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Cronache da una guerra oscena

di

Gianfranco Helbling
È destinato a far discutere "Three Comrades", il documentario realizzato dalla regista russa Masha Novikova sulla guerra in Cecenia (cfr. riquadrato sotto). Perché mai finora questa guerra era stata mostrata così coerentemente dal punto di vista delle vittime, con numerosi filmati girati nella stessa Grozny durante gli incessanti attacchi dell'esercito russo. Dopo la prima all'Amnesty International Film Festival di Amsterdam il 10 marzo, "Three Comrades" sarà proposto al Festival di Locarno nell'ambito della Settimana della Critica (prima proiezione l'8 agosto alle 11 al Teatro Kursaal). La documentarista Masha Novikova è nata 50 anni fa a Mosca, ma dal 1988 vive ad Amsterdam. Ha cominciato ad interessarsi professionalmente alla Cecenia nell'aprile del 2000, poco dopo la distruzione pressoché totale di Grozny, lavorando al documentario "Train to Grozny" di Leo De Boer. Nel 2002 ha fatto alcune riprese per "Dance Grozny Dance" di Jos De Putter. In questa intervista Novikova spiega qual è l'urgenza che l'ha spinta a fare un film necessario come pochi altri.

Masha Novikova, qual è stata la motivazione che l'ha spinta a realizzare il film "Three Comrades"?
La guerra in Cecenia è stata iniziata e viene combattuta dai russi. E io sono russa. Provo la più profonda vergogna per ciò che sta accadendo laggiù e per l'ignoranza dei russi al riguardo. Mi vergogno per il modo in cui continuano ad ignorare una tragedia che dura ormai già da più di dieci anni. L'impressione più forte che ho avuto da tutto ciò che ho visto in Cecenia durante le mie ormai numerose visite è il destino della gente comune, che non c'entra nulla con questa guerra, che in primo luogo non voleva che venisse combattuta, ma che non di meno si ritrova ad esserne vittima. Mi ha impressionato come la guerra ha completamente cambiato le loro vite e rovinato il loro futuro.
E come è nato il suo ormai profondo interesse per la guerra in Cecenia?
Per molto tempo ho pensato che la guerra fosse qualcosa che accade in paesi molto lontani o nei film sulla seconda guerra mondiale, quelli che avevo visto nella mia gioventù. In quei film i cattivi erano ovviamente i fascisti e i buoni erano sempre i russi. Quando giunsi in Cecenia per la prima volta per me fu uno choc enorme. Lì tutti parlavano russo, tanto gli abitanti del posto quanto le truppe d'occupazione. Mi sembrava tutto così irreale. Era come se fossi in un film, ma con i ruoli completamente rimescolati.
Lei ha detto di provare vergogna per l'ignoranza dei russi. Ma anche in Occidente c'è molta ignoranza rispetto a quanto accade in Cecenia da ormai 12 anni. Come lo spiega?
Da quando ho cominciato ad occuparmi intensamente della Cecenia mi sono resa conto che l'atteggiamento dell'Occidente nei suoi confronti è cambiato. Molte cose sono state sottaciute, occultate. I rifugiati ceceni vengono rimandati indietro. Vivo in Olanda, e anche lì dopo l'ultima visita di Putin (quando la regina d'Olanda ne ha tessuto le lodi e gli uomini d'affari si sono messi in fila per ricevere anche solo un'occhiatina da lui) è diventato chiaro che per l'Occidente le ragioni economiche sono più importanti di quelle umanitarie. Purtroppo.
Il destino dei tre amici è perfetto per tracciare la storia recente della Cecenia dal punto di vista della gente comune. Come è arrivata alla storia di Ramzan, Ruslan e Islam?
Conosco Islam, oggi vive a Rotterdam. Mi ha raccontato le sue storie, mi ha parlato dei suoi amici, mi ha mostrato i filmati privati che aveva conservato. Quando poi ho visto l'archivio di Ramzan ho saputo subito che avrei voluto fare un film su di loro.
È stato difficile convincere mogli e madri a parlare di quanto accaduto a Ramzan e Ruslan?
La vedova di Ramzan, Lisa, mi ha subito fatto una enorme impressione. Era bella, forte e giovane come le mie figlie! Questa idea per me era insopportabile. Perché è in circostanze come queste che capisci davvero che razza di mondo stiamo per lasciare ai nostri figli. La vedova di Ruslan l'ho incontrata più tardi, in Inguscezia. La prima cosa che mi ha detto è che aveva sempre sperato che qualcuno facesse un film su suo marito e sui suoi amici, e su ciò che era capitato loro. Nella famiglia di Ramzan a Grozny, sua sorella, sua zia e sua madre, tutti sono stati molto contenti di incontrarmi. Sono rimasta a lungo da loro e mi sono sentita davvero a casa. Come sempre con una famiglia cecena.
