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Cuba, l'assedio e la trincea

di

Stefano Guerra
Chiunque si avvicina a Cuba e poi si sforza di comprenderla presto o tardi si sentirà disarmato: perché più si vuol capire, più si va a fondo, meno ci si capisce. Non solo perché Cuba e la società cubana sono in sé profondamente contraddittori (e lo sono ancor più da quando dollari e turismo hanno cominciato a stravolgerne l’egualitarismo pilastro della Rivoluzione). E nemmeno perché Cuba è capace di suscitare emozioni che a volte spiazzano l’intelletto. No, non è solo questo. La difficoltà sta anche nel riuscire a sottrarsi alla polarizzazione che spesso caratterizza il dibattito attorno a quest’isola e alla Rivoluzione che ha appena compiuto 45 anni di vita. Non è facile scovare nei ristretti spazi “neutri” di questo dibattito (ammesso che la neutralità esista) delle voci non compromesse né con l’oltranzismo anti-castrista né con il militantismo acritico degli amici di Cuba. René Vázquez Díaz è una di queste voci. Scrittore e giornalista, esule in Svezia da una trentina d’anni, si indigna allo stesso modo di fronte all’aggressione arbitraria che il suo paese subisce da parte degli Stati Uniti e alle pulsioni repressive delle autorità cubane: «I cubani vogliono dei cambiamenti, ma questi cambiamenti li vogliono in un clima di pace, sperano che avvengano in maniera graduale e tranquilla, nel seno stesso della Rivoluzione, e soprattutto fra di loro, senza ingerenze straniere», dice Vázquez Díaz nell’intervista concessa ad area in occasione di un suo recente passaggio in Ticino nell’ambito della Giornata mondiale degli scrittori in prigione indetta dal P.e.n. International. René Vázquez Díaz, da qualche anno il governo di Fidel Castro sembra essere confrontato a una sfida nuova: un’opposizione interna (ed esterna) forse meno ideologicizzata di un tempo, che pare aver optato in buona parte per rivendicazioni concrete, avanzando proposte tese a migliorare le difficili condizioni di vita della stragrande maggioranza dei cubani e che non si pongono necessariamente in un’ottica di rottura col processo rivoluzionario. Non sono d’accordo con questa interpretazione. Ciò che esiste al momento attuale a Cuba è un’opposizione riciclata: cose che già erano state rivendicate tempo fa vengono ora riproposte, però in un contesto molto diverso. Un contesto di aggressione da parte degli Stati Uniti, che determina una situazione nefasta: obbliga infatti il governo cubano a mettersi in una trincea, favorendo così situazioni di grande ingiustizia, come ad esempio i processi sommari, le incarcerazioni e le condanne a morte del 2003 (1). Ciò che è cambiato negli ultimi anni è l’accesso dell’opposizione cubana al finanziamento esterno. Attraverso il responsabile della sua Sezione di interessi all’Avana (2), James Cason, gli Stati Uniti hanno lavorato freneticamente e apertamente con la dissidenza interna, che dall’inizio della Rivoluzione ha sempre cercato di controllare. È triste quanto sta succedendo a Cuba. Gli Stati Uniti non danno ai cubani l’opportunità storica di mettersi d’accordo, di riconciliarsi. Lo fanno in particolare attraverso un vero e proprio “fronte mediatico” fabbricato e finanziato da loro, che contribuisce a trasformare Cuba in una pentola a pressione. Chi fa parte di questo “fronte”? Il quotidiano Miami Herald ad esempio, uno dei più falsi e manipolatori del mondo occidentale. Io vi ho pubblicato degli articoli fino alla metà degli anni ’90, ma ora non lo posso più fare perché non accetto l’accordo tacito che ti obbligano a rispettare: “puoi scrivere, ma non devi criticare l’embargo contro Cuba”. Non sono forse anche questi dei limiti alla libertà di espressione? C’è poi la rivista Encuentro, pubblicata a Madrid. Io fui uno dei co-fondatori, ma poi la abbandonai. Perché da un lato non fu accettato che essa venisse finanziata dal Centro internazionale Olof Palme in cui lavoravo all’epoca, dall’altro perché non si rispettò la condizione che nessun finanziamento dovesse arrivare dagli Stati Uniti. Oggi tutti sanno che questa rivista è completamente finanziata dalla National Endowment for Democracy (3), organismo che con una mano favorisce una presunta “libertà di espressione” e con l’altra cerca di asfissiare il popolo cubano in maniera indegna. Per non parlare poi del portale Cubanet, o ancora di Radio Martí e Televisión Martí basate a Miami. Numerosi giornalisti “indipendenti” e “dissidenti” cubani ricevono da anni importanti somme di denaro dalla Ned e dall’agenzia del governo statunitense per lo sviluppo internazionale (Usaid) (4). In un simile contesto come si può abbordare in maniera corretta – senza cadere cioè nella polarizzazione che spesso caratterizza tale dibattito – le questioni della libertà di espressione e della dissidenza a Cuba? Bisognerebbe innanzi tutto creare un clima in cui la polarizzazione non esista. Gli spazi però sono molto ridotti. A Cuba bisogna essere molto cauti al momento di pubblicare qualcosa o di esprimere certe opinioni. Il sistema mediatico cubano è dominato dallo Stato, al di fuori di esso non si può fare nulla. A Cuba ci sono però scrittori che cercano di superare questi ostacoli, lavorando all’interno del sistema per creare un paese più democratico, più libero. Fuori dall’isola, come detto, esiste questo fronte mediatico nel quale si può solo parlare contro il governo cubano. Governo nel quale invece ci sono molte cose positive. All’interno dell’isola esistono