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Dalla parte degli ultimi e degli umiliati

di

Claudio Carrer
Ha sessantanove anni ma lavora con lo stesso entusiasmo e la stessa passione di quando iniziò la carriera di magistrato, nel lontano 1967. «Mamma mia, devo tornare indietro di un secolo», scherza Raffaele Guariniello, 69 anni, il pubblico ministero di Torino nel frattempo assurto a simbolo di una giustizia al servizio dell'ambiente e della salute. Conosciuto a livello internazionale per aver portato alla sbarra i massimi dirigenti dell'Eternit per i disastri causati dagli stabilimenti italiani in cui si lavorava l'amianto fino alla metà degli anni Ottanta, Guariniello è un magistrato «di vecchio stampo» che fa della discrezione una regola. Volentieri accetta dunque di essere intervistato dal nostro giornale per parlare della sua storia, dei suoi maestri e delle sue battaglie, ma chiede di evitare domande sui procedimenti in corso.

Ci fa accomodare in una delle sale riunioni della Procura della Repubblica, a pochi metri dal suo ufficio, al quinto piano del Palazzo di giustizia. Dalla finestra si può contemplare una Torino imbiancata da una leggera nevicata e parzialmente paralizzata. Al di qua del vetro, appoggiata sul davanzale, una celebre fotografia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i magistrati palermitani simbolo della lotta alla mafia assassinati durante la stagione delle stragi, nel 1992.
Quella del dottor Guariniello, classe 1941, figlio di un sarto salernitano emigrato al Nord in cerca di lavoro e di madre piemontese, è una storia diversa e interamente vissuta a Torino. A metà degli anni Sessanta è assistente del professor Giovanni Conso (uno dei suoi "fari" insieme a Norberto Bobbio e Alessandro Galante Garrone, eletti a "maestri di vita e di pensiero" sin dall'adolescenza) alla facoltà di Giurisprudenza dell'Ateneo subalpino, libero docente in procedura penale. Ha le porte spalancate per un brillante carriera universitaria, ma opta per la magistratura, dove vi entra come uditore all'Ufficio istruzione insieme a Gian Carlo Caselli (oggi Procuratore della Repubblica di Torino, ndr). «Poi le nostre strade si divisero: lui in Procura a caccia di terroristi, io in pretura a scavare nella vita dei lavoratori».
Inizialmente, la scelta fu dettata dalla sua avversione per le manette: «Non mi sono sin dall'inizio voluto occupare di criminalità, comune o organizzata che fosse, perché non ho mai amato i provvedimenti che restringono la libertà personale, soprattutto quando intervengono nel corso del procedimento. A me non importa tanto processare e mandare in galera le persone, quanto provare a eliminare il reato e far sì che la società recepisca le conclusioni investigative».
Appena iniziato a lavorare negli uffici giudiziari delle ex preture (che oggi non esistono più), l'interesse di Guariniello si concentra sull'ambiente, sulla sicurezza delle popolazioni e sulla tutela della salute sui luoghi di lavoro. In questo contesto, nell'estate del 1971, nasce la prima grande inchiesta che immediatamente fa salire il suo nome in cima alla scala della notorietà. L'appena trentenne Guariniello, con un mandato di perquisizione, invia la Guardia di finanza nientemeno che negli uffici della direzione della Fiat. Un evento clamoroso, quasi impensabile all'epoca. A partire dalla vertenza di un impiegato scontento della liquidazione, si era accertato che la grande azienda dell'auto aveva fatto schedare decine di migliaia di dipendenti, vittime di un vero e proprio spionaggio aziendale che ne soppesava opinioni e simpatie politiche e sindacali, l'ambiente famigliare, le abitudini di vita. «Si trattò di un'esperienza giudiziaria di un certo peso che mi mise subito a contatto col mondo della criminalità d'impresa», ricorda Guariniello. Il processo venne però sottratto ai giudici naturali: con un'ordinanza che fece scandalo venne trasferito a Napoli adducendo la ragione che a Torino il clima non sarebbe stato sufficientemente "sereno"; ma la Fiat fu condannata lo stesso, anche se poi il reato cadde in prescrizione.
La cosa fece molto arrabbiare il giovane pretore: «Fu uno scippo in piena regola, ma da allora giurai che avrei seguito fino in fondo la mia utopia: tutelare i soggetti più deboli, l'altra faccia del mondo del lavoro, facendo rispettare quelle leggi che in molti, troppo spesso, ignorano».
