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Dalle Alpi alle Ande, la responsabilità delle imprese secondo un antropologo ticinese

Lo studioso di Corteglia Geremia Cometti spiega il ruolo delle imprese svizzere in Perù e le ragioni per le quali l'Iniziativa multinazionali responsabili è necessaria.

di

Federico Franchini

 

Professore di antropologia e direttore dell'Istituto di etnologia all'Università di Strasburgo, l'antropologo ticinese Geremia Cometti (in mezzo nella foto) ha lavorato a lungo nelle Ande peruviane. Qui ha studiato la percezione del cambiamento climatico e l'impatto del settore estrattivo sulle comunità indigene andine di lingua quechua. Di passaggio in Ticino, dove è stato ospite con Dick Marty di una serata organizzata da Comundo sull'Iniziativa multinazionali responsabili, lo abbiamo intervistato proprio per cercare di capire meglio il suo lavoro e le relazioni tra quanto osservato in Sudamerica e la Svizzera.


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Professor Cometti, lei da dieci anni lavora nelle Ande peruviane studiando l’impatto del settore estrattivo sulle comunità locali. In generale quali sono le principali problematiche legate a questo settore?

 

La regione di Cuzco dove svolgo le mie ricerche è ricca di materie prime come oro, argento e rame e le operazioni del settore estrattivo destabilizzano fortemente gli equilibri delle popolazioni e degli ecosistemi locali. Il ministero dell’energia e delle miniere peruviano non esita a dare concessioni per lo sfruttamento del sottosuolo a compagnie private estere e nazionali. Molte di queste imprese cercano di convincere alcuni membri delle comunità locali promettendo loro elettricità, strade e lavoro per i padri di famiglia. Alcuni accettano e si creano dei conflitti all’interno delle stesse comunità. Così le compagnie private ne approfittano per installarsi ad ogni prezzo: legalmente o illegalmente.

Quale è il ruolo delle multinazionali con sede in Svizzera in tutto questo?

 

Direi che bisogna dividere la risposta in due: da una parte le multinazionali che operano direttamente in Perù e dall’altra quelle che ricevono il prodotto grezzo e lo raffinano in Svizzera. Nel primo caso troviamo coinvolta soprattutto la Glencore che possiede la miniera di rame Tintaya-Antapaccay nella provincia di Espinar, a 200 kilometri dalla città di Cuzco. Le persone che vivono nelle vicinanze di questa miniera a cielo aperto sono esposte ai metalli pesanti e delle analisi mediche in un rapporto governativo hanno riscontrato nei loro corpi la presenza di sostanze tossiche tra cui piombo, arsenico, mercurio e cadmio. Per questo motivo molti abitanti hanno cominciato a manifestare contro Glencore. Nel 2012, gli agenti di polizia hanno ucciso tre persone e arrestato il sindaco che si opponeva alla miniera. Negli ultimi anni varie Ong hanno denunciato altre violazioni dei diritti umani da parte del personale di sicurezza privato di Glencore sulle comunità locali. Un discorso simile va fatto anche per le imprese svizzere che non operano direttamente in Perù ma che raffinano la materia prima, in particolare l’oro, sul suolo elvetico.

 

Oro che, in buona parte, viene lavorato nelle tre raffinerie del Mendrisiotto, a pochi passi da dove è nato e cresciuto. Che effetto le fa questa filiera, che dal lontano – ma da lei conosciuto Perù – arriva sotto la porta di casa?

Devo ammettere che quando me sono reso conto ne sono rimasto molto colpito. Non ignoravo il fatto che ci fossero tre raffinerie nel Mendrisiotto. Quello che mi ha sorpreso sono le quantità e le percentuali. Basti pensare che in Svizzera si fonde in media il 70% dell’oro mondiale e la maggior parte viene fuso proprio in Ticino. Il Perù per esempio produce circa 160 tonnellate all’anno e l’80% di quest’oro approda nelle raffinerie svizzere. È per esempio il caso dell’oro estratto a Yanacocha, la miniera d’oro a cielo aperto più grande del Sudamerica, che si trova nella regione di Cajamarca, sempre in Perù. Negli ultimi anni è stata teatro di continue violenze perpetrate dalla polizia e dall’esercito contro le popolazioni indigene che si opponevano alla miniera. Amnesty International ha sottolineato che la responsabilità della Svizzera non è diretta perché la miniera di Yanacocha non appartiene a una multinazionale elvetica. Tuttavia, l’oro di questa miniera arriva in gran parte alla Valcambi di Balerna. Quest'ultima ha sempre declinato ogni responsabilità rispetto alle violazioni dei diritti umani e all’inquinamento provocato dalla miniera. Un recente rapporto dell’ONG Swissaid ha però mostrato che aziende come la stessa Valcambi o la Argor-Heraeus di Mendrisio non fanno ancora abbastanza sforzi sulla tracciabilità dell’oro per garantire gli standard minimi internazionali di protezione dei diritti umani.

 

In un recente articolo ha scritto che nemmeno la pandemia ha fermato il settore dell'oro in Perù. Cosa è successo?

