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Cuba, le riforme e la capacità di sorprendere

di

Franco Cavalli

In un recente viaggio all’Avana ho incontrato con particolare piacere Felipe Roque, l’ex ministro degli esteri che al momento del ritiro di Fidel veniva indicato dalla stampa internazionale come il suo possibile successore. Ma poi per una cavolata (ma io penso che fu piuttosto perché perse la battaglia politica con Raul Castro) fu silurato e ritornò a lavorare quale ingegnere elettrotecnico. È sempre un pozzo di informazioni, anche se comprensibilmente certi argomenti delicati li evitiamo. Cuba si trova a metà del guado, in un processo di riforma molto turbolento. Soprattutto per ridurre l’elefantiaco apparato statale, Raul ha permesso il fiorire di molte attività private, che possono essere gestite in proprio o in collettività, al massimo con un paio di collaboratori: sono i cosiddetti “cuentapropistas”.

 

L’Avana, gioiello dell’epoca coloniale, è ora diventata una città vivacissima: dappertutto fioriscono negozietti, ristorantini e le più svariate attività. Ma se le vecchie regole non valgono più, nessuno sa ancora bene quali siano esattamente le nuove. Esiste quindi una grande incertezza, che per esempio ha reso a noi di Medicuba svizzera la vita più difficile, in quanto alcuni nostri progetti sono stati ritardati da funzionari che non sapevano più che pesci pigliare.


Le riforme creano sempre altri problemi: in diversi centri di ricerca, dove si stavano costruendo nuovi laboratori, ho trovato gente insoddisfatta perché improvvisamente le imprese di costruzione statali non avevano più abbastanza muratori, in quanto molti di loro si erano ormai messi a fare l’artigiano da “cuentapropista”.


Il governo ha recentemente annunciato l’inizio del processo che dovrebbe portare ad una sola moneta. Oggi ce ne sono due: il Peso nazionale e i Cuc, che sono per i turisti e per quei cubani (parecchi ormai) che hanno accesso ai dollari. Ciò è fonte di molto scontento. Avere una sola moneta sarà necessario per rimettere a posto una serie di gravi squilibri (si pensi che chi lavora nel turismo guadagna facilmente più di un medico primario), che sono il risultato della strategia di sopravvivenza, che Fidel ha dovuto imboccare dopo la caduta del muro di Berlino.


A fronte dell’asfissiante blocco economico statunitense e alla scomparsa dei prodotti che arrivavano dai paesi dell’Est, a Cuba non rimase allora che forzare il turismo con tutte le conseguenze del caso. Il criminale blocco americano continua, nonostante le innumerevoli risoluzioni dell’Onu che ne chiedono la fine. Cuba si è ora ripresa grazie ai commerci con la Cina e all’aiuto economico di Caracas. Ma la situazione in Venezuela è tutt’altro che stabile. A Raul non restava quindi che puntare su un aumentata efficienza produttiva: è questa la vera ragione che l’ha obbligato alle riforme.


Prima dell’89 Cuba era uno dei paesi più egualitari, ma la doppia moneta e le riforme stanno facendo crescere le  disuguaglianze. Il governo e il PC ne sono ben coscienti e stanno facendo il possibile per limitare i danni. La parola d’ordine è perciò “continuare con le riforme, ma non troppo in fretta: non vogliamo far la fine di Gorbaciov”. E forse ancora una volta i cubani ci sorprenderanno, riuscendo laddove finora tutti hanno fallito: riformare un sistema di tipo sovietico aumentandone l’efficienza, ma evitando i peccati originali del capitalismo. Perché non è creando un po’ più di spazio per il mercato, che un sistema si trasforma necessariamente da socialista in capitalista: il capitalismo è una cosa ben diversa! Questo dovrebbero capirlo anche quei facili critici “di sinistra”, che alle nostre latitudini dicono peste e corna delle riforme cubane. Sarebbe interessante sapere quali sarebbero le loro ricette alternative.

Pubblicato

Giovedì 5 Dicembre 2013

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