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Da tifosi si rischia di rimuovere la storia

di

Pablo Guscetti

“In campo non ci si batte con le armi, bensì col pallone. E comunque no, non so parlare in inglese, ma anche se lo conoscessi non lo parlerei”
Diego Armando Maradona, 22 giugno 1986


Il 25 giugno del 1978 la mano insanguinata di Jorge Rafael Videla consegnava la coppa del mondo a colui che non era il vero capitano dell’Argentina. Ripetendo la farsa di Italia ’34, un mondiale veniva di nuovo comprato da una dittatura fascista a fini di propaganda.


Il vero capitano dell’albiceleste, Jorge “el lobo” Carrascosa, si era rifiutato di scendere in campo, perché non era possibile giocare a calcio in uno stadio collocato a prossimità del Garage Olimpico, il centro di tortura in cui venivano massacrati gli oppositori alla giunta militare. Una partita di calcio aveva una portata politica.
El lobo, rinunciando a gloria e onori di cronaca, replicava individualmente il gesto collettivo della selezione sovietica che boicottò la partita valida per le qualificazioni ai mondiali del ’73 perché, come scritto nel telegramma inviato alla Fifa da Mosca, «Gli sportivi sovietici non possono giocare nello stadio macchiato del sangue dei patrioti cileni». A un mese dal golpe di Pinochet, l’Estadio Nacional de Cile fungeva già da campo di concentramento. Una partita di calcio aveva una portata politica.


Il 22 giugno del 1986 una mano argentina di tutt’altra natura si legava indissolubilmente alla storia dei mondiali. È una mano stretta a pugno, la mano di Dio. Come ebbe a dire in seguito Maradona commentando il suo gol contro l’Inghilterra «chi ruba a un ladrone ha cent’anni di perdono». Sullo sfondo, fuori dal campo, una nazione di quello che un tempo era definito il terzo mondo prendeva metaforicamente a pugni il colonialismo britannico di Miss Thatcher. Una partita di calcio aveva una portata politica.


Oggi, forse in modo più sfumato, una partita di calcio ai mondiali continua ad essere politica.
Più di un miliardo di persone hanno visto almeno una parte della finale di Brasile-Germania del 2014. Un settimo della popolazione mondiale ha assistito allo stesso evento di massa. Il numero di lavoratori immigrati morti per costruire gli sfarzosi stadi sauditi, nel 2022, si conterà nell’ordine delle centinaia di unità.


Oggi, in modo chiaro, la politica non dovrebbe più continuare ad essere una partita di calcio.
Soffermarsi a discutere sul carattere “giusto” o “sbagliato” di un gesto attuato da alcuni giocatori in campo sembra impedirci di riflettere sulle ragioni – ma soprattutto sulle responsabilità – che hanno portato a quel gesto. Comportandoci da tifosi, rimuoviamo la storia, e con essa parte delle nostre responsabilità.
Nel giugno del 1990 “sotto il cielo di un’estate italiana”, scendevano in campo per l’ultima volta l’Urss e la Jugoslavia. Era la fine della guerra fredda.


Nel giugno del 1999 nei cieli di un’estate italiana volavano i bombardieri della Nato, bisognosi di legittimare la loro esistenza nonostante la fine della guerra fredda.


Il calcio è politica. Ce lo hanno ricordato i nostri giocatori e i loro avversari. Ce lo hanno ricordato i brasiliani, sfoggiando il messaggio “Lula libero” prima di partire per la Russia e, a suo tempo, ce lo ricordava il loro storico capitano, il Doutor Socràtes: «Il calcio si concede il lusso di lasciar vincere il peggiore, non c’è niente di più marxista o gramsciano del calcio».

Pubblicato

Mercoledì 27 Giugno 2018

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