 

Mi trovavo a Cuzco il 15 marzo 2020 quando il presidente peruviano Martín Vizcarra – che è stato tra l’altro destituito qualche giorno fa dal parlamento – ha decretato lo stato di emergenza nazionale per cercare di arginare la propagazione della pandemia. Unici luoghi aperti: negozi alimentari e farmacie. Scuole chiuse e mascherine obbligatorie per tutti anche all’esterno con reclusione immediata di 24 ore per chi non la indossa. Poi arriva improvvisamente la sorpresa: il 17 marzo il governo con un comunicato stringato concede una deroga al settore delle materie prime. Tutto il settore può continuare a operare nonostante la pandemia in corso. Questa deroga, arrivata dopo solo un giorno di confinamento nazionale la dice lunga sul peso e il potere di influenza delle lobby dell’industria del settore minerario sul governo di Lima.

 

La filiera non si è fermata in Sudamerica, ma nemmeno in Ticino...

 

In effetti è così. In aprile sono poi riuscito a rientrare in Svizzera e parlando con alcuni conoscenti del Mendrisiotto mi son reso conto che dopo una chiusura temporanea per via della pandemia, le raffinerie d’oro della regione avevano ripreso le attività a pieno regime grazie a delle deroghe arrivando fino a raddoppiare i turni di lavoro. Infatti mentre eravamo tutti in chiusi in casa pensando che tutto il mondo era bloccato, l’oro continuava ad arrivare all’aeroporto di Zurigo e le raffinerie continuavano a sfornare lingotti.


Lei ha studiato anche le lotte che le comunità locali conducono contro vari progetti minerari. Cosa emerge dalle sue ricerche antropologiche?

 

Attraverso le mie ricerche nelle Ande peruviane cerco di mostrare, soprattutto a un pubblico occidentale, che le manifestazioni delle comunità andine contro questi progetti industriali e artigianali di estrazione di materie prime non sono semplicemente l’espressione del rifiuto di uno sfruttamento delle loro risorse naturali, bensì una reazione contro lo sfruttamento di un’entità non umana, sia essa una montagna, un lago o un fiume, tutte considerate come membri integranti di una società che è composta da esseri umani e non umani. In altre parole, per queste società, non è solo un conflitto di natura economica o politica ma è molto di più perché hanno una maniera di concepire la natura e di relazionarsi con essa completamente diversa dalla nostra che è marcatamente antropocentrica.

 

Sarebbe quindi importante potere tutelare meglio queste entità non umane, al di là dell'approccio occidentale ancora basato sullo sviluppo sostenibile?

 

Considerare queste entità non umane come dei “luoghi vitali” che godono di veri e propri diritti in cui i diritti degli esseri umani sono subordinati a questi luoghi di vita, può portare verso un’evoluzione giuridica innovativa per far fronte alle crisi ecologiche che stanno vivendo le nostre società contemporanee. Questa proposta non è utopica. Per esempio, nel 2017 il parlamento della Nuova Zelanda ha già riconociuta la personalità giuridica al fiume Whanganui dopo una lotta portata avanti da più di un secolo dalle comunità Maori. Riconoscimenti giuridici di questo tipo sono avvenuti negli ultimi anni anche in India e in Colombia.

 

Sulla base di quanto ci ha detto, perché un Sì all'Iniziativa multinazionali responsabili è importante?

 

L’iniziativa per le multinazionali responsabili è indispensabile per indicare la via per un nuovo modello di sostenibilità nel rispetto dei diritti umani e ambientali.L’iniziativa colpirà solamente le multinazionali che non rispettano questi diritti fondamentali. Sappiamo bene che non stiamo parlando di 80.000 piccole e medie imprese come alcuni studi di parte vogliono farci credere. Ma vorrei ricordare che la Svizzera è anche il paese che ospita il Comitato internazionale della Croce Rossa ed è il paese depositario delle Convenzioni di Ginevra. Un’iniziativa come questa rientra perfettamente nell’immagine che vuole avere la Svizzera a livello internazionale. Inoltre, non sarebbe una legge cosi unica e innovativa perché anche la Francia, il Regno Unito o il Canada hanno già introdotto leggi simili.

 

Cosa pensa quando l'Iniziativa viene tacciata di “neocolonialista”?

 

Sorrido amaramente quando alcuni politici, penso alla Consigliera federale Karin Keller-Sutter o ai Consiglieri nazionali ticinesi del Ppd Marco Romano e Fabio Regazzi, parlano di un’iniziativa “neocolonialista” per il fatto che un tribunale svizzero si sostituirebbe a un tribunale locale. Una legge o un’azione può essere etichettata come neocolonialista quando impone la propria influenza sulla vita economica e politica in un paese con l’obiettivo di assoggettarlo a un nuovo tipo di sfruttamento. Al limite, posso concedere a questi politici il termine di “paternalistico” nel senso che in parte questa legge vuole rispondere ad alcune lacune dovute soprattutto alla corruzione. Ma lo fa per punire imprese svizzere che sfruttano questa corruzione proprio per assoggettare queste società al loro sfruttamento. È proprio questo il neocolonialismo che vuole combattere l’iniziativa. L’uso di questi termini è molto importante e trovo inaccettabile e grave che dei Consiglieri federali e nazionali si permettano di strumentalizzarli e di utilizzarli in questa maniera.

 

 

 

 

Pubblicato

Mercoledì 11 Novembre 2020

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