Lei inizia il film citando una vecchia canzone caucasica, "Gli uomini veri non piangono, le loro lacrime se le porta via il vento". Il suo è anche un film sulla mascolinità?
Questa canzona me l'ha cantata Idris, il figlio tredicenne di Ruslan. Stavamo filmando sua madre, Aminat, mentre ci raccontava la storia straziante di quel che era accaduto a Ruslan. Il ragazzo non riuscì a trattenersi e pianse. Ma è vero che ad Oriente gli uomini cercano di non mostrare i loro sentimenti, di apparire in tutta la loro mascolinità. Ma certamente tutti soffrono allo stesso modo. Ho visto piangere anche Islam, e anche il mio operatore lituano e il mio montatore serbo.
È stato difficile ottenere i filmati realizzati da Ramzan?
Per chi tiene questi nastri in casa è assolutamente molto pericoloso. E ovviamente deve fidarsi di te per poterteli mostrare e per permetterti di usarli nel tuo film. Uno dei motivi è che Ramzan aveva filmato tutto ciò che gli capitava attorno. Aveva anche ripreso i leader politici dell'epoca, quelli che oggi Putin definisce dei terroristi di livello mondiale.
E com'è possibile girare oggi un film a Grozny?
Filmare oggi in Cecenia è praticamente impossibile, non lasciano entrare troupes cinematografiche. Allora non rimane altro da fare che filmare in segreto con una piccola camera digitale. Che non sia permesso filmare dimostra anche che i federali sono coscienti del fatto che sono loro che stanno commettendo dei crimini, non i ceceni.
La guerra in Cecenia è una "guerra senza immagini". In "Three Comrades" è forse la prima volta che si vede questa guerra dall'interno. C'è ancora molto materiale in circolazione come quello raccolto da Ramzan durante la guerra?
So che c'è molto materiale di questo tipo. Non solo quello di Ramzan. Ho parlato con una giovane donna che ha filmato di nascosto delle uccisioni di massa, ma tiene questo materiale chiuso in una scatola che è sepolta sotto terra. La madre di Ramzan ci ha detto che anche lui, prima di essere ucciso, aveva nascosto sotto terra i suoi nastri. Si rischia la vita se si conservano questi filmati. I federali lo chiamano "compromat", materiale che può comprometterti…
Iniziando a realizzare questo film aveva già molto materiale di alta qualità, sia documentaria che estetica, girato da Ramzan. Con quali principi ha girato il resto del film, sapendo che una larga parte di esso sarebbe stato costituito dai materiali raccolti da Ramzan?
Abbiamo cercato di rimanere il più fedeli possibile allo stile di Ramzan. Questo voleva dire ad esempio filmare le persone nel loro ambiente. Nel caso di Aminat e Idris – mentre li stavamo filmando stavano guardando alla televisione i nastri girati da Ramzan e discutevano di ciò che vedevano. All'inizio del film invece Islam guarda le immagini di Grozny e racconta di come era un tempo la città. Le immagini che vediamo filmate da Ramzan sono forse le uniche immagini che per loro sono veramente reali, le uniche in grado di dimostrargli che prima che la guerra cominciasse c'era vita, una vita felice.
Sarà possibile mostrare questo film in Russia?
Purtroppo è assolutamente impossibile mostrare questo film alla televisione russa. Ma ci sono diverse organizzazioni per la difesa dei diritti umani che hanno ricevuto il dvd da me e lo stanno facendo circolare. E ricevo delle reazioni, delle belle lettere o degli e-mail. Sembra quasi di essere tornati ai vecchi tempi, i vecchi tempi del comunismo. Quando mio papà portava a casa i libri proibiti di Solzhenitsyn, copie di libri proibiti e pericolosi da avere in casa.
Lei ama Grozny? Perché?
Me lo sono sempre chiesto – perché amo Grozny? Ho conosciuto la città soltanto dopo che era già stata distrutta. Conosco la città dai racconti dei miei amici, e da quando ho cominciato a lavorare a questo film anche dalle immagini di Ramzan. Adesso posso parlare con la gente che viveva a Grozny di posti che non esistono più: il posto dove c'era uno stadio, là dove c'era una fontana, e così via. Grozny è il luogo geografico più assurdo e astratto che ho visto. O meglio, che non ho visto. Cammini in spazi ormai completamente vuoti e sai cosa c'era lì. E certamente in questa "città" vive gente che mi è molto cara. Come i ragazzi del gruppo di ballo Daymokh e i loro genitori. Il loro maestro Ramzan Achmadov e la sua famiglia. Li ho conosciuti quando stavo girando a Grozny delle scene per il film "Dance, Grozny, Dance" di Jos de Putter. Così, quando penso a Grozny penso a tutta questa gente con cui ho passato dei giorni indimenticabili.

