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Cuba, sanità in tempo di crisi

di

Stefano Guerra
«Ho ricevuto molto amore dalla mia gente per il semplice fatto di essere la figlia del Che Guevara: mano a mano che crescevo mi rendevo conto che avrei dovuto restituire quest’amore: e la professione di medico – la più vicina al dolore e alla gioia dell’essere umano – mi permette di farlo». Quando Aleida Guevara March si dice «orgogliosa di essere un medico cubano», quando a stento trattiene le lacrime parlando della missione internazionalista in Angola («una sola medicina per tre bambini, e scegliere chi dei tre doveva vivere...») o ricordando il periodo trascorso nella Nicaragua sandinista, allora chi la sta ad ascoltare capisce che per lei curare, farsi carico della sofferenza altrui, non significa scontare un’ingombrante eredità ma compiere la più importante delle missioni: dare ascolto alla voce dell’anima. Figlia di Ernesto “Che” Guevara e di Aleida March, Aleida Guevara March – madre di due adolescenti – ha dedicato alla medicina più della metà dei suoi 43 anni: come studente (all’Avana e a Managua), come internazionalista (in Angola) e come pediatra allergologa (all’ospedale William Soler dell’Avana). In agosto era in Ticino, ospite dell’Associazione di aiuto medico al Centroamerica (Amca) e di Medicuba. Con lei area ha voluto fare il punto sul sistema sanitario cubano a 15 anni dall’inizio del cosiddetto “período especial” seguito alla disintegrazione del blocco socialista. Il sistema sanitario nazionale (vedi box sotto) è sempre stato un vanto della Rivoluzione cubana. Lo è ancora oggi dopo quasi 15 anni di “período especial”? Nei primi anni del “período especial” la situazione era drammatica. Con il crollo del blocco socialista Cuba si ritrovò senza materie prime né tecnologia. Fino ad allora ricevevamo le materie prime per produrre medicine dai paesi appartenenti all’ex blocco socialista, in particolare dalla Ddr e dalla Bulgaria. E a Cuba c’era di tutto. Dagli stessi paesi arrivavano anche i macchinari. Oggi, ad esempio, usiamo ancora apparecchiature per i raggi X dell’ex Ddr vecchie di 40 anni. Ma da quando la Ddr è scomparsa, mantenerle funzionanti e ripararle è diventato difficilissimo. Così Cuba ha dovuto cominciare a guardare altrove, a muoversi su un mercato internazionale dai prezzi elevatissimi e nel quale 8 nuovi medicinali su 10 sono prodotti negli Stati Uniti dove il nostro paese – per effetto dell’embargo – non può comprare se non passando attraverso una serie di intermediari che faccia perdere le tracce della vendita all’Fbi in modo che quest’ultima non sanzioni l’impresa produttrice. Cosa significa essere pediatra durante il “perìodo especial”? A Cuba il 14 per cento dei bambini soffre di una o forma o l’altra di allergia. Un giorno, negli anni più duri del “período especial” (1992-1994), una mamma venne da me con i suoi due figli adolescenti affetti da una grave forma di asma. La donna non aveva parenti negli Stati Uniti che le potessero mandare le medicine di cui aveva bisogno. Una parte di esse le ricevevamo attraverso i canali della solidarietà internazionale, e io le conservavo per i pazienti più gravi e che non avevano famigliari all’estero. Però quel giorno non avevo nulla, e nelle farmacie non c’erano i medicinali cinesi che facevano al caso nostro perché la nave non era ancora arrivata all’Avana. Ero disperata. Ma la donna, che era di colore, mi chiese «perché è così preoccupata dottoressa?». «Perché non ho nulla da darti, non posso fare nulla», le risposi. Lei si mise a ridere, e io non capii. Poi disse: «Io sono nera, lei è bianca, mai avrei immaginato che una dottoressa bianca potesse piangere per la salute dei miei figli: solo in una Rivoluzione come questa è possibile. Non si preoccupi, i problemi si risolveranno». Quella donna mi diede coraggio e da quel giorno mi convinsi che bisogna sempre guardare avanti. Fu anche grazie a questo incontro che poi cominciammo a cercare medicine alternative, ad esempio valorizzando i rimedi naturali tradizionali e sviluppando l’omeopatia. Il “período especial” ha dato un impulso decisivo in questo senso, obbligando i medici cubani a guardare oltre la medicina tradizionale. A causa della scarsità di medicamenti e dell’usura delle apparecchiature, siamo stati costretti anche a rivalutare la prevenzione, il contatto diretto col paziente, la diagnosi clinica. Così, proprio per limitare al massimo i ricoveri negli ospedali e il consumo di medicamenti, a partire dalla metà degli anni ’90 lo Stato cubano ha investito parecchio nel sistema del medico di famiglia (vedi box) e nelle attività di prevenzione (contro il fumo, l’alimentazione ricca in grassi, ecc.). Come incidono sulla salute della popolazione cubana (o