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Dalla Maggia al Tigri

di

Francesco Bonsaver
«Se non verrà concessa la garanzia statale per la diga Ilisu in Turchia, sono a rischio una decina di posti di lavoro alla Ingegneria Maggia» ha comunicato martedì all'Agenzia telegrafica svizzera il direttore Urs Müller della ditta locarnese. La garanzia ai rischi all'esportazione della Confederazione sembra essere sempre più compromessa a seguito del mancato rispetto dei requisiti di tutela sociale e ambientale chiesti al governo turco da Svizzera, Germania e Austria. Senza la garanzia statale, rischia di sfumare l'affare per le quattro ditte svizzere coinvolte, fra cui la ticinese Ingegneria Maggia. Un ennesima puntata dell'eterna lotta fra il rispetto dei diritti umani e dell'ambiente in un paese terzo e gli interessi economici nazionali, con eventuali risvolti occupazionali locali.

C'è dunque anche un pezzo di Ticino nella costruzione della diga Ilisu in Turchia. Fra le quattro imprese svizzere pronte a partecipare all'affare (Alstom, Colenco, Stucky) vi è anche la locarnese Ingegneria Maggia Sa.
Il governo svizzero ha approvato nel 2007 la decisione di sostenere le quattro ditte elvetiche con un'assicurazione di 225 milioni di franchi contro i rischi di esportazione per le forniture e i servizi ingegneristici. Nel caso le cose vadano male nella costruzione della diga, le quattro ditte non rischierebbero finanziariamente nulla perché gli eventuali costi sarebbero sostenuti dalla Confederazione. Ma non è ancora detto che sia così. La Svizzera, l'Austria e la Germania, gli altri due paesi europei che hanno deciso di garantire la copertura finanziaria alle imprese nazionali coinvolte nella costruzione della diga di Ilisu, hanno posto al governo turco il rispetto di condizioni sociali, ambientali e culturali.
La costruzione della centrale idroelettrica in Turchia è infatti molto contestata sia in Turchia che all'estero. Numerose organizzazioni non governative, fra le quali è molto attiva sul tema la Dichiarazione di Berna, hanno sottolineato l'impatto devastante del progetto Ilisu nella regione. Un rapporto di esperti indipendenti ha evidenziato i molti rischi legati alla realizzazione del progetto, convincendo anche le autorità elvetiche, austriache e tedesche, a condizionare il sostegno internazionale al rispetto di una lista di 150 criteri. Particolarmente gravi appaiono gli effetti sulla popolazione locale e l'impatto ambientale nella regione (cfr. riquadrato sotto).
La settimana scorsa si è tenuta a Vienna una riunione fra i tre paesi finanziatori del progetto per valutare il rispetto dei criteri da parte del governo turco. Malgrado non sia ancora stata espressa una posizione ufficiale, il ministro degli esteri austriaco Michael Spindelegger ha dichiarato alla televisione nazionale Orf che «allo stadio attuale la Turchia non ha adempiuto alle condizioni». Fonti autorevoli da noi contattate hanno confermato l'intenzione di concedere un'ulteriore proroga al governo turco di sei mesi per realizzare quanto richiesto. In questo contesto va letta la dichiarazione resa questo martedì all'Agenzia telegrafica svizzera da Urs Müller, direttore di Ingegneria Maggia, in merito ad una possibile perdita di posti di lavoro nel caso non fosse concessa la garanzia ai rischi all'esportazione da parte del governo elvetico. «La Turchia procederebbe comunque alla costruzione della diga e gli ingegneri svizzeri verrebbero eventualmente sostituiti da specialisti cinesi o di altri paesi: e ciò metterebbe a repentaglio una decina di posti di lavoro della società ticinese» ha affermato Müller. Un modo non tanto velato di far pressione affinché la Svizzera conceda la garanzia in ogni caso, rispetto o meno delle condizioni di tutela sociale e ambientale. Della serie, «tanto se non lo facciamo noi, lo fa qualcun altro». Ma non è detto che sia così. Già nel 2002 il progetto Ilisu era stato affossato perché imprese di costruzione e la banca Ubs, finanziatrice dell'operazione, avevano rinunciato a seguito delle forti proteste. E fino ad oggi, l'Austria, la Germania e la Svizzera sembrano seriamente intenzionate a subordinare il credito alle condizioni poste.
Già ad inizio ottobre, la Consigliera federale Doris Leuthard aveva dichiarato al parlamento: «Se i requisiti stabiliti nell'accordo non saranno rispettati, le assicurazioni di copertura dei rischi alle esportazioni potranno prendere dei provvedimenti. Quale ultima opzione l'accordo può dunque essere sciolto. Sta comunque agli enti preposti far rapporto sull'evoluzione del progetto ed iniziare la procedura per una sospensione dei crediti necessari alla costruzione della diga». In altre parole, non sarà l'autorità politica ad annullare i crediti, ma sarà una decisione puramente amministrativa dell'Assicurazione svizzera contro i rischi delle esportazioni (Asre). area ha quindi chiesto all'Asre se l'ulteriore proroga di sei mesi poteva avere una conseguenza sulla richiesta di credito. La portavoce dell'Asre, Sonja Kohler, ci ha così risposto: «i tre paesi non hanno ancora deciso nel caso di Ilisu. Prossimamente lo faranno insieme. Ciò significa che non possiamo confermare quanto detto dal ministro austriaco degli affari esteri alla televisione pubblica». La questione è delicata, diplomaticamente parlando.
Nel contesto della diga Ilisu, assume anche un'importanza il netto cambiamento dei rapporti diplomatici tra governo svizzero e quello turco avvenuto negli ultimi due mesi. Solo qualche anno fa, le relazioni tra i due paesi erano a dir poco molto fredde. Oggi è tutto uno scambio di sorrisi e regali. A fine ottobre è la ministra Micheline Calmy Rey ad inaugurare la serie di viaggi del governo in Turchia, seguita a novembre prima da Pascal Couchepin e poi da Doris Leuthard. A fine anno sarà la volta di Eveline Widmer-Schlumpf.
I motivi di tanto interesse sono principalmente di geopolitica economica, relativi alla via turca del petrolio e gas destinati anche alla Svizzera. Per ingraziarsi le autorità turche, il governo svizzero ha deciso un giro di vite nei confronti del Partito dei lavoratori curdi (Pkk) e ha rinviato agli storici un giudizio sul genocidio armeno. La diga di Ilisu ricopre quindi anche un ruolo nei rapporti tra i due paesi. Sotto questa luce, la paura della ditta Ingegneria Maggia di perdere eventualmente dieci posti di lavoro va relativizzata rispetto alla posta in gioco.
A breve si vedrà se i diritti umani, il rispetto dell'ambiente e del patrimonio culturale saranno sacrificati, ancora una volta, in nome d'interessi geopolitici ed economici.