Come noi amavano i Beatles

Un'automobile cavalca la notte di Grozny. È venerdì sera. In Cecenia come in tante altre parti del mondo i giovani escono per divertirsi. La musica dell'autoradio è a tutto volume. Ramzan Mezidov, Islam Bashirov e Ruslan Chamchojev ridono e scherzano. Sono cresciuti assieme, sono giovani, vanno incontro alla vita. Amano i Beatles, i Pink Floyd, i Led Zeppelin, quando possono vanno ai concerti. È lì che Ruslan conoscerà Aminat, la sua futura moglie. Ramzan è tutto preso dalla passione per il cinema. Filma tutto quel che c'è da filmare. Islam invece vuole diventare medico. I tre ragazzi amano la loro città. Grozny è un posto in cui è bello vivere. Fino al 31 dicembre 1994. In quella notte non sono i fuochi d'artificio ma i colpi dell'artiglieria russa ad illuminare il cielo. È l'inizio di una guerra, è la fine di una città e della vita, pacifica e serena, che i suoi abitanti vi trascorrevano.
Quella di Ramzan, Islam, e Ruslan, i tre compagni di Grozny, è una storia esemplare. La racconta Masha Novikova nel suo coinvolgente documentario "Three Comrades". Attraverso il loro tragico vissuto e i loro occhi di vittime Novikova ricostruisce una delle guerre più rimosse ed oscene del nostro tempo. Il racconto dell'unico sopravvissuto dei tre, Islam, rifugiatosi in Olanda per sfuggire ad un'accusa di terrorismo montata contro di lui, s'intreccia a quello dei parenti di Ramzan e Ruslan, uccisi dagli occupanti. Con grande tatto Novikova mantiene un solido equilibrio fra la sfera privata del racconto e la dimensione del dramma collettivo. Il risultato è un film di grande coinvolgimento emotivo.
L'ossatura di "Three Comrades" è costituita dal materiale che Ramzan Mezidov ha filmato durante gli anni di guerra per Grozny Tv. Si tratta di documenti eccezionali, uno dei rari sguardi dall'interno su quella guerra che sia giunto fino a noi. Sono filmati di ottima qualità documentaria ed estetica, sconvolgenti per il carico di sofferenza e desolazione che portano.

Per un cinema di confine

Sono ormai 17 anni che l'Associazione svizzera dei giornalisti cinematografici organizza la Settimana della Critica, una sezione indipendente ospitata nel cartellone del Festival internazionale del film di Locarno (che quest'anno si svolgerà dal 2 al 12 agosto). Una sezione che in questo periodo di tempo s'è conquistata uno spazio di rilievo per le scelte sempre molto profilate nel campo del cinema documentario che essa propone. Cresciuta negli anni con l'obiettivo di mettere in risalto film che fossero al limite del genere per forma e contenuti, la Settimana ha progressivamente costatato che è oggi proprio del cinema documentario far saltare tutti i confini entro cui è stato rinchiuso. Spesso più per necessità che per virtù. Ne è un esempio proprio "Three Comrades" di Masha Novikova, che sarà nel cartellone della Settimana in occasione del Festival 2006 assieme a sei altri documentari. "Three Comrades" è infatti un prodotto di indubbia dignità cinematografica ma costruito su materiali girati ad uso della televisione e realizzato con una troupe internazionale fra l'Olanda, la Russia e la Cecenia.

www.semainedelacritique.ch
www.pardo.ch


Pubblicato

Venerdì 7 Luglio 2006

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