parecchi fattori “democratizzanti” che non si chiamano “dissidenti”, non si autodefiniscono come tali. Il problema è che nessuno li aiuta. A chi o a cosa pensa in particolare? Ad esempio all’interno della Union de escritores y artistas cubanos (Uneac), in seno allo stesso Pcc, nelle organizzazioni di massa. Guardi, io ho una cugina che lavora in una piccola radio provinciale. Lei mi racconta come lì si cerca, per così dire, di “alzare l’asticella” di ciò che è possibile dire. Esiste tutto un fermento all’interno di Cuba di cui non si parla. Si parla invece solo di chi si piega a ricevere aiuti dagli Stati Uniti. Cosa pensa delle recenti restrizioni all’invio di rimesse e ai viaggi nell’isola imposte dalla Casa Bianca ai cubani che vivono negli Stati Uniti? Sono misure che insultano tutti i cubani. Le considero come un prodotto del contubernio [convivenza illegittima, ndr] di lunga data fra la dissidenza cubana e gli Stati Uniti, nell’ambito del quale si inserisce il lavoro in comune fra i dissidenti e la Sezione di interessi Usa all’Avana. Una complicità che ha creato una sensazione di impunità fra la “dissidenza” cubana, convinta che l’impunità di cui godono gli Usa garantisca anche la sua. Alla Casa Bianca essa dice: “fate quello che volete, basta che infliggiate una sconfitta a Castro”. Ciò è molto pericoloso, perché innesca una dinamica che potrebbe anche sfociare un domani in un intervento militare degli Stati Uniti contro Cuba. Le misure decise dall’amministrazione Bush sono dirette esclusivamente contro il popolo cubano. Guardi, io ho un amico a Miami che è un anti-castrista radicale della prima ora. È cresciuto con la zia, che vive a Cuba. Lui non può mandarle soldi perché lei non è più considerata un parente stretto. Bush ha in un certo senso ridefinito la “famiglia cubana”, e questa ingerenza suscita un forte risentimento. Lei ha criticato duramente le sanzioni imposte dall’Unione europea a Cuba (5). Perché? Si tratta di sanzioni ipocrite, che non si basano su principi. Perché non esiste una posizione comune dell’Ue nei confronti della Cina? Perché le relazioni commerciali lo impediscono. I cubani chiesero il sostegno dell’Ue affinché l’Onu potesse ispezionare la base navale di Guantanamo e verificare in tal modo se i nord-americani stavano rispettando o meno i diritti umani. L’Ue rispose di no. Non è ipocrita preoccuparsi per i diritti umani in una parte dell’isola e chiudere gli occhi su ciò che succede nell’altra, occupata dagli Stati Uniti? Per non parlare poi della legge Helms-Burton (6), un atto di guerra contro Cuba, che l’Ue ha accettato implicitamente. L’Unione europea in questo modo non sta favorendo cambiamenti democratici a Cuba. Qual è la sua percezione della Cuba di oggi dopo trent’anni vissuti in esilio? Cuba deve cambiare. Giustificandosi con l’embargo, il governo cubano mantiene restrizioni nei confronti della popolazione che sono in gran parte assurde. Sono restrizioni da tempi di guerra. Il governo cubano vive però uno stato d’assedio permanente. Dall’interno, i cubani si considerano in guerra, una guerra di tipo commerciale, finanziario, politico: a causa del bloqueo e della legge Helms-Burton, vivono una quotidianità assediata. E vogliono cambiamenti: non un cambiamento, brutale, ma dei cambiamenti. Questa aspirazione io la riscontro ogni volta che vado a Cuba. Ma i cubani questi cambiamenti li vogliono in un clima di pace, sperano che avvengano in maniera graduale e tranquilla, nel seno stesso della Rivoluzione, e soprattutto fra di loro, senza ingerenze straniere. (1) Nella più severa stretta repressiva degli ultimi anni, fra il 18 e il 19 marzo le autorità cubane arrestarono e poi condannarono a pene fino a 28 anni di reclusione 75 oppositori (7 di loro sono stati liberati lo scorso mese di maggio), ritenuti colpevoli di essere coinvolti in attività sovversive orchestrate dal capo della Sezione di interessi degli Stati Uniti a Cuba James Cason. Allo stesso tempo, dopo un processo sommario, vennero giustiziati tre dirottatori di un traghetto rimasto senza carburante al largo dell’Avana. (2) Non avendo relazioni diplomatiche con Cuba, la Casa Bianca non dispone di una vera e propria ambasciata ma di una Sezione di interessi. A dirigerla dal settembre del 2002 è James Cason, che non ha mai fatto di mistero di voler sovvertire il governo di Fidel Castro e da allora si è adoperato per fornire aiuto finanziario e logistico alla “dissidenza” cubana. (3) Organismo statunitense che in tutto il mondo foraggia “gruppi pro-democrazia” e promuove lo sviluppo di “istituzioni democratiche”. Ha finanziato la campagna di destabilizzazione che portò al golpe (poi sventato) contro Hugo Chavez in Venezuela nell’aprile del 2002. (4) Nel 2000, Usaid e Ned disponevano di 8,2 milioni di dollari da destinare alla pianificazione della transizione a Cuba, alla pubblicazione all’estero dell’opera di giornalisti cubani indipendenti, alla creazione di Ong indipendenti nell’isola, alla raccolta e alla diffusione all’estero di informazioni sui gruppi per i diritti umani e infine al finanziamento della rete mediatica di sostegno alla dissidenza. Si veda René Vázquez Díaz, “Fallait-il sanctionner Cuba?”, Le Monde diplomatique, aprile 2004, p. 23. (5) Ibid. (6) Approvata nel marzo 1996 dal Congresso degli Stati Uniti. Prevede sanzioni contro chiunque, in tutto il mondo, abbia relazioni commerciali con Cuba.

Pubblicato

Venerdì 26 Novembre 2004

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