo fino a un certo punto. Lo scorso anno ci hanno tolto la tredicesima adducendo il problema del franco forte. Sempre lo scorso anno abbiamo registrato il fatturato record da quando esiste l'azienda. E quest'anno ci avviamo a ripetere la performance. Hanno appena assunto 15 interinali e stanno pianificando il lavoro al sabato e la domenica su due turni. E io mi dico: la crisi dove sta? Temo stia nello speculare nuovamente su di noi. 
Gabriele, nella tua realtà aziendale invece com'è andata?
Lo scorso anno ci hanno attaccato con minacce su più fronti: lavoro gratuito, riduzione dei salari, maggiore flessibilità oraria, ecc. Forti di un sindacato che ci ha sempre sostenuto e di una commissione del personale che gode di una buona legittimità tra i dipendenti, siamo riusciti a controbattere i loro attacchi. E oggi stiamo vivendo una situazione di fortissima ripresa con ordinativi sul lungo periodo, tanto che sono stati assunti diversi interinali per coprire il carico produttivo. Non si deve dunque parlare di crisi, ma di mantenimento della loro redditività.
Quindi l'allarmismo del franco forte era ingiustificato?
Gabriele: Sicuramente all'inizio il franco forte deve aver dato una botta non da poco ai fatturati aziendali. In seguito però hanno recuperato la perdita del margine di profitto per i loro azionisti. Soprattutto da quando il cambio del franco è stato ancorato a uno e venti.
Quale opinione avete dell'istanza di contratto collettivo cantonale nell'industria presentato dai sindacati?
Graziano: Sarebbe un enorme passo avanti. In particolare per le lavoratrici, la categoria peggio retribuita e maltrattata.
Come valutate questa giornata?
Graziano: Di positivo trovo la volontà di unità sindacale nel portare avanti le istanze comuni di noi lavoratori dell'industria. Sappiamo come è andata nell'industria lo scorso anno. A chi gli hanno portato via la tredicesima, a chi parte del salario, a chi è stato chiesto lavoro gratis, insomma non è stato un buon momento per noi operai. È necessario fare fronte comune.
Gabriele: Mi auguro che da questa giornata d'incontro tra i due sindacati porti alla condivisione di idee che giungano all'orecchio di chi deve prendere provvedimenti contro quei personaggi che mirano solo a speculare nelle realtà aziendali deboli.

Pubblicato

Venerdì 8 Giugno 2012

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