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Dal disastro della diossina al Bosco delle querce

di

Can Tutumlu
Maria Pirisi
C'è chi in quelle due vasche ci ha lasciato la propria vita. Anche se la nube di diossina che 30 anni fa è fuoriuscita dal reattore del reparto B dell'Icmesa di Meda, che poi è stata trasportata dal vento verso Seveso – dicono gli esperti – nella zona meno densamente popolata, non ha fatto ufficialmente alcun morto umano c'è chi ci ha lasciato la propria vita fra quei detriti tossici contenuti nelle enormi discariche di Meda e Seveso. Dove una volta c'erano le zone maggiormente colpite dall'incidente che ha risvegliato l'Occidente sui pericoli dell'industria, quelle siglate A1-A5 (in ordine decrescente per contenuto di diossina), ora sorge il parco chiamato Bosco delle querce che custodisce silenziosamente i resti di quel disastro.  C'è chi a Seveso non ha mai potuto far vedere le foto di quando era bambino ai propri figli, c'è chi non ha più l'immagine della nonna o quella sua antica credenza. Insieme agli 80 mila animali morti, ai vestiti, ai giocattoli dei figli, alle case intere e ai 40-60 centimetri di terreno scorticato dalla zona A che è stato raccolto nei 280 mila metri cubi delle due vasche, ci sono infatti anche quelle foto e quei ricordi. Quando le autorità decisero di evacuare le 736 persone che risiedevano nella zona A1-A7 (quella più inquinata) gli sfollati pensavano di poter recuperare i loro effetti personali. Ma le case, se non abbattute, erano state in seguito riconsegnate completamente vuote. Dove ora sorgono maestose le querce una volta c'erano case, strade che non esistono più se non nel ricordo di qualche anziano.
Massimiliano Fratter, del Circolo Legambiente di Seveso e dipendente dell'Ufficio ecologia del Comune, questa storia l'ha raccontata parecchie volte. Almeno da quando è nato nel 2004 il "vero" Bosco delle querce, cioè quello che attraverso un percorso che si snoda nel parco ricorda quell'evento di 30 anni fa. Fino ad allora nessun viaggiatore straniero che si fosse fermato sotto quegli alberi avrebbe avuto notizia della natura di quel luogo. L'unica scritta presente era quella sui muri di cinta: «Regione Lombardia. Ufficio speciale Seveso. 1976-1985». Tutto qui. A Fratter piace raccontare alle comitive che porta a visitare il parco che quello è stato "un non-luogo" per eccellenza. Un posto privo di memoria. Un luogo che la popolazione di Seveso e Meda si era vista sottratto per anni. E c'è chi ancora, a distanza di tanti anni, non vuole mettere piede su quel terreno – terra che viene da almeno 50-60 chilometri di distanza da Seveso – sul quale sorgeva la "fabbrica dei profumi". Non per paura, ci hanno detto, ma perché vogliono serbare la memoria di quel luogo come era allora.
Alle 14 in punto c'è l'appuntamento davanti ad uno dei due cancelli che cinge il Bosco delle querce. Massimiliano Fratter è nervoso, ce l'aveva detto che sarebbe stato difficile convincere gli anziani del paese a venire nel parco. "Questa storia l'abbiamo già sentita e la conosciamo meglio di te che allora eri piccolo", dicono di solito al dipendente comunale gli anziani che hanno vissuto la nube. Al Centro diurno anziani, che si trova in quella che una volta era la zona A6-A7, Fratter cerca di convincere qualcuno degli ospiti a venire a visitare il parco. L'accordo infine raggiunto è che saranno loro a raccontare la storia. Nel gruppo ci sono anche alcuni studenti siciliani che frequentano un corso di "operatore ambientale".
