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Dalla difesa alla sicurezza

di

Silvano De Pietro
Tra le conseguenze determinate alla fine degli anni Ottanta dalla scomparsa della minaccia rappresentata dall’Unione sovietica, oltre alla globalizzazione dell’economia e al delirio d’onnipotenza degli Usa, c’è anche la potenza militare costosa e pericolosa, ma ormai soprattutto inutile, di cui si sono trovati a disporre i paesi occidentali. E sotto questo aspetto la Svizzera non è un’eccezione. Anche qui, l’evoluzione delle minacce (non più un potente nemico ben individuato, ma uno sfuggente e poco conosciuto terrorismo internazionale) e le nuove pressanti esigenze di risparmio hanno imposto il ripensamento delle strutture militari. Una prima riforma, detta Esercito XXI ed approvata dal popolo il 18 maggio 2003, ha introdotto tre importanti novità: la riduzione di un terzo degli effettivi dell’esercito (dal momento che i militari sono prosciolti prima dal servizio militare); la possibilità, per il 15 per cento delle reclute di ogni anno civile, di prestare tutto il servizio d’istruzione in una sola volta; la semplificazione della struttura dell’esercito. Ma subito è parso chiaro che quella riforma non sarebbe bastata. Già nel 2004 il Consiglio federale aveva cominciato a pensare a nuove misure per «ottimizzare l’attuazione della riforma dell’esercito». Tra i motivi veniva indicata «segnatamente la crescente importanza assunta dagli impieghi a favore delle autorità civili, che riflette l’evoluzione delle minacce (in particolare gli attentati di New York e di Madrid)». Dunque, la difesa nazionale in senso classico non è più il compito principale dell’esercito, che dovrà invece adeguarsi ad un nuovo concetto di difesa, pur mantenendo intatto il sistema di milizia. Questa, in sintesi, la decisione presa l’11 maggio scorso dal Consiglio federale ed illustrata il giorno dopo alla stampa dal presidente della Confederazione e ministro della difesa, Samuel Schmid. Il primo concetto che Schmid ha voluto sottolineare, è che «anche domani la Svizzera avrà un esercito di milizia di 220 mila uomini», il cui compito rimane la difesa nazionale. Ma che cosa s’intende oggi per “difesa nazionale”? Nel 1945, ha detto Schmid, “difesa” significava guardia alle frontiere. Oggi significa: primo, «proteggere e garantire sicurezza alla nostra società altamente tecnicizzata»; secondo, proteggere l’infrastruttura dei trasporti e dell’energia; terzo, consentire alla Svizzera di potere svolgere il suo ruolo di ospite di conferenze internazionali. Tale cambiamento del concetto di difesa è dovuto al fatto che «la minaccia terroristica è reale. L’11 settembre 2001 negli Usa e l’11 marzo 2004 in Spagna lo provano». Una guerra classica in Europa è improbabile, ma non la si può escludere completamente; mentre il tema della sicurezza passa sempre più attraverso la cooperazione internazionale, per cui il promovimento della pace diventa parte della difesa nazionale. Date queste premesse, il Consiglio federale ha deciso uno spostamento delle priorità dell’esercito a beneficio degli impieghi di sicurezza. Di conseguenza, l’istruzione, l’equipaggiamento e l’impiego di gran parte delle formazioni di fanteria saranno orientati a tale genere di compiti (protezione di opere e di assi, impieghi nei settori di frontiera). Questa evoluzione permetterà pure di assegnare reparti addestrati per operazioni di sicurezza agli impieghi a favore delle autorità civili (protezione di conferenze, compiti di sorveglianza, quindi «protezione della popolazione e delle infrastrutture»). La missione di difesa nel senso classico dovrà concentrarsi sulla salvaguardia delle competenze di base indispensabili per un eventuale «potenziamento» dell’esercito. Le formazioni di combattimento e di appoggio al combattimento riceveranno istruzione ed addestramento orientati ai compiti di difesa classica per mantenere un nucleo di competenze. Nell’ambito dell’impiego a favore delle operazioni di mantenimento della pace, l’esercito dovrà invece essere in grado, a partire dal 2008, di impiegare simultaneamente 500 militari in questo genere di missioni. La partecipazione dei soldati di milizia alle operazioni di mantenimento della pace continuerà ad avvenire su base volontaria. Per contro, il personale professionista sarà tenuto a parteciparvi in funzione dei bisogni. «Al centro delle forze di sicurezza vi è il fante moderno, bene istruito e bene equipaggiato», ha detto ancora il ministro della difesa. Una forza