Di qui la scelta di specializzarsi sui temi del lavoro e dell'ambiente, che li considera, per certi aspetti, ancora più importanti della criminalità comune, «perché portano alla luce il rapporto tra economia e salute e mostrano come le ragioni dell'economia condizionano tutta la società». Fino al punto, «intollerabile», di mortificare la dignità degli uomini. «In tanti anni –racconta- ho conosciuto l'umiliazione dell'individuo in tutti i suoi aspetti: ho visto lavoratori che non parlano per paura di perdere il posto, giudici che non applicano le leggi per paura di non fare carriera, giornalisti che non scrivono per non finire disoccupati».
Con il passare del tempo, Guariniello capisce di essere diventato magistrato «per vocazione» e oggi è ancora convinto di aver operato la scelta giusta entrando in magistratura: «È un mestiere che ti consente di applicare la materia studiata alle situazioni concrete e che svolgo con un entusiasmo crescente. Malgrado tutti i limiti e le difficoltà, la mancanza di risorse, i processi lenti e così via, mi rendo infatti conto che questo ruolo permette non dico di risolvere i problemi della società (a cui devono pensare le forze politiche e sociali) ma di porre in evidenza alcune questioni e di contribuire a delle soluzioni».
A sessantanove anni, Guariniello dice di divertirsi «moltissimo» a fare il suo lavoro, a cui dedica «gran parte della giornata». Va in ufficio «tutti i giorni, anche di sabato, di domenica e durante le vacanze, magari fino a mezzanotte o all'una». Inoltre riuscendo, «per fortuna», a dormire solo quattro ore per notte, quando arriva a casa si immerge nelle letture scientifiche e giuridiche.
«Molti pensano che sia un sacrificio ma per me non è così: la cosa non mi pesa affatto». E poi, lascia intendere, non ci sono alternative: «Le cose da fare sono tante. Abbiamo creato una macchina che gira sempre a pieno regime e che produce lavoro. E io devo vedere tutto. Poi, quando si ottiene il risarcimento di una persona o di una famiglia che ha subito un lutto o è stata vittima di un infortunio, si è indotti a compiere sforzi ulteriori. Non è questo lo scopo del processo penale, ma il risultato di un risarcimento è importante. E lo stesso discorso vale quando si ottengono risultati di prevenzione, nei settori più disparati, che vanno da quello delle lampade abbronzanti con la loro pericolosità, ai cosmetici dati ai bambini che sono pieni di metalli pesanti. Sono tanti gli interventi che ci impongono di essere presenti sempre».
Durante la sua lunga attività di magistrato presso la procura torinese, Raffaele Guariniello, si è occupato dell'amianto, delle catene di montaggio della Fiat, delle botteghe dei panettieri e dei falegnami in cui ci si ammalava di cancro al naso, dei frullatori che saltavano in aria, del fumo nella redazione della Stampa, di elettrosmog, di doping nel calcio, dei videoterminali che rendono i lavoratori simili a talpe postmoderne, dei rumori in fabbrica, degli aborti spontanei legati a certe attività lavorative, dei rischi del personale sanitario per rapporto all'Aids, del benzene che provoca la leucemia a tanti benzinai, di mobbing e di altro ancora.
Servirebbe un elenco molto più lungo per descrivere i settori d'intervento del procuratore più salutista d'Italia, che dietro i mestieri più innocui, riesce spesso a scovare una sostanza o un'attività che minaccia la salute dei dipendenti.
Guariniello e i suoi collaboratori (che costituiscono un pool di cui fanno parte una decina di magistrati) non si limitano a raccogliere esposti e denunce, ma svolgono infatti un ruolo attivo nella ricerca della cosiddetta notizia di reato, per esempio attraverso la lettura di pubblicazioni scientifiche e altri strumenti come l'Osservatorio dei tumori professionali, creato poco più di dieci anni fa.
Si tratta di una struttura unica al mondo, ma molto semplice nel suo funzionamento, visto che fondamentalmente è una normale bancadati a cui lavorano del personale informatico e di polizia giudiziaria.
«Siamo partiti dalla semplice individuazione, grazie alla letteratura scientifica, di tutta una serie di tumori che possono essere dovuti a un'esposizione ambientale e in particolare lavorativa, come i mesoteliomi pleurici e peritoneali per quanto riguarda l'amianto, il tumore vescicale per le amine aromatiche o i tumori del naso nei lavoratori del legno o della concia. In seguito abbiamo indotto e convinto tutti i medici a segnalarci queste patologie, che noi registriamo. Dopo ogni segnalazione, noi verifichiamo la storia della persona per capire se può avere avuto un'esposizione a un fattore cancerogeno, collochiamo i casi per azienda, li approfondiamo ed eventualmente avviamo i procedimenti. Sui circa ventitremila casi analizzati sin qui, l'esposizione lavorativa è stata appurata in tredicimila, il che ci ha consentito di celebrare molti processi per tumori professionali. Tumori che in altre regioni d'Italia e, credo, in tutti i paesi d'Europa si perdono invece nelle corsie degli ospedali».