Fratter apre con la chiave il cancello – il parco è accessibile solo il fine settimana. Il parco è davvero bello, un'oasi di pace nella Brianza delle industrie. «Qui c'era la fabbrica dei profumi», racconta un'anziana. «Quel 10 luglio per noi era un giorno qualsiasi. Caldo. La nube non l'ho vista, ho solo sentito un odore acre nell'aria e ho chiuso le finestre. In quegli anni ci eravamo abituati. Nessuno ci ha fatto caso fino a quando ai bambini non sono venute quelle strane macchie addosso e gli animali sono morti». Mentre parliamo un pensionato si ferma con la sua bicicletta alla cancellata. Fratter lo invita ad entrare. «No, no grazie. Devo andare a prendere il nipote a scuola. Poi la storia la conosco già…», gli risponde.
Il dipendente comunale mostra i pannelli che raccontano il disastro. Spiega i presupposti di quella tragedia. L'uomo in bicicletta non se n'è ancora andato, resta rigorosamente fuori dal cancello ma ascolta attentamente tutto ciò che viene detto.
Il giro prosegue verso la vasca di Seveso. Fa molto caldo, è una giornata afosa come quel 10 luglio. Uno dei giovani ha sete, gli anziani gli indicano una fontana. Il ragazzo si blocca, il suo imbarazzo è visibile.
«Signora, lei che ha lavorato all'Icmesa cosa ci racconta?», chiede Fratter. I ricordi dell'anziana sono confusi. Solo una cosa ha bene in mente: che allora gli operai avevano più paura di lavorare nelle altre industrie chimiche della zona che all'Icmesa. Queste erano le condizioni di lavoro di allora. Sulla vasca di Seveso il terreno è rigonfio, forma una collinetta. Per arrivarci si passa davanti al pioppo, l'unica pianta rimasta antecedente al 1976. La ditta che si era occupata dei lavori di bonifica era specializzata in residui atomici, la vasca era stata sigillata ermeticamente. Il terreno si era gonfiato, da una bocchetta costruita in seguito è fuoriuscito per anni gas metano. Qui ai bambini non è permesso giocare al pallone, la zona è ancora monitorata.
I problemi quotidiani degli anziani si mischiano con i ricordi di quel giorno. «Dove la nube passava gli uccellini cadevano», racconta uno di loro. «È vero, non c'è stato nessun morto quel giorno, ma molti di noi sono morti di leucemia o di cancro. Così hanno risparmiato anche sulla nostra pensione», racconta un ex falegname che usa un ramo come bastone di sostegno (si veda anche la pagina 8).
Oggi Fratter ci fa visitare anche la zona naturalistica del parco, accessibile solo su visita guidata.  Le autorità hanno deciso un accesso limitato al Bosco delle querce, lo custodiscono quasi gelosamente. «Perché non vogliamo che questo diventi un luogo qualsiasi», spiega Fratter mentre un'anziana gli risponde che lei vorrebbe invece poterci venire tutti i giorni. Il Bosco delle querce non è un posto qualsiasi. È il simbolo di un'Italia che ha visto nell'industria senza regole la sua ricchezza. Che ha pagato con la nube di diossina. Un'Italia che ha dovuto far fronte all'emergenza ambientale. Che ha bonificato: tanto che oggi questo parco è il biglietto da visita che è stato presentato alla Borsa internazionale del turismo. È l'Italia degli anni di piombo in cui Paolo Paoletti, uno dei dirigenti dell'Icmesa, ha pagato con la vita. È l'Italia antiabortista che ha dovuto chiedere alle donne di Seveso e Meda di rinunciare ai figli. Ora si è deciso di ricordare. Ma c'è chi dice che fare un monumento è anche il modo migliore per dimenticare.

