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Dal sindacato al palazzo

di

Gianfranco Helbling
Neoeletto consigliere nazionale sulla lista socialista del canton Berna, André Daguet non è uno sconosciuto della vita politica nazionale. Prima di approdare, sette anni fa, al sindacato Flmo, Daguet è stato infatti segretario del Pss e braccio destro dell'allora presidente del partito, il vulcanico Peter Bodenmann. Attualmente Daguet è vicepresidente della Flmo e si occupa in particolare della coordinazione della politica contrattuale del sindacato. In questa intervista spiega il senso del suo nuovo impegno politico. André Daguet, cosa l’ha spinta in questo momento a tentare l’avventura politica a livello federale? Lavorando alla Flmo ho capito che l’attività sindacale poggia su due pilastri: da un lato la politica contrattuale, che è il fondamento del lavoro sindacale per definire le condizioni di lavoro, per lottare contro la disoccupazione e le ristrutturazioni e così via; dall’altro ci sono però problemi esistenziali, che toccano direttamente le condizioni di vita dei salariati, che vengono regolati a livello politico (basti pensare all’Avs, al secondo pilastro, agli accordi bilaterali e alle misure d’accompagnamento). Ho quindi capito quanto sia importante che la voce del sindacato si faccia sentire anche nelle istanze politiche, a maggior ragione oggi che i sindacati sono la forza con la più grossa capacità di mobilitazione in Svizzera: i sindacati non sono un partito, ma certamente sono il movimento politico e sociale più importante del Paese. Come si distinguono allora i ruoli fra il Pss e il movimento sindacale? Innanzitutto bisogna chiarire che i sindacati non potranno assumere il ruolo dei partiti politici, perché hanno funzioni ben diverse. Ma non si può nemmeno dire che i partiti di sinistra siano in qualche modo il braccio politico dei sindacati: nel Pss stesso ci sono significative correnti che non si riconoscono nelle posizioni sindacali, basti pensare a questioni come il servizio pubblico, la Legge sul mercato dell’energia elettrica ecc… Ciò non toglie comunque che senza un’ampia mobilitazione in tutta la Svizzera non si riuscirà a fermare lo smantellamento sociale cui stiamo assistendo attualmente. L’attuale offensiva della destra dimostra quanto oggi sia particolarmente necessario avere una sinistra che nel complesso sia più forte e quindi quanto sia utile una folta rappresentanza sindacale in parlamento. Con quali obiettivi inizia il suo lavoro in parlamento? Il centro del mio interesse sarà il complesso di temi della Svizzera sociale: mi occuperò quindi di assicurazioni sociali e di politica economica, impegnandomi per un effettivo rilancio dell’economia per creare impiego. Su questi temi nel gruppo socialista ci suddivideremo un po’ i compiti anche fra i diversi esponenti del mondo sindacale. Lei è romando o svizzero tedesco? Sono di origini romande e sono nato a Losanna, mio padre era romando ma bilingue, mentre mia madre era svizzero-tedesca. Mi trovo quindi fra le due culture, e capisco molto bene i sentimenti dei romandi, anche se le esperienze professionali e la mia vita mi hanno un po’ più radicato nella Svizzera tedesca. Credo che anche per il movimento sindacale sia importante creare dei legami fra le diverse parti del Paese. Come mai sono più numerosi i sindacalisti eletti in parlamento in Romandia che non in Svizzera tedesca? In passato, negli anni ’90, la sensibilità per i temi sindacali, in particolare per la disoccupazione, era molto maggiore nei cantoni francofoni e in Ticino che non nella Svizzera tedesca. In Romandia si era dunque maggiormente sviluppata una riflessione collettiva attorno ai temi sociali, mentre nella Svizzera tedesca c’era una maggiore attenzione per altri problemi, come per esempio quelli ambientali. L’attuale ripartizione di sindacalisti per regioni linguistiche non è quindi dovuta al caso. Ora però la Svizzera tedesca sta recuperando terreno su questo fronte: lo dimostra che sulla nostra lista ho fatto il miglior risultato dei neoeletti. Lei si situa più a destra o più a sinistra nel gruppo parlamentare? Piuttosto a sinistra. Non condivido le posizioni dei socialisti che, per esempio nel mio cantone, Berna, teorizzano con il “Manifesto del Gurten” un avvicinamento al centro. Il Pss deve posizionarsi senza esitazioni: credo che si negozi con la destra da una posizione più forte se si dice con chiarezza da che parte si sta, piuttosto che se si fanno già concessioni in partenza per occupare il centro. Bisogna avere paura di Blocher in Consiglio federale? Innanzitutto porre sempre l’accento su Blocher impedisce di riconoscere che alle elezioni di quest’anno c’è stato un significativo spostamento del baricentro politico nazionale dalla destra alla sinistra. Nel suo insieme la sinistra è progredita del 3 per cento circa, e nella stessa proporzione è regredita la destra. Dal ’91 ad oggi si assiste quindi ad un continuo flusso di voti da destra verso sinistra. In secondo luogo ci si deve chiedere come si possono risolvere meglio i problemi politici, economici e sociali più urgenti. E bisogna quindi concludere che Blocher in Consiglio federale rafforzerebbe certamente la politica di destra del nostro governo. Non credo, come si sente dire spesso, che Blocher in Consiglio federale finirebbe con l’essere più conciliante smussando gli angoli del suo modo di fare politica. E non credo nemmeno che integrando Blocher la politica dell’Udc diventerebbe più moderata. Come deve comportarsi il Pss il 10 dicembre in rapporto alla candidatura di Blocher? Il problema se eleggere o meno Blocher in governo e se dare due seggi all’Udc dev’essere risolto dalla destra: non ha senso chiedere l’aiuto dei socialisti per eleggerlo in Consiglio federale, non è il nostro compito di rafforzarne la posizione. Anche perché nessuno ci può garantire che Blocher in Consiglio federale sarà migliore di quello che conosciamo e che l’Udc la smetterà con le ambiguità della sua politica. Ma sono abbastanza realista per riconoscere che Blocher ha buone possibilità di essere eletto, e allora starà ai partiti di sinistra e ai sindacati capire come posizionarsi chiaramente in rapporto a lui e come rilanciare l’azione politica facendo ricorso più spesso e con più convinzione all’iniziativa popolare e al referendum contro la politica di destra che uscirà dal futuro governo. Una cosa però è certa: in nessun modo possiamo permetterci che si dica che Blocher è stato eletto con l’aiuto del Pss in Consiglio federale. E il Pss può permettersi di uscire dal Consiglio federale? Non credo, e non condivido la tesi di chi, anche nel sindacato, sostiene che la politica della sinistra sarebbe più efficace se il Pss fosse fuori dal governo. Perché è vero che siamo minoritari, ma lo siamo sempre stati: l’importante è che i nostri rappresentanti nelle istituzioni siano fieri della loro politica e che i cittadini possano riconoscere le differenze fra una politica di destra e una di sinistra, ad esempio in materia di servizio pubblico. Se però la destra deciderà di far uscire la sinistra dal Consiglio federale dovrà assumersene le conseguenze: perché se venissimo esclusi dalla destra, fra quattro anni torneremmo in governo con ancora più forza di oggi.

Pubblicato

Venerdì 21 Novembre 2003

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