Prima vittoria al processo Eternit

Torino – Sono state accolte quasi tutte le oltre 6.300 richieste di costituzione di parte civile al processo Eternit in corso a Torino. Lo ha reso noto lunedì mattina il presidente della Corte Giuseppe Casalbore leggendo per quasi tre ore e senza nessuna pausa la lunga ordinanza. Un'ordinanza con la quale il tribunale del capoluogo piemontese ha accolto praticamente tutte le richieste di costituzione avanzate contro i signori dell'amianto, il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny e il barone belga Jan Luis Marie Ghislain De Cartier De Marchienne, condotti alla sbarra dal Sostituto procuratore di Torino Raffaele Guariniello. Guariniello che incassa così una prima importante vittoria in questo storico processo.
Dalla causa escono la Presidenza del Consiglio dei Ministri e l'Unione Europea, citate in giudizio come responsabili civili, più una decina di associazioni, tra le quali il Codacons, che per il giudice Casalbore non posseggono i requisiti necessari per far parte del processo. Il tribunale ha anche respinto le due questioni di legittimità costituzionale sollevate, rispettivamente, dai responsabili civili e dalle difese. Per quel che riguarda, in particolare, la questione di legittimità costituzionale sulla costituzione delle parti civili, il giudice ha rilevato che, benchè un numero molto elevato di parti civili costituite possa comportare un pericolo per la speditezza del processo, «questo aspetto può essere contrastato con gli strumenti dell'udienza e non con una questione di legittimità costituzionale».
Tornando invece alle richieste di esclusione di alcune parti civili presentate dalle difese, il giudice ne ha accolte in tutto una decina: restano fuori il Codacons, l'Osservatorio nazionale amianto, l'associazione "Monferrato oltre il mesotelioma" e il "Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro e del territorio". Sono state invece respinte le richieste di esclusione avanzate nei confronti di Legambiente, Wwf, "Associazione famigliari vittime dell'amianto", Inail, Inps, organizzazioni sindacali, Regione Emilia Romagna, Provincia di Reggio Emilia e Comune di Rubiera. Restano nel processo anche le persone che il 10 giugno del 1993, in occasione del primo processo Eternit agli allora vertici dello stabilimento di Casale Monferrato (la città di gran lunga più colpita dagli effetti delle micidiali polveri), sottoscrissero una transazione.
Ma dal banco delle difese, nel frattempo, si leva una voce minacciosa: «Il capo d'accusa è da rifare per la mancata traduzione di 240 documenti». Se questa istanza dovesse essere accolta, l'intero procedimento dovrà ripartire dall'udienza preliminare. I difensori dei due imputati hanno anche sostenuto che il capo d'accusa è stato formulato in maniera «generica e imprecisa», soprattutto per quel che riguarda il barone belga Louis De Cartier. L'avvocato Guido Carlo Alleva ha quindi parlato di «decreto viziato da una nullità radicale». «Se gli imputati dovranno tornare a difendersi - ha spiegato Alleva - chiediamo allora che possano farlo di fronte ad accuse chiare e precise». E alla prossima udienza, in programma lunedì, verrà sollevata anche una questione relativa alla competenza territoriale.


