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AVS 21

Da uomo a donna

di

Francesco Bonsaver

Da uomo scrivo l’articolo come fossi una donna. Lasciamo perdere i preamboli per dirvi subito che arrabbiata e delusa non rendono l’idea di quanto sia furiosa. Per molti motivi, ma quel che mi fa più infuriare nella campagna dei favorevoli è l’ipocrisia.


Dicono sia una questione di parità, lavorando noi donne un anno in meno. Maschietti, siate onesti e ditemi quanto contribuite ai lavori di casa. Anche i più virtuosi, se sinceri, ammetteranno che gran parte dei compiti li svolge la compagna, anche quando lavora fuori casa. Pur ammettendo che state migliorando, ancora non ci siamo. Abbiamo un doppio lavoro e vorreste allungarci di un anno quello retribuito?


Sempre con la bufala della parità, ci si dice che noi donne intaschiamo la metà delle rendite Avs versando solo il 34% dei contributi. Saremmo delle parassite delle pensioni, insomma. Chiedersi perché i nostri contributi siano minori no? Stipendi bassi, lavoro a tempo parziale e interruzioni dell’attività professionale per occuparsi di compiti familiari fanno sì che siamo penalizzate nella vita lavorativa e lo saremo anche da pensionate. La nostra rendita mensile dell’Avs e, ancor più, della previdenza professionale è di gran lunga inferiore alla vostra. Circa duecento franchi in meno per il primo pilastro, oltre 1.300 nel secondo pilastro, dice la statistica federale. Di che parità stiamo parlando?


Ancor di più mi provoca l’urticaria quel senso di colpa che vorrebbero instillarci se osassimo opporci al prolungamento. Facendo leva sul nostro istinto materno, si dice che noi donne dobbiamo essere solidali perché il nostro sacrificio garantirà le pensioni dei figli. Iniziamo col dire che da secoli ci occupiamo dei figli senza contropartita economica. Anzi, ne paghiamo le conseguenze quando ci si degna di retribuirci. A parità di prestazione, i nostri stipendi sono inferiori dell’8%, se restiamo alla sola parte definita “inspiegabile” (probabilmente definita così da un maschio). Mediamente sono 690 franchi al mese in meno, 8.300 franchi all’anno o 357.000 in una vita lavorativa di 43 anni. Mi state derubando da una vita e ora mi chiedete di farlo per un altro anno per il bene dei nostri figli? Pagateci equamente e le pensioni saranno garantite per i prossimi decenni. Altro che colpevolizzarci.


Ma vi è un’altra schifezza. I soldi non daranno la felicità, ma di certo possono dare l’indipendenza. Quante donne non trovano il coraggio di separarsi dal marito, magari pure violento, perché non hanno l'indipendenza economica per farlo? Mai sentito parlare della povertà che colpisce le famiglie monoparentali, dove per unico genitore si intende quasi sempre una donna che deve lavorare occupandosi al contempo dei figli e per questo sarà penalizzata al lavoro e da pensionata?


È lunga la lista dei motivi per cui sono infuriata, ma mi fermo qui. Sono una persona educata e potrei diventare volgare, tanta è la rabbia verso gli ipocriti.


Ora torno a scrivere da uomo. Lo so. L’esperimento non è riuscito o forse solo in parte. Solo chi ha vissuto e vive ogni giorno le discriminazioni sa esprimerle nella loro totalità, anche emotiva. Ho voluto ugualmente immedesimarmi in una donna prima di votare la loro sorte pensionistica. Invito comunque tutti i maschi a fare altrettanto. Il risultato potrebbe stupirvi. 

Pubblicato

Giovedì 1 Settembre 2022

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