perlomeno sulle categorie più a rischio come le donne sole con figli a carico e i pensionati) la difficoltà ad alimentarsi in modo sufficiente e lo stress che implica il far fronte ad altri problemi quotidiani come il trasporto pubblico, le riparazioni domestiche ecc., problemi acutizzatisi durante il “período especial”? A Cuba non c’è denutrizione. Scarseggiano i dolciumi, questo sì. E quelli che ci sono non tutti se li possono permettere. All’inizio del “período especial” abbiamo avuto dei problemi [la malnutrizione è stata una delle cause di un’epidemia di neuropatia ottica durata dal ’91 al ’97, ndr] che però ci siamo ormai lasciati alle spalle grazie alle entrate in dollari provenienti dal settore turistico, soldi che sono stati investiti in educazione, salute e alimentazione. Tra gli anni più duri del “período especial” e oggi esiste una differenza abissale dal punto di vista dell’alimentazione. Vorremmo avere di più perché siamo dei mangioni, ma a Cuba non esiste un problema di nutrizione. Certo, il consumo di proteine non è ancora quello della seconda metà degli anni ’80, ma è sicuramente superiore a quello della prima metà degli anni ’90. Secondo l’economista cubana Angela Ferriol un 20 per cento della popolazione vive in condizioni di povertà: si tratta soprattutto di donne sole e persone anziane, particolarmente esposte al rischio di malattie proprio perché la loro dieta è al limite della sufficienza. Continuiamo ad avere problemi economici. In un contesto del genere le persone più a rischio sono gli anziani che hanno smesso di lavorare. Per questo lo Stato negli scorsi mesi ha deciso di aumentare le pensioni. È chiaro che dobbiamo fare di più in quanto a presa a carico degli anziani, ma stiamo seguendo la strada giusta. La carenza di medicamenti nelle farmacie e negli ospedali, oltre che i magri salari del personale medico e paramedico, hanno favorito l’espansione di un mercato nero che lo Stato fatica a contenere. In giugno Fidel Castro lo ha ammesso pubblicamente, e ha detto che i pazienti si lamentano perché medici e infermieri fanno pagare (in dollari) determinati esami o “accettano” regali di ogni tipo... Sono almeno due anni che il fenomeno è in calo grazie ai controlli della polizia e al fatto che nel frattempo molti medicamenti (non gli antibiotici, che continuano a scarseggiare o si trovano solo saltuariamente...) sono stati resi disponibili in modo stabile. Il mercato nero esiste ancora, ma come medici non proviamo più l’ansia degli anni precedenti quando sapevi che nelle farmacie non c’era un farmaco che però potevi trovare per strada... La vendita clandestina di medicamenti è una realtà che dà ribrezzo, perché il sistema sanitario cubano è gratuito mentre così si ruba alla gente. Nessun medico è proprietario di una clinica, di un ospedale, che sono proprietà del popolo: chi si comporta in questo modo, chi vuol guadagnare sul dolore altrui, dovrebbe andarsene a vivere in un’altra società che gli permetta di esercitare da “privato”. Lo Stato sta rispondendo con controlli e sanzioni, però il mercato nero continuerà a prosperare fintanto che il personale medico e paramedico si troverà “obbligato” a completare un salario misero [equivalente a 8-20 dollari mensili dopo l’ultimo aumento decretato in primavera], assolutamente insufficiente per vivere in un paese dall’economia semi-dollarizzata... Per anni i salari di medici e professori sono stati congelati: lo Stato non aveva i mezzi per aumentarli. Intanto chi lavora nei settori legati agli investimenti esteri, come quello turistico, beneficiava di divise. Per questo ci sono medici che si son detti «cavolo, lavoro come un mulo e il cameriere che serve i turisti in un giorno si porta a casa quello che io guadagno in un mese». Però le entrate in dollari lo Stato le investe nello sviluppo di sanità, educazione e alimentazione, quindi a beneficio dell’intera popolazione. Con dei salari così bassi, le professioni di medico e infermiere (lo stesso discorso vale per i docenti ad esempio) non corrono il rischio di perdere il prestigio che hanno sempre avuto a Cuba? No, assolutamente. Però non pochi medici, infermieri e maestri si son messi a fare i taxisti o i camerieri... Quanti? A Cuba i professionisti della salute sono 68’800. Quanti sono quelli che si sono riciclati? Pochissimi! E chi l’ha fatto non avrebbe mai dovuto sprecare i suoi neuroni studiando medicina. Questa professione bisogna esercitarla con amore, non importa quanto vieni pagato: io ricevo un salario “simbolico”, ma questo sforzo quotidiano che dedico ai miei pazienti non ha prezzo. E conosco migliaia di medici così, orgogliosi come me di poter dire “sono un medico cubano”.

Pubblicato

Venerdì 16 Settembre 2005

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