Una vita dalla parte degli umili e degli umiliati

 

Ha sessantanove anni ma lavora con lo stesso entusiasmo e la stessa passione di quando iniziò la carriera di magistrato, nel lontano 1967. «Mamma mia, devo tornare indietro di un secolo», scherza Raffaele Guariniello, 69 anni, il pubblico ministero di Torino nel frattempo assurto a simbolo di una giustizia al servizio dell'ambiente e della salute. Conosciuto a livello internazionale per aver portato alla sbarra i massimi dirigenti dell'Eternit per i disastri causati dagli stabilimenti italiani in cui si lavorava l'amianto fino alla metà degli anni Ottanta, Guariniello è un magistrato «di vecchio stampo» che fa della discrezione una regola. Volentieri accetta dunque di essere intervistato dal nostro giornale per parlare della sua storia, dei suoi maestri e delle sue battaglie, ma chiede di evitare domande sui procedimenti in corso.

Ci fa accomodare in una delle sale riunioni della Procura della Repubblica, a pochi metri dal suo ufficio, al quinto piano del Palazzo di giustizia. Dalla finestra si può contemplare una Torino imbiancata da una leggera nevicata e parzialmente paralizzata. Al di qua del vetro, appoggiata sul davanzale, una celebre fotografia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i magistrati palermitani simbolo della lotta alla mafia assassinati nel 1992.
Quella del dottor Guariniello, classe 1941, figlio di un sarto salernitano emigrato al Nord in cerca di lavoro e di madre piemontese, è una storia diversa e interamente vissuta a Torino. A metà degli anni Sessanta è assistente del professor Giovanni Conso (uno dei suoi "fari" insieme a Norberto Bobbio e Alessandro Galante Garrone, eletti a  "maestri di vita e di pensiero" sin dall'adolescenza) alla facoltà di Giurisprudenza dell'Ateneo subalpino, libero docente in procedura penale. Ha le porte spalancate per un brillante carriera universitaria, ma opta per la magistratura, dove vi entra come uditore all'Ufficio istruzione insieme a Giancarlo Caselli. «Poi le nostre strade si divisero: lui in Procura a caccia di terroristi, io in pretura a scavare nella vita dei lavoratori».
Inizialmente, la scelta fu dettata dalla sua avversione per le manette: «Non mi sono sin dall'inizio voluto occupare di criminalità, comune o organizzata che fosse, perché non ho mai
amato i provvedimenti che restringono la libertà personale, soprattutto quando intervengono nel corso del procedimento. A me non importa tanto processare e mandare in galera le persone, quanto provare a eliminare il reato e far sì che la società recepisca le conclusioni investigative».
Appena iniziato a lavorare negli uffici giudiziari delle ex preture (che oggi non esistono più), l'interesse di Guariniello si concentra sull'ambiente, sulla sicurezza delle popolazioni e sulla tutela della salute sui luoghi di lavoro. In questo contesto, nell'estate del 1971, nasce la prima grande inchiesta che immediatamente fa salire il suo nome in cima alla scala della notorietà. L'appena trentenne Guariniello, con un mandato di perquisizione, invia la Guardia di finanza nientemeno che negli uffici della direzione della Fiat. Un evento clamoroso, quasi impensabile all'epoca. A partire dalla vertenza di un impiegato scontento della liquidazione, si era accertato che la grande azienda dell'auto aveva fatto schedare decine di migliaia di dipendenti, vittime di un vero e proprio spionaggio aziendale che ne soppesava opinioni e simpatie politiche e sindacali, l'ambiente famigliare, le abitudini di vita. «Si trattò di
un'esperienza giudiziaria di un certo peso che mi mise subito a contatto col mondo della criminalità d'impresa», ricorda Guariniello. Il processo venne però sottratto ai giudici naturali: con un'ordinanza che fece scandalo venne trasferito a Napoli adducendo la ragione che a Torino il clima non sarebbe stato sufficientemente "sereno"; ma la Fiat fu condannata lo stesso, anche se poi il reato cadde in prescrizione. La cosa fece molto arrabbiare il giovane pretore: «Fu uno scippo in piena regola, ma da allora giurai che avrei seguito fino in fondo la mia utopia: tutelare i soggetti più deboli, l'altra faccia del mondo del lavoro, facendo rispettare quelle leggi che in molti, troppo spesso, ignorano».
Di qui la scelta di specializzarsi sui temi del lavoro e dell'ambiente, che li considera, per certi aspetti, ancora più importanti della criminalità comune, «perché portano alla luce il rapporto tra economia e salute e mostrano come le ragioni dell'economia condizionano tutta la società». Fino al punto, «intollerabile», di mortificare la dignità degli uomini. "In tanti anni –racconta- ho conosciuto l'umiliazione dell'individuo in tutti i suoi aspetti: ho visto lavoratori che non parlano per paura di perdere il posto, giudici che non applicano le leggi per paura di non fare carriera, giornalisti che non scrivono per non finire disoccupati".
E con il passare del tempo, Guariniello capisce di essere diventato magistrato «per vocazione» e oggi è ancora convinto di aver operato la scelta giusta entrando in magistratura: «È un mestiere che ti consente di applicare la materia studiata alle situazioni concrete e che svolgo con un entusiasmo crescente. Malgrado tutti i limiti e le difficoltà, la mancanza di risorse, i processi lenti e così via, mi rendo infatti conto che questo ruolo permette non dico di risolvere i problemi della società (a cui devono pensare le forze politiche e sociali) ma di porre in evidenza alcune questioni e di contribuire a delle soluzioni».
A sessantanove anni, Guariniello dice di divertirsi «moltissimo» a fare il suo lavoro, a cui dedica «gran parte della giornata». Va in ufficio «tutti i giorni, anche di sabato, di domenica e durante le vacanze, magari fino a mezzanotte o all'una». Inoltre riuscendo, «per fortuna», a dormire solo quattro ore per notte, quando arriva a casa si immerge nelle letture scientifiche e giuridiche.
«Molti pensano che sia un sacrificio ma per me non è così: la cosa non mi pesa affatto». E poi, lascia intendere, non ci sono alternative: «Le cose da fare sono tante. Abbiamo creato una macchina che gira sempre a pieno regime e che produce lavoro. E io devo vedere tutto. Poi, quando si ottiene il risarcimento di una persona o di una famiglia che ha subito un lutto o è stata vittima di un infortunio, si è indotti a compiere sforzi ulteriori. Non è questo lo scopo del processo penale, ma il risultato di un risarcimento è importante. E lo stesso discorso vale quando si ottengono risultati di prevenzione, nei settori più disparati, che vanno da quello delle lampade abbronzanti con la loro pericolosità, ai cosmetici dati ai bambini che sono pieni di metalli pesanti. Sono tanti gli interventi che ci impongono di essere presenti sempre».

