Il consiglio che dà Angel Tomas Gonzalez, un giornalista cubano che scrive per giornali stranieri, a chi viene in visita all’Avana e cerca di capire cos’è e cosa sarà Cuba, è di andare a fare una passeggiata lungo la maestosa avenida de los Presidentes, nel barrio del Vedado. Qui gli ex presidenti cubani di prima del ’59 avevano la loro statua di bronzo ma, dopo il ’59, tutte le statue sono state abbattute e condannate a sciogliersi nei forni roventi della rivoluzione, i presidenti che immortalavano giustiziati come traditori venduti ai governi degli Stati Uniti d’America. Da allora tre generazioni di giovani cubani sono cresciute avendo come unica referenza monumentale di quei tempi, dopo la guerra d’indipendenza contro la Spagna del 1898 e la concomitante guerra americana di conquista di Cuba, due scarpe arrugginite e ossidate rimaste attaccate su un piedistallo. Le scarpe della statua di Tomas Estrada Palma, primo presidente della Repubblica di Cuba nel 1902. L’anno dell’emendamento Platt, che dava a Washington potere di vita e di morte sull’isola, e del furto “legale” della baia di Guantanamo. Lo scontro mortale fra “nacionalistas” e “anexionistas” dura e divide i cubani dalle rivolte anti-spagnole del XIX secolo. Prima di José Martì, prima di Fidel Castro. I cubani prima che marxisti o socialisti sono nazionalisti. E Fidel «ha avuto l’abilità politica di presentarsi come l’uomo in grado di riprendere e portare avanti la tradizione nazionalista». È il leader insostituibile in quanto capace di sopravvivere ai 40 anni della “guerra sporca” di Washington (e Miami). Il “Patria o muerte” che ripete a ogni pie’ sospinto e si legge sui muri sbrecciati dell’Avana, pesa di più del “Socialismo o muerte”. Da qui si spiega (il che non significa che si giustifica) la relativa facilità con cui il governo cubano ha potuto – finora – bollare la dissidenza interna, dice ancora Gonzalez, come «erede di quella tradizione annessionista» e il suo passo logico successivo: “mercenarios al servicio de l’Imperio”, “traidores”, “vendepatria”. Finché c’è lui Cuba, nel bene e nel male, non cambierà. A meno di sorprese, su questa e sull’altra sponda dello stretto della Florida, al momento improbabili nonostante l’escalation. Ma dopo? Il 13 agosto prossimo Fidel compirà 77 anni e, come ha detto, morirà con le scarpe ai piedi, perché «un rivoluzionario non va in pensione». O forse perché in cuor suo crede di essere il solo capace di impedire che l’isola nella tempesta vada alla deriva (verso Miami). Sul dopo-Fidel gli unici a giurare una ovvia e ferrea fede in una continuità senza scosse e senza cambiamenti di rotta sono gli uomini e le donne della nomenclatura. Gli altri non lo credono affatto e in molti non lo sperano. Le difficoltà esterne, aumentate dopo la recente stretta, si sommano e si moltiplicano con quelle interne. Dentro l’isola le condanne a decine d’anni di carcere ai 75 oppositori hanno avuto poca ripercussione. La condanna e fucilazione dei tre sequestratori del ferry-boat invece sono state prese molto male dalla popolazione. I tre saranno anche stati “terroristi”, ma non avevano ammazzato nessuno e il loro tentativo di dirottamento era dettato da ragioni economiche, non politiche. Erano tre “negritos” poveri che abitavano nel barrio meraviglioso per chi lo visita ma disgregato per chi ci vive dell’Habana vieja. Tre capri espiatori troppo facili e troppo piccoli nella grande partita con l’America. Come tutto sommato troppo insignificante appare anche la gran parte dei 75 oppositori arrestati e condannati in quattro e quattr’otto: pesci piccoli presi nella rete mentre i più grossi – Oswaldo Payà, Elizardo Sanchez, Vladimiro Roca – non sono stati toccati (per ora). È così che c’è chi vede questa ondata repressiva anche come una mossa di settori interni al regime in vista del dopo-Fidel: in sostanza gli “ortodossi” che vogliono mettere fuorigioco i “rinnovatori” dentro al Partito comunista. Ma queste sono solo ipotesi, forse fantasie, macinate negli ambienti diplomatici che stazionano all’Avana. Escluse decisamente da altri, cubani o stranieri arrivati qui da una vita, che non sanno spiegarsi il perché di una sterzata apparentemente suicida. C’è chi parla del timore di Fidel di un’esplosione sociale in certi barrios poveri dell’Avana – come Habana vieja o