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Dal museo del totalitarismo

di

Gianfranco Helbling
"La Bielorussia è un museo del totalitarismo, e il Teatro libero di Bielorussia ne è un reperto". Forse è questa la miglior definizione del Teatro libero di Bielorussia sentita a Salonicco negli scorsi giorni quando la compagnia di Minsk era ospite del Premio Europa per il teatro, di cui ha ricevuto una menzione speciale. In effetti la Bielorussia sembra ancora saldamente ancorata agli anni della guerra fredda. E il Teatro libero di Bielorussia fa quel che oltre cortina per decenni fecero i dissidenti: si batte e resiste con lo strumento che meglio conosce, il teatro. Fondata nel 2005 dal giornalista e attore Nikolai Khalezin e dalla regista e produttrice Natalia Koliada, la compagnia è da allora regolarmente perseguitata dal regime del presidente Aleksandr Lukashenko e tiene i suoi spettacoli in clandestinità, ma gode di importanti e convinti sostenitori all'estero: da Harold Pinter a Mick Jagger, da Tom Stoppard a Vaclav Havel. Oggi vi lavorano 10 attori, un drammaturgo, quattro amministratori e due tecnici e ha già all'attivo una decina di spettacoli andati in scena in patria in appartamenti sempre diversi, prati e boschi, ma anche nei più importanti teatri di 11 paesi europei.

Natalia Koliada al convegno organizzato nell'ambito del Premio Europa ha ricordato soltanto alcuni degli episodi più recenti che hanno visto le autorità interferire pesantemente con le attività del Teatro libero di Bielorussia: «La prima in una casa privata di Minsk dello spettacolo "Eleven Vests" di Edward Bond, un testo sulla violenza, è stata interrotta dalla polizia, che ha arrestato tutti gli attori e gli spettatori presenti, compresi direttori di teatro, agenti e critici occidentali. Tutta la compagnia è stata arrestata un paio di settimane dopo che avevamo messo in internet un nostro video con Mick Jagger e Tom Stoppard. Al ritorno da una tournée in Gran Bretagna due nostre attrici sono state licenziate in tronco dal teatro statale presso il quale erano ingaggiate». Piccole vessazioni quotidiane, a cui si aggiungono le difficoltà per ottenere dei visti per lasciare il paese: un dettaglio questo che i membri della compagnia a Salonicco non hanno voluto spiegare meglio.
Quello del Teatro libero di Bielorussia è un teatro eminentemente politico. Lo ha rilevato Robert Palmer, direttore della sezione culturale al Consiglio d'Europa: «questa compagnia riporta al centro dell'attenzione la stretta relazione che dev'esserci fra teatro e democrazia. In questo senso il loro lavoro prosegue quello di artisti come Bertolt Brecht e Augusto Boal, secondo cui il teatro deve sfidare il senso comune della democrazia. Il Teatro libero di Bielorussia si concentra sempre sugli ultimi, sugli emarginati, ponendo così le questioni fondamentali per qualunque democrazia». Un pensiero che la stessa Koliada ha precisato: «parliamo prima di tutto di noi stessi, ma poi ognuno vede nei nostri spettacoli dei riferimenti alla sua situazione personale. C'è una scena in "Generation Jeans" nella quale il pubblico è invitato a gridare "I am free", "Sono libero". Eravamo in Francia lo scorso anno, fra il primo e il secondo turno delle elezioni presidenziali. Ebbene, in quell'occasione il pubblico francese ha gridato con una forza come finora avevamo visto fare soltanto in Bielorussia».
Se la priorità nel lavoro del Teatro libero di Bielorussia è il messaggio politico, questo non significa che la qualità del lavoro teatrale debba passare in secondo piano, anzi. Lo ha sottolineato Christian Benedetti, regista francese e direttore del teatro di Alfortville, che con il gruppo di Minsk ha stretto un accordo di coproduzione: «durante la guerra fredda ci sono stati molti dissidenti che abbiamo sostenuto anche se la qualità artistica del loro lavoro era spesso scarsa. La novità del Teatro libero di Bielorussia è che la qualità teatrale è la leva per l'azione politica: senza qualità non c'è messaggio politico». Ma quelli del Teatro libero ci tengono a sottolineare che il difficile rapporto fra potere politico e teatro non è un problema soltanto bielorusso: esso si pone anche nelle democrazie cosiddette avanzate. Per dirlo con le parole di Nikolai Khalezin: «Una donna vive sola nel suo appartamento. Ogni notte un uomo entra e la violenta. Quando finalmente la donna si decide a farsi curare, dice che sta male ma tace le violenze subite. Questa storia mi ricorda la situazione del 99 per cento del teatro contemporaneo. In scena sembra che si possa parlare di tutto ma non di politica. Perché se davvero parla di politica il teatro, ovunque, diventa vulnerabile: forse da voi non vi arrestano, ma certamente vi faranno capire che i finanziamenti pubblici non sono poi così sicuri».
Ad accompagnare il Teatro libero a Salonicco c'era anche Alexander Milinkevich, leader dell'Unione delle forze democratiche, la principale forza d'opposizione del paese, che nel 2005 sfidò Lukashenko alle elezioni presidenziali, raccogliendo appena il 6 per cento dei voti: «In Bielorussia abbiamo un regime direttamente emerso dalle rovine dell'Unione sovietica. Si basa su metodi tipicamente sovietici: l'assenza di una libera informazione e l'enorme cappa di paura che è stata stesa sull'intero paese. Lo slogan delle nostre manifestazioni è "per la tua e la nostra libertà": pensiamo infatti che si è liberi soltanto se anche l'altro è libero, per questo la relazione con l'Europa è importante per noi, ma anche per voi». Tuttavia avere una stessa idea di libertà e di democrazia anche soltanto in Europa può essere molto difficile. Se ne sta accorgendo proprio il Teatro libero di Bielorussia, come ha raccontato Khalezin: «stiamo lavorando ad un nuovo progetto. A 12 scrittori di 12 paesi diversi abbiamo chiesto di raccontare in 5 pagine la situazione politicamente più difficile che si vive da loro. Ci siamo così accorti che ognuno fa molta fatica a capire le difficoltà dell'altro. Ne risulterà uno spettacolo piuttosto comico».