Alla ricerca dei tumori perduti

Si è occupato dell'amianto, delle catene di montaggio della Fiat, delle botteghe dei panettieri e dei falegnami in cui ci si ammalava di cancro al naso, dei frullatori che saltavano in aria, del fumo nella redazione della Stampa, di elettrosmog, di doping nel calcio, dei videoterminali che rendono i lavoratori simili a talpe postmoderne, dei rumori in fabbrica, degli aborti spontanei legati a certe attività lavorative, dei rischi del personale sanitario per rapporto all'Aids, del benzene che provoca la leucemia a tanti benzinai, di mobbing e di altro ancora. Servirebbe un elenco molto più lungo per descrivere i settori d'intervento del procuratore più salutista d'Italia, che dietro i mestieri più innocui, riesce spesso a scovare una sostanza o un'attività che minaccia la salute dei dipendenti.
Guariniello e i suoi collaboratori (del pool fanno parte una decina di magistrati) non si limitano a raccogliere esposti e denunce, ma svolgono infatti un ruolo attivo nella ricerca della cosiddetta notizia di reato, per esempio attraverso la lettura di pubblicazioni scientifiche e altri strumenti come l'Osservatorio dei tumori professionali, creato poco più di dieci anni fa. Si tratta di una struttura unica al mondo, ma molto semplice nel suo funzionamento: «Abbiamo semplicemente individuato, grazie alla letteratura scientifica, tutta una serie di tumori che possono essere dovuti a un'esposizione ambientale e in particolare lavorativa, come i mesoteliomi pleurici e peritoneali per l'amianto, il tumore vescicale per le amine aromatiche o i tumori del naso nei lavoratori del legno o della concia. In seguito abbiamo indotto e convinto tutti i medici a segnalarci queste patologie. Dopo ogni segnalazione, noi verifichiamo la storia della persona per capire se può avere avuto un'esposizione a un fattore cancerogeno, collochiamo i casi per azienda, li approfondiamo ed eventualmente avviamo i procedimenti.
Sui circa ventitremila casi analizzati sin qui, l'esposizione lavorativa è stata appurata in tredicimila, il che ci ha consentito di celebrare molti processi per tumori professionali. Tumori che in altre regioni d'Italia e, credo, in tutti i paesi d'Europa si perdono invece nelle corsie degli ospedali».

