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Sanità

“Da otto mesi non li legano più”

La contenzione fisica è stata limitata alla Clinica psichiatrica di Mendrisio

di

Raffaella Brignoni

La buona notizia è che negli ultimi otto mesi nella Clinica psichiatrica cantonale di Mendrisio per i casi più difficili non si è ricorso alla pratica di legare i pazienti al letto. «Sono state trovate soluzioni alternative» spiegano a Pro mente sana, fondazione attiva sul territorio per il rispetto dei diritti dei pazienti con queste problematiche. Ma in Ticino c’è ancora parecchio da fare, a partire da un cambiamento culturale nei confronti dei cosiddetti “matti”...  E ancora: investimenti per potenziare il personale degli istituti di cura e creare nuovi foyer e appartamenti protetti.

 

Cinque punti. Significa che si viene incatenati al letto con cinture, bloccando entrambe le mani, le caviglie e la vita. Se si è più calmi, si può sperare (si fa per dire) nella “diagonale”, che prevede di essere immobilizzati agendo su tre punti: mano sinistra, piede destro e vita.


Questa è la contenzione fisica usata nelle cliniche e negli ospedali psichiatrici per gestire pazienti particolarmente agitati, aggressivi, ritenuti pericolosi per se stessi e/o per terzi. Anche in Ticino, ancora nel 2014. Per dirla con l’avvocato Marco Borghi, che del tema dei diritti dei pazienti psichiatrici si occupa da decenni attraverso pubblicazioni e in qualità di delegato della fondazione Pro mente sana, la contenzione fisica può costituire una forma di tortura.


È dolorosa la contenzione: fisicamente, psicologicamente e oggettivamente costituisce un trattamento degradante. Può essere considerata, senza paura di esagerare, un’esperienza drammatica. D’accordo, le esigenze di cura, l’incolumità del paziente e dei curanti, d’accordo tutto. Non è il nostro mestiere e non sappiamo che cosa significhi nel concreto gestire certe situazioni in situazioni d’emergenza.Ci interroghiamo, perché questo sì è il nostro lavoro, sulla pratica, così come pure sulla procedura del ricovero coatto, ovvero della privazione della libertà personale, dal punto di vista dei diritti dei pazienti. Sono rispettati i loro diritti? Non esistono alternative alla contenzione fisica?  


La relazione tra diritto e psichiatria è complessa e controversa. La normativa psichiatrica – rende attenti Borghi, professore emerito all’Università di Friborgo e professore all’Università della Svizzera italiana – «è un settore particolarmente sensibile sul piano civile e democratico per le gravi restrizioni ai diritti costituzionali che essa permette di imporre ai cittadini».


Per tutelare questi diritti esiste da oltre 30 anni Pro mente sana, impegnata a favore degli interessi delle persone affette da malattie e disturbi psichici, e riconosciuta dalla Legge sociopsichiatrica (Lasp). All’impegno e al lavoro di sensibilizzazione della fondazione si deve in parte il successo ottenuto alla Clinica psichiatrica cantonale (Cpc) di Mendrisio che negli ultimi otto mesi non ha ricorso una sola volta alla contenzione fisica. Farmacologica sì, ma almeno niente cinture.


«Fino a sei anni fa era prassi ordinaria la contenzione fisica di persone che scompensavano o si mostravano particolarmente aggressive. Chi perdeva il controllo e veniva portato in ospedale dalla polizia ammanettato, finiva a letto legato con cinture. Oggi, lentamente, le cose stanno cambiando. Sono otto mesi che alla Cpc non si adotta questa misura ed è una buona notizia perché la contenzione fisica, siamo realistici, è dolorosa per chi la subisce, ma anche per chi la deve praticare. E fa vacillare i principi della dignità e dei diritti umani» commenta l’assistente sociale Maria Grazia Giorgis, di Pro mente sana.  


Una conquista figlia di un lungo percorso ancora in divenire: «Abbiamo intavolato una discussione con la direzione della Clinica psichiatrica, che all’inizio si è tradotta in visite mensili da parte della fondazione per discutere con i medici e i responsabili infermieristici sui casi di contenzione e sulla necessità di mantenerli o no. Un primo passo che ha portato in breve tempo a dimezzare le immobilizzazioni al letto, fino ad arrivare al risultato di oggi con contenzioni fisiche pari a zero. Alla clinica Santa Croce di Orselina, dove pure siamo presenti, abbiamo sollevato la problematica e avviato una riflessione sul tema» continua Giorgis.  