Racconti nella zona del silenzio

Sono tre gli spettacoli che il Teatro libero di Bielorussia ha portato a Salonicco dal 10 al 13 aprile scorsi in occasione della dodicesima edizione del Premio Europa per il teatro. Il primo è lo spettacolo-manifesto della compagnia, "Generation Jeans" diretto e interpretato da Nikolai Khalezin che in scena va con il dj Lavr Berzhanin. Khalezin vi racconta la sua storia personale, quella di un adolescente prima e di un uomo poi che desidera più di ogni altra cosa la libertà, quella che sente così ben rappresentata da un paio di jeans. Cresciuto in epoca sovietica, quando acquistare un paio di jeans o ascoltare i Rolling Stones era un atto sospetto, oggi Khalezin si ritrova nelle piazze di Minsk a sventolare quei pantaloni-simbolo come una bandiera di libertà, per poi essere arrestato e processato per reati d'opinione. Ben sorretto da Berzhanin, che con lui dialoga attraverso i dischi che alterna sul piatto, Khalezin propone uno spettacolo di narrazione molto ben fatto che a tratti diventa happening politico, e nulla più.
"Beeing Harold Pinter", diretto da Vladimir Sherban, è invece un'interessante costruzione drammaturgica su estratti di diversi testi politici dell'autore inglese, da "Ceneri alle ceneri" a "Il bicchiere della staffa", da "Il linguaggio della montagna" a "Nuovo ordine mondiale", che finiscono per svelare in realtà la situazione politica bielorussa. Interpretato con molta energia da un gruppo di giovani attori, lo spettacolo ha nell'età dei suoi protagonsiti il suo punto debole, ma è carico di suggestioni per la forza evocativa delle immagini che costruisce.
L'ultimo spettacolo, "Zone of Silence", è stato proposto a Salonicco in prima assoluta ed è apparso come il più completo dei tre. Si tratta di un lavoro elaborato collettivamente e diretto da Sherban. Come dice Khaledin, «volevamo raccontare un epos bielorusso, un po' come il Peer Gynt, ma ci siamo accorti che non l'abbiamo. Allora ci siamo messi a raccontarlo noi». La "zona di silenzio" è, manco a dirlo, la Bielorussia. Lo spettacolo si divide in tre parti. Nella prima gli attori raccontano un episodio significativo realmente accaduto nella loro tutt'altro che facile infanzia – come dire che i bimbi felici non abitano a Minsk: e lo ricorda anche la rievocazione della vicenda di Vika Moroz, la bimba contesa fra un orfanotrofio in Bielorussia e una coppia ligure. Nella seconda, anche con l'ausilio di proiezioni video, sono mostrati diversi personaggi di Minsk che vivono ai margini della società, dall'omosessuale nero alla donna che aspetta Lenin, fino al senzatetto appassionato di danza. Nella terza parte una sequenza di scene molto evocative e fisiche commenta e sottolinea una serie di dati statistici abbastanza impressionanti sulla realtà bielorussa odierna.
Recitato con grande energia e impegno fisico dai sei attori/ autori, "Zone of silence" gioca su più registri e rappresenta un salto di qualità rispetto ai lavori precedenti nella costruzione di immagini e nell'utilizzo del corpo. Resta sempre il dubbio che il valore intrinseco dell'opera sia esaltato dalla sua valenza politica. L'effetto è comunque emozionante.

Pubblicato

Venerdì 25 Aprile 2008

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