Si sente un cavaliere solitario?
Più che pensare alla mia solitudine, sto cercando di far capire che c'è la necessità di estendere questa esperienza a tutto il paese, magari creando un nuovo strumento organizzativo a livello giudiziario che consenta un intervento unitario e senza disparità tra un territorio e l'altro. Andrebbe in particolare creata una Procura nazionale in materia di sicurezza sul lavoro, della cui necessità mi rendo sempre più conto. Vi sono infatti realtà locali allarmanti: ho recentemente appreso dal procuratore di Vibo Valentia (Calabria) che in quella zona negli ultimi dieci anni sono stati avviati ventuno procedimenti per infortuni sul lavoro. È evidente che i medici locali hanno paura di allestire i referti, il che è intollerabile.


Per la sua attività d'inchiesta negli ultimi decenni è più volte stato bollato come il "rompiscatole" degli industriali piemontesi. Si riconosce in questa definizione?
La definizione non mi piace troppo, ma l'accusa in sé mi lascia del tutto indifferente. Questioni come la tutela della salute dei lavoratori e la prevenzione degli infortuni vanno affrontate con rigore. A qualcuno può anche dare fastidio ma non è una ragione per non agire. Il problema che vedo è quello di rendere uniforme il trattamento in tutti gli ambienti di lavoro del paese, onde evitare le discriminazioni che ci sono non solo tra lavoratore e lavoratore ma anche tra impresa e impresa.

Con le sue inchieste lei va spesso a scontrarsi con il potere economico. In che misura questo rende difficile il suo lavoro?
Come pubblico ministero incontro evidentemente molte resistenze e difficoltà, però devo dire (sghignazza) che ho sempre fatto quello che in coscienza ritenevo di dover fare e che, per ora, nessuno mi ha mai costretto a fare qualcosa che non mi sentivo di dover fare.

I salariati sono tutti egualmente minacciati dalle malattie professionali, indipendentemente dalla loro collocazione sociale?
I rischi sono molto specifici dei diversi ambienti di lavoro. In un ufficio non ci sono i rischi di un'acciaieria ma ve ne sono altri, anche significativi. Penso per esempio a quelli legati alla presenza di videoterminali e a quelli di natura psicosociale che possono essere dovuti (per esempio in una banca) alla paura di subire una di rapina. Non vi sono professioni o patologie di cui ci si può disinteressare.

L'aumento dei ritmi di lavoro e l'eterna corsa al profitto in che misura incidono sul rischio di malattia professionale?
Sono aspetti molto rilevanti di cui tiene conto anche la nuova legislazione italiana in materia di sicurezza sul lavoro. Legislazione che ha accoppiato alla responsabilità penale delle persone fisiche (datore di lavoro, dirigente, eccetera), la cosiddetta "responsabilità amministrativa degli enti", cioè una responsabilità della società per l'illecito commesso dalla persona fisica. Di fronte ad un infortunio sul lavoro, adesso si va dunque anche a verificare se non ci sia una responsabilità della società. Responsabilità che è data quando il reato è stato commesso dal suo autore nell'interesse o a vantaggio della stessa. Questo comporta la necessità di indagare a fondo non solo sulle motivazioni dell'agire di una singola persona, ma anche sulle ragioni per cui è avvenuto l'infortunio, sulla politica aziendale in materia di sicurezza, eccetera. Nel processo ThyssenKrupp (l'acciaieria di Torino in cui due anni fa morirono in un rogo sette operai, ndr) in corso a Torino abbiamo per esempio ottenuto il rinvio a giudizio anche della società per la sua politica aziendale, in quanto aveva deciso di non più fare investimenti in quello stabilimento che era in via di dismissione.