Danni sociali e ambientali

L'impianto di Ilisu sarebbe il più grande impianto idroelettrico in Turchia, con una diga lunga 1.820 metri ed alta 135 metri situata sul fiume Tigri a 65 Km dal confine con la Siria e l'Iraq ed un bacino di 313 Km quadrati.
La costruzione della diga comporterà l'evacuazione di oltre 55mila persone, che perderanno casa, terra e attività economiche. La popolazione locale è in grande maggioranza di origine curda, un gruppo etnico a cui le autorità turche, secondo Amnesty International, negano i diritti più elementari. Da decenni nella regione è in corso un conflitto tra le organizzazioni curde e le autorità turche.
In gioco anche questioni geopolitiche. Nel caso fosse realizzata la diga, la Turchia avrà il controllo diretto della portata dei fiumi Tigri e Eufrate, cioè l'afflusso d'acqua verso Iraq e Siria, quando tuttora non esiste un accordo formale tra i tre paesi sulla suddivisione delle acque. Secondo gli esperti, questa situazione rappresenterebbe un'ulteriore fonte di conflitto in una zona già notoriamente instabile.
Un altro potenziale danno causato dal progetto idroelettrico riguarda il patrimonio archeologico. Il lago artificiale sommergerà l'antica città di Hasankeyf, le cui origini risalgono a 12 mila anni fa, e altri 200 siti archeologici.

Pubblicato

Venerdì 19 Dicembre 2008

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