"Quel giorno lo ricordiamo"

Come il rintocco di una campana, sai che arriverà puntuale, pensi ormai di averci fatto l'abitudine ma quando lo senti non puoi fare a meno di sobbalzare, perché per quanto ti sia allontanato quel rintocco ti scuote ancora. Ancora dopo trent'anni, gli abitanti di Seveso vivono la loro quotidianità sapendo che per quanto facciano finta di niente quel 10 luglio, la data del "disastro dell'Icmesa",  riporterà a galla insieme al ricordo della paura e dei dolori anche le rabbie e gli astii per quella sciagura che secondo i sevesini fece figli e figliastri. «L'odore acre è arrivato anche qui, nella zona di Rispetto – ricorda l'edicolante di via Borromeo, a Seveso –. Ci dicevano che non correvamo pericolo: a me quell'odoraccio non convinceva proprio e trovavo assurda l'idea che fino ad una determinata via c'era pericolo e dopo invece niente. E poi le informazioni erano confuse. A sentire certi si moriva solo ad avvicinarsi alla fabbrica, altri invece dicevano che erano tutte storie, ché altrimenti non si spiegava perchè quelli dell'esercito non avevano mica le tute bianche quando pattugliavano la zona contaminata. Beh, io non ci ho pensato troppo e ho chiuso la mia edicola per 15 giorni». L'edicolante  in un primo momento non ha molta voglia di raccontare di quel 10 luglio e di quel che seguì, piuttosto le tornano in mente gli anni precedenti, le facce degli operai quando passavano da lei o quando sostavano al bar Sole del paese. «Arrivavano dal Sud Italia – dice –  con un bell'aspetto sano, poi nel tempo di pochi mesi cambiavano faccia. Gli operai che lavoravano all'Icmesa li potevi riconoscere da quel loro colorito grigio-giallastro». E dall'odore: «Sì proprio dall'odore: l'odore dolciastro della vanillina che producevano per i profumi e per gli alimentari. Quell'odore li precedeva annunciando la loro presenza prima ancora che comparissero sulla soglia. Potevamo non conoscere i loro nomi ma sapevamo con certezza che lavoravano nella "fabbrica dei profumi" (titolo, tra l'altro, della pièce teatrale di Daniele Biacchessi, si veda a pag. 10, ndr)».
Ma quel 10 luglio non era aroma di vanillina, quello che impregnava l'aria. «So solo che prendeva alla gola», aggiunge l'edicolante. Poi mentre serve i clienti butta qua e là frasi sulla concitazione di allora, la paura e le rabbie, i sospetti e il senso di abbandono che molti abitanti provarono nei mesi successivi al disastro. «In mezzo a quelli che persero tutto – dice – ho l'impressione che qualcuno ne abbia approfittato. A noi non hanno dato neanche un centesimo eppure come me molti altri abbandonarono la propria attività per un certo periodo e per la paura. Per le autorità al di qua di quella linea tracciata (divisione in zone A, B e di Rispetto che segnalavano il grado di contaminazione e conseguenti misure precauzionali da prendere, ndr) tutto era "sotto controllo" ma intanto non sapremo mai se era veramente così. Quella linea ha diviso la popolazione fra quelli che sono stati risarciti e quelli che pur beccandosi la diossina hanno dovuto continuare a cavarsela da soli». 
Annuisce un cliente mentre ascolta l'edicolante: «È triste – interviene – ma questa storia ci ha messi gli uni contro gli altri. Io non credo che siano stati in molti ad approfittarne». E qui ritornano le pagine della studiosa Laura Centemeri che in poche righe nel suo recente e bellissimo libro "Ritorno a Seveso" (Bruno Mondadori editore, 2006) fotografa la realtà venutasi a creare: «La diossina l'è cume guera: che mina e chi se impianta»: lo pensano ancora in molti a Seveso, che la diossina, come la guerra, ha rovinato alcuni e fatto la fortuna di altri.
Anche Marco, che compie 30 anni nel 2006, la pensa così. I suoi genitori gli hanno raccontato che c'era gente che «ci ha marciato con la diossina» e che col pericolo poi hanno esagerato. «Se fosse stato per i "catastrofisti" – dice – io non sarei mai nato; mia madre invece si è impuntata ed eccomi qui. Per il resto è risaputo che qualcuno, pur non avendoli mai avuti prima, andava a comprare di nascosto i conigli o le galline, li ammazzava e poi denunciava che erano morti di diossina». Ha un motto d'insofferenza quando gli si chiede cosa ne pensa di coloro che si battono per un risarcimento (si veda l'articolo a pag. 8), ma qui interviene Fabio, anche lui poco più che trentenne, di Barlassina (paese confinante con Seveso): «Non capisco quest'acredine: credo che il risarcimento a chi ha sofferto e ci ha rimesso sia dovuto. I miei sono tra questi, tra coloro che hanno patito molto e ai quali non è stato né dato né riconosciuto niente».

Pubblicato

Venerdì 7 Luglio 2006

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