mobile, insomma, che valorizzi molto l’impiego di uomini, quindi la fanteria, con il compito di impedire la violenza «in un contesto di minacce diffuse» (cioè il terrorismo di portata strategica). In pratica si tratta di compiti di sorveglianza delle infrastrutture e di settori di frontiera, garantendo la sicurezza del territorio rispetto a tutto ciò che è violenza “al di sotto della soglia bellica”. Gli effettivi, compresa la riserva di 80 mila uomini, rimarranno invariati. Si rinuncerà ai centri di reclutamento di Losone e di Steinen, e di chiudere il centro di Nottwil all’inizio del 2008. Sarà invece realizzato il centro di reclutamento del Monte Ceneri. Ma questa trasformazione di una gran parte dell’esercito in una specie di corpo di polizia, ovviamente non può piacere alla sinistra. Il Pss ha detto in modo chiaro che apprezza la riduzione delle capacità di difesa classica ed il potenziamento delle missioni di pace all’estero, ma trova assolutamente ingiustificato che si mantenga un organico ancora così numeroso. In un comunicato il Pss auspica che si apra «il dibattito sul nuovo modello di servizio militare, mettendo in questione il principio dell’obbligo generale del servizio militare». Haering: “uno sbaglio politico” «Il Consiglio federale non è affatto disposto ad affrontare il problema alla radice». Questa è stata la prima reazione della consigliera nazionale socialista Barbara Haering, esperta in politica di sicurezza, all’annuncio della decisione presa dal governo. Nella seguente intervista le abbiamo quindi chiesto la sua valutazione . Signora Haering, perché il Partito socialista svizzero respinge, tra le nuove priorità dell’esercito, il rafforzamento degli impieghi di sicurezza? I nuovi passi nella riforma dell’esercito riducono la difesa nazionale e rafforzano l’impegno per le operazioni all’estero di sostegno alla pace. Ambedue sono passi importanti. Ma poiché secondo il Consiglio federale l’esercito non può essere ridotto, rimangono da 50 a 100 mila soldati da utilizzare per la sicurezza interna. Questo è politicamente sbagliato e non è conforme né ai doveri legali, né alle competenze dell’esercito. È in primo luogo compito della polizia garantire la sicurezza interna. Ma il presidente della Confederazione, Samuel Schmid, ha parlato di un cambiamento del concetto di difesa, per cui l’esercito ha un ruolo da svolgere anche rispetto alla sicurezza interna. Il Pss ha sempre respinto per ragioni politiche l’impiego dell’esercito in funzione della sicurezza interna. Se il confine tra sicurezza esterna e sicurezza interna venisse superato dalla criminalità terroristica, allora potrei accettare in situazione di crisi l’impiego dell’esercito svizzero a protezione di specifici obiettivi, come ad esempio la linea ferroviaria del Gottardo; ma in nessun caso accetterei che venisse impiegato all’interno del paese contro le persone. Alla difesa classica verranno destinate 18’500 membri attivi dell’esercito: una forza molto piccola. È assolutamente necessario garantire ancora oggi una capacità di difesa della Svizzera? La probabilità di una guerra tradizionale in Europa con relativo attacco alla Svizzera è infinitamente piccola. È quindi giusto non impiegare per questo improbabile rischio le già scarse risorse pubbliche. Un esercito di milizia con una piccola truppa d’élite non rappresenta quasi più un sistema di milizia. Il Pss vuole la fine dell’esercito di milizia? Come dovrebbe allora cambiare il principio generale del servizio militare obbligatorio? La questione non è più se l’obbligo del servizio militare debba essere abolito oppure no, ma piuttosto quando ciò dovrebbe avvenire e quale modello di servizio dovrebbe prenderne il posto. Ad un esercito i cui compiti siano adeguati ai rischi attuali bastano 50 mila soldati, di cui un quarto prontamente disponibile all’impiego. Organici così ridotti non potrebbero più essere reclutati tramite l’obbligo di servizio, poiché per tale obbligo non esiste alcuna legittimazione morale ed il principio della parità di trattamento dei coscritti viene violato. Il modello d’esercito approvato due anni fa dal popolo può ancora essere mantenuto? Il Pss decise allora l’astensione su Esercito XXI, poiché i provvedimenti di riforma andavano sì nella giusta direzione, ma erano insufficienti. Raramente la storia dà così presto ragione a qualcuno. Il progetto Esercito XXI appare già superato e finanziariamente insostenibile.

Pubblicato

Venerdì 20 Maggio 2005

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