Centro Habana – specie ora dopo che il governo ha dato un giro di vite (contro la corruzione, contro la droga, contro la prostituzione…) che ha chiuso molti canali della piccola illegalità quotidiana con cui la maggior parte della popolazione doveva sfangare la vita di fronte a salari medi (per quelli che non maneggiano dollari) che non arrivano a 250 pesos al mese (8 o 9 euro). Il viceministro degli esteri Angel Dalmau mi ha detto di essere «assolutamente sicuro» che la stragrande maggioranza degli 11 milioni di cubani sta col governo e con Fidel (sarà la stessa cosa?). Ma la spinta a emigrare per cercare di vivere meglio è fortissima, nonostante l’orgoglio nazionalista, specie fra quella metà della popolazione che ha meno di 30 anni, che è nata dopo la rivoluzione e che è stanca di vivere in un clima di perenne stato d’assedio e penuria. La sezione di interessi Usa, sul Malecon, gioca sporco e dà poche centinaia di visti l’anno anziché i 20 mila previsti dagli accordi bilaterali del ’94 sull’emigrazione. Quella spagnola, all’imboccatura del porto nell’Habana vieja, pur essendo l’aggressività di Aznar seconda solo a quella di Bush rispetto a Cuba, centellina i visti. E il futuro non promette niente di buono. Dopo le recenti condanne l’Unione europea, che ha da poco aperto un Ufficio di rappresentanza qui all’Avana, minaccia ritorsioni. L’Italia del governo Berlusconi non vedeva l’ora, dopo l’Iraq, di poter presentare i propri ossequi all’amico americano anche rispetto a Cuba e ha proposto il congelamento delle relazioni diplomatiche ma soprattutto della cooperazione italiana – eccetto quella umanitaria. «Europei ipocriti», dice il viceministro Dalmau, e forse ha ragione. Ma la situazione è questa. E Cuba dovrà farvi fronte. Con Fidel adesso e senza Fidel dopo. Ma il dopo non è per niente chiaro e spaventa molti, sia fidelisti sia anti-fidelisti. Spavento e incertezza alimentate anche dalla difficoltà di scrutare dentro le stanze segrete del Partito comunista e, soprattutto, dentro la testa di Fidel. Si sa che all’interno del partito c’è un’ala più “dura” e “ortodossa” – i Raul Castro, i Balaguer, i Machado Ventura – e un’ala più “pragmatica” e forse più “aperturista” – i Lage, gli Alarcon –, ma questo è normale e non è dato sapere se corrisponde alla realtà, almeno rispetto ai nomi che circolano. Si sa anche, da tempo, che il delfino designato è Raul, il fratello, che però ha solo 4 anni di meno di Fidel e infiniti anni-luce di meno del suo carisma. Si vocifera di un salto generazionale e di una possibile ascensione del brillante ministro della cultura, Abel Prieto, o di Felipe Perez Roque, il quarantenne ministro degli esteri che per 7 anni è stato segretario particolare di Fidel, ma dei giovani eredi di Fidel, ascesi e caduti – gli Aldana, i Robaina – si son perse le tracce (anche se sono tutti vivi e in buona salute perché a Cuba non ci sono desaparecidos). Si ipotizza una transizione alla cinese e alla vietnamita con un forte controllo del partito in politica e un’apertura in economia. Si avanza la previsione – i più visionari – di un modello-Pri, il partito-stato che per 70 anni ha governato il Messico consentendo un pluralismo di facciata con altri partiti satelliti. Si teme che gli americani per una volta si dimostrino meno stupidi e facciano l’unica cosa seria e dall’impatto inquietante per mettere in difficoltà Castro: revocare l’embargo e inondare Cuba di dollari, turisti, businnessmen, tentare “un golpe di mercato” su un’economia messa quasi ko già una decina d’anni fa con il collasso dell’Unione sovietica, ma con Bush e soci alla Casa bianca l’isola almeno questo pericolo non lo correrà. Ipotesi, voci, fantasie, per ora. Almeno finché ci sarà Fidel è probabile che le cose vadano avanti così e che i cubani continuino a essere prima di tutto fidelisti. Come dice Angel Tomas Gonzalez, «i cubani non nascondono la loro usura, stanchezza, frustrazione e sogni perduti in questi ultimi 44 anni. Però fino ad ora si sono mostrati decisi a resistere. La rivoluzione cubana con i suoi successi e la lunga lista di insuccessi continua a essere l’unico progetto nazionale e indipendente che l’isola abbia potuto portare avanti da quando la scoprì Cristoforo Colombo».

Pubblicato il 

16.05.03

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