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Dai mercanti d’armi in fiera

di

Serena Tinari
Mitra, granate, missili. Carri armati, radar e completi per proteggersi da un attacco chimico, batteriologico, nucleare. I professionisti della guerra si sono incontrati a Londra all’inizio di settembre per il Dsei03, Defence systems and equipment international: la più grande esposizione d’Europa per il mercato degli armamenti. Una sorta di supermercato dei mezzi di distruzione di massa, organizzato dall’agenzia Spearhead grazie al sostegno politico ed economico del governo britannico. L’edizione di quest’anno è stata la più grande della storia: 950 imprese in esposizione, oltre 20 mila addetti ai lavori, 80 delegazioni ufficiali. La lista degli inviti è stata curata dal Ministero della difesa inglese: ci sono decine di nazioni coinvolte in sanguinose guerre civili o al centro delle attenzioni internazionali perché sospettate di sviluppare programmi di armamento massiccio. Cina e Pakistan, Indonesia, Turchia, Israele. Tutti insieme appassionatamente a fare acquisti? «Non ha niente di diverso da una fiera di motori o di giardinaggio», giurava l’organizzazione. «Al Dsei non si compra né si vende: ci si incontra, ci si conosce, si fanno pubbliche relazioni». Difficile crederci, passeggiando nei corridoi del centro Excel, nella zona dei Docks di Londra. Gli stand hanno bar e salotti discreti, dove è tutto un conciliabolo d’affari. Fra strette di mano vigorose e saluti militari, sfilano delegazioni di tutti i colori e funzionari governativi venuti da ogni angolo del pianeta. Il Dsei ha il sapore acido dei grandi eventi internazionali dei nostri tempi: non è una sede istituzionale e nessun parlamento decide se inviare una delegazione. Eppure per quattro giorni ogni due anni, i governi spediscono in missione speciale, ufficiale ma senza il clamore di un comunicato stampa, i loro professionisti della guerra. Manager in completo gessato e giovani militari sono alle prese con le meraviglie della tecnologia: al Dsei ci sono stand per provare pistole, ma anche sistemi di simulazione. Si può salire su un elicottero Apache e addirittura assistere ad un singolare “teatro di guerra”. Le luci sono basse, la scenografia curata in ogni particolare. Una decina di militari «appena tornati dall’Iraq», scandisce l’altoparlante, si esibiscono in una simulazione di attacco terrestre, fra colpi di mortaio e sofisticate apparecchiature di comunicazione. Mancano solo il sangue e la popolazione civile. Mantengono fede alla consegna i dirigenti: in coro dichiarano di essere qui per incontrare «vecchi amici e per conoscerne di nuovi». Il business di fare la guerra, in fondo, è una grande famiglia: «Non abbiamo aziende concorrenti», spiega con un sorriso di plastica il manager del colosso europeo Eads. «Perché abbiamo un obiettivo comune: soddisfare le esigenze del cliente». Il business degli armamenti è globale: i settori ricerca e sviluppo sono costosi e le imprese hanno imparato «a lavorare insieme, in progetti transnazionali», spiega Ida De Mari, rappresentante Dsei per l’Italia e da vent’anni consulente nel settore. De Mari non riesce a contenere la soddisfazione: «Mai viste tante delegazioni ufficiali in visita». È l’effetto 11 settembre, grazie al quale i governi possono giustificare un rinnovato impegno in quella che con un facile eufemismo si chiama “difesa”. Ma i piccoli imprenditori e i commessi viaggiatori sono di una sincerità disarmante. «Siamo in cerca di clienti» sintetizza il portavoce della Romarm, azienda di stato romena in crisi. Gli fa eco l’impiegato della Eads: «Stiamo facendo grandi affari», gongola. «Invece di girare come una trottola per l’Europa, mi basta venire qui per concludere eccellenti contratti». Ancora più esplicito un imprenditore indiano: «Sono venuto per convincere le grandi aziende ad investire in India, area di massima espansione per il mercato degli armamenti». Problemi d’instabilità politica? «Stiamo cercando di diventare grandi amici. Ma sa com’è, se sanno che sei ben protetto si tengono alla larga». In mostra c’è anche Fn 303, il lanciatore “meno che letale” che a Ginevra ha ferito al volto la sindacalista Denise Chervet (vedi area n.15 dell’11.04.03). Una grande immagine degli scontri del G8 a Genova domina lo stand della Fn Herstal, la ditta belga che lo produce. «Non fa male», giura il comunication manager, «ma serve a fermare i manifestanti: almeno per un po’ la smetteranno di protestare». L’incidente svizzero? «La signora si è mossa», dice, sposando la tesi difensiva delle forze dell’ordine ginevrine. Fuori dall’Excel, intanto, un cartello ampio di organizzazioni tentava di bloccare la fiera. Una missione impossibile: bastava avvicinarsi al quartiere per essere portati in centrale. In quattro giorni ci sono stati 150 arresti, in parte con la legge anti terrorismo. L’associazione per i diritti civili Liberty ha vinto un ricorso urgente all’Alta Corte: quegli arresti erano illeciti e sproporzionati. L’organizzazione aveva chiesto agli espositori di non portare “cluster bombs”, le bombe a frammentazione, «perché sappiamo che l’opinione pubblica è sensibile alle loro conseguenze». Sono bombe che ne contengono molte altre: quelle che non esplodono rimangono sul terreno e sono i bambini a raccoglierle. Allo stand della Ruag, l’impresa di stato svizzera che è leader mondiale per le cluster bombs, il delegato non nasconde lo scorno e passa alla delazione: «Non le abbiamo portate. Ne vuole vedere una? Chieda ai turchi». Ma il funzionario della Mkk, azienda di stato turca, rifiuta di rispondere. L’inviato militare del quotidiano inglese The Guardian, invece, ha scovato le “cluster bombs” nel catalogo della Israel Military Industry. Si chiamano “cargo ammunition” e secondo l’azienda di stato israeliana «hanno una percentuale di non esplosione inferiore ai prodotti tradizionali». La Ruag non ha portato le cluster bombs, ma sfoggia una notevole sfilata di cartelli pubblicitari inequivocabili: dalle pallottole «a penetrazione totale» ai sistemi «di massima letalità». La Confederazione elvetica si distingue per lo spirito pratico: a fianco alle bombe, vende i sistemi per lo sminamento. Fra i maschi bianchi in divisa «Siamo consapevoli dell’importanza dei media», proclama il sito della Dsei03. Eppure, ottenere l’accredito è stato un percorso a ostacoli. Un diluvio di mail con l’addetta stampa, che mi ha chiesto pure il nome di mia madre, «per ragioni di sicurezza». Solo dopo una mail in cui giuravo che «dopo l’11 settembre, solo gli eserciti ci salveranno», ho ricevuto il benestare: ma per un solo giorno su quattro di fiera, conferenze escluse. All’Excel il colpo d’occhio è notevole: migliaia di maschi bianchi, in divisa o in blu. I giornalisti si contano sulle dita di due mani. Saltano agli occhi i cronisti specializzati: li riconosci dalle valigie con le rotelle, dove accumulano cataloghi patinati. Avvicinandosi agli stand, sono occhiate diffidenti. Poi, un fiume in piena: abituati a stare fra loro, i mercanti della guerra non riescono a trattenere pensieri e parole. È il trionfo dell’eufemismo: non bombe ma “strumenti” e non sono armi, bensì “sistemi integrati per la difesa”. La parola guerra è assente. Presente invece una buona dose di goliardia maschile. Un ufficiale strizza l’occhio e atteggia la bocca a un bacetto. Due vegliardi aggiustano una pistola, alle spalle un manifesto di una tipa in tanga, il mitra fra le cosce. Turchi e israeliani se lo rivendicano: i loro eserciti «utilizzano quotidianamente le nostre armi». Stordita, comincio a vedere sangue kurdo e palestinese che cola dalle pareti. Alle 17 suona la campana e disciplinati i mercanti si avviano agli alberghi. Fuori dalla fiera, la polizia arresta sei manifestanti armati di un pericoloso carro armato di cartapesta. Gli affari sporchi del G8 «Almeno i due terzi dell’intero traffico globale di armi fra il 1997 e il 2001 riguardano i paesi membri del G8». L’ultimo report di Amnesty international sul mercato dell’armamento fa venire la pelle d’oca. Anzitutto, la classifica di chi vende di più: primi gli Usa, con il 28 per cento. A seguire Russia con il 17, terza la Francia con il 10 per cento, poi la Gran Bretagna con un dignitoso 7 per cento e la Germania con il 5 per cento. Amnesty non chiede di interrompere ogni traffico di armamenti, spiega Sauro Scarpelli nella sede di Londra: «Quello che chiediamo è di sospendere la produzione e la vendita di tutte le armi “indiscriminate”, quelle che colpiscono la popolazione civile». In preparazione c’è la proposta di un trattato internazionale che metta nero su bianco vincoli e limiti per il business della guerra, il cui volume di affari secondo Amnesty «non siamo in grado di calcolarlo». Di sicuro, molto spesso il traffico legale e illegale di armi è un elemento determinante per violazioni gravissime dei diritti umani: chi fornisce mitra e pistole ai paesi africani dilaniati dalle guerre etniche? E chi assicura strumenti di tortura alle carceri più repressive del pianeta? Sul sito di Amnesty, è tutto da leggere il documento «Un catalogo di fallimenti: le esportazioni di armi dei paesi del G8 e le violazioni dei diritti umani». Se volete scendere in campo in prima persona visitate la pagina web del Caat, campagna internazionale contro il commercio di armi: www.caat.org.uk.

Pubblicato

Venerdì 3 Ottobre 2003

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