Oltre ai grandi processi in corso (Eternit e Thyssenkrupp), di cosa si sta occupando il suo pool in questo periodo?
La società, purtroppo, ci offre costantemente tantissimi spunti d'indagine. Attualmente stiamo lavorando molto, per quel che riguarda l'ambiente di lavoro, su patologie tumorali accadute a lavoratori che non svolgono attività che comportano l'uso della sostanza cancerogena ma che operano in ambienti in cui essa è presente. È il caso per esempio d'insegnanti che muoiono di mesotelioma da amianto per aver lavorato in strutture scolastiche non risanate. Siamo poi seguendo un filone d'indagine del tutto nuovo che riguarda la tutela del consumatore e che va a toccare in particolare i cosmetici e gli integratori.


In linea generale, crede che i suoi processi abbiano lasciato degli insegnamenti nel mondo industriale?
I primi processi suscitarono stupore e qualcuno li considerava una minaccia per la sopravvivenza delle aziende. Ma in tanti anni di lavoro non ne ho vista chiudere nemmeno una. Ho invece visto crescere, almeno nella regione Piemonte, una cultura della sicurezza. Ho incontrato anche imprenditori che hanno sgarrato e, una volta condannati, sono venuti a ringraziarmi per averli obbligati a mettersi in regola. Penso per esempio alle inchieste contro i rumori in fabbrica, che hanno costretto le imprese a investire nell'innovazione tecnologica, che alla fine ha migliorato la qualità della vita, ma anche il livello della produzione. E poi, non si deve dimenticare che vi sono pure tanti imprenditori per bene che rispettano la legge e la salute dei loro dipendenti.
Purtroppo però in questi anni ho anche visto crescere nuovi problemi, come quello dell'inserimento nel mondo del lavoro degli extracomunitari, che a causa della scarsa formazione sono più soggetti al rischio d'infortunio. Un problema quello della scarsa formazione che condiziona pesantemente anche la salute dei salariati con contratti atipici. Contratti che costituiscono una nuova fonte d'insicurezza sul lavoro.

L'amianto è stata definita la sostanza killer del secolo scorso. A suo avviso ve ne sono altre di largo uso oggi che potrebbero mostrare effetti altrettanto devastanti tra qualche decennio?
Vi sono alcuni fattori di rischio, come i campi elettromagnetici o le centrali nucleari (che l'Italia intenderebbe costruire), su cui vi è una discussione aperta. Ritengo che, per non commettere gli errori del passato (quando parlando di amianto l'indicazione era quella non far sapere che fa male alla salute), andrebbe sempre seguito il cosiddetto "principio di precauzione". Principio, acquisito dalla legislazione europea, che impone di adottare misure volte a contenere un rischio, anche quando non si ha la certezza scientifica della sua esistenza. Naturalmente c'è un problema di rapporto tra risorse disponibili e situazione di possibile rischio e tocca alla società definire quanto è disposta a spendere.

La disturba il fatto che in Italia la giustizia sia costantemente al centro del dibattito politico?
No. Penso che sia un'ottima cosa che si parli della giustizia e delle riforme che necessita. Il progetto di legge sul "processo breve" attualmente in discussione solleva per esempio una questione reale, ma ha il difetto di limitarsi a fissare una durata massima di sei anni e mezzo (che in sé sono fin troppi) senza occuparsi di mettere a disposizione dei tribunali le risorse necessarie. In Italia molti processi vanno a rilento per esempio solo perché mancano cancellieri di tribunale.

E come reagisce ai continui attacchi alla magistratura da parte dello stesso governo?
In generale, preferisco le critiche agli elogi, perché portano alla luce problemi reali e contribuiscono a far crescere. Se le critiche costruttive vanno prese in considerazione, i linciaggi non meritano per contro neppure risposta: delegittimano chi li fa.

Segue con attenzione la vita politica?
Data l'età, sono un procuratore di vecchio stampo e credo molto al magistrato che si tiene lontano dal dibattito e dalle controversie politiche. Il magistrato, in particolare quello penale, ha un ruolo delicatissimo, perché fa dei processi che coinvolgono delle persone fisiche, degli imputati e dunque deve garantire trasparenza e neutralità. Deve dare l'impressione di non far parte di un partito o di avere legami particolari.

Cosa pensa allora dei magistrati che entrano in politica?
Anche il magistrato deve avere il diritto di entrare in politica, ma sarei dell'idea di introdurre una norma che imponga un periodo di attesa di almeno cinque anni. Non mi va l'idea che a un magistrato venga offerta una carriera politica in considerazione delle cose fatte in magistratura o che solo lo si possa pensare

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Venerdì 5 Marzo 2010

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