No alla contenzione fisica, ma qual è nella pratica l’alternativa?


A Mendrisio è stata creata un’équipe ad hoc e mobile,  pronta a intervenire in emergenza per i casi che presentano forti scompensi. Il personale è specificamente istruito per adottare tecniche di contenimento che non sono fisiche, ma si punta sull’accompagnamento in un rapporto uno a uno (paziente-curante). Vale di più un abbraccio, che un laccio per legare. Certo, è faticoso e occorre anche fare un investimento di forze e finanziario, ma soprattutto bisogna cambiare l’approccio.


Sta dicendo che è anche una questione culturale?


Sì. Ora se l’intervento curativo è un gesto obbligante, ovvero se una persona deve essere curata come Pro mente sana non discutiamo, ma si può e si deve invece ragionare sulle modalità. Si tratta di rimettere in discussione in parte gli approcci terapeutici e non è scontato: è necessario un cambiamento di mentalità. Dal nostro osservatorio riteniamo sia possibile curare qualcuno che non vuole essere curato pure mantenendo le porte aperte di un reparto e non come avviene oggi in alcune strutture con i corridoi bloccati.


Rispetto ad altri paesi, come siamo messi nella presa a carico dei pazienti con problemi di questo tipo?


Rimanendo in Svizzera, prendo come modello di esempio positivo l’ospedale psichiatrico di Malévox, nel canton Vaud, dove da anni non applicano la contenzione fisica e anche i ricoveri coatti, che avvengono contro la volontà del paziente, sono ben ponderati. Ci sono una serie di filtri, leggasi servizi, per chi dà segni di disagio che permettono di valutare con cognizione di causa gli interventi da attuare. L’ospedale non fa ricoveri coatti senza prima avere eseguito una perizia. Un passaggio importante in quanto permette di stabilire subito in quale tipo di struttura la persona ha bisogno di essere collocata: clinica psichiatrica, foyer, centro per alcolisti o se invece può fare ritorno al proprio domicilio con l’assistenza di un congiunto. In Ticino invece spesso si lavora sull’urgenza senza adottare filtri. Come risolvere un’emergenza provocata da una persona agitata in pronto soccorso? La risposta è spesso quella più facile: il ricovero coatto, senza mettere in moto una rete di protezione che stabilisca se vi siano altre soluzioni più idonee. C’è anche di peggio. In Italia, dopo la legge Basaglia del 1978, i manicomi vecchia maniera sono stati chiusi, ma continuano a esistere dei reparti manicomiali molto discutibili.


Quali misure sarebbero necessarie per migliorare il sistema della presa a carico dei malati psichici?


Servirebbe un maggiore investimento per creare nuove strutture: gli attuali foyer e appartamenti protetti sono insufficienti. Non basta poi sistemare una persona in un appartamento protetto, ci deve essere un accompagnamento sociale. Il grosso male della nostra società è la solitudine: figuriamoci quale portata negativa può avere su una persona con disagio sociale, psichico o malata.  

 


Concludiamo con le parole della poetessa milanese Alda Merini (1931-2009) che, internata più volte nel corso della sua vita, ricorda così il primo ricovero: «Un giorno, esasperata dall’immenso lavoro e dalla continua povertà e poi, chissà, in preda ai fumi del male, diedi in escandescenze e mio marito non trovò di meglio che chiamare un’ambulanza, non prevedendo certo che mi avrebbero portato in manicomio». Un posto da diventare matti davvero: «Fui quindi internata a mia insaputa (...) e quando mi ci trovai nel mezzo credo che impazzii sul momento stesso in quanto mi resi conto di essere entrata in un labirinto dal quale avrei fatto molto fatica a uscire».E ancora: «Dai miei visceri partì un urlo lancinante, un’invocazione spasmodica diretta ai miei figli e mi misi a urlare e a scalciare con tutta la forza che avevo dentro, con il risultato che fui legata e martellata di iniezioni calmanti».

Pubblicato

Giovedì 18 Dicembre 2014

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