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Così svizzeri, così senza terra

di

Fabia Bottani
Sono cittadini svizzeri, che pagano le tasse e svolgono il servizio militare, hanno un lavoro e vanno a scuola. L'inverno lo trascorrono a Ginevra. Il resto dell'anno viaggiano tra la Svizzera, il sud della Germania, l'Alsazia e l'Austria. Nelle scorse settimane sono giunti per qualche giorno a Giubiasco, dove hanno incontrato le autorità e gli allievi delle scuole elementari cui hanno fatto conoscere la loro storia e la loro cultura. Sono i nomadi Jenisch, la principale comunità itinerante della Svizzera che è riuscita, malgrado gli ostacoli, a rimanere fedele alle proprie origini. Abbiamo incontrato May Bittel, pastore della comunità per conoscere le specificità di questi cittadini svizzeri fedeli alle tradizioni e i problemi cui sono confrontati.

Quante sono le roulotte con cui viaggiate?
Siamo partiti da Ginevra con all'incirca 15 roulotte e nel corso del viaggio, come sempre accade, se ne sono aggiunte molte altre. Dopo aver lasciato il Ticino ci siamo diretti a Bienne dove abbiamo ormai raggiunto la cinquantina.
Ginevra è il vostro "campo base", il luogo dove vi fermate durante la pausa invernale. Poi la carovana si mette in moto. Con quale criterio?
Il criterio è molto semplice: noi avanziamo una richiesta di sosta alle autorità cantonali e comunali; poi, sulla base delle risposte ottenute, ci mettiamo in cammino.
E se l'autorizzazione non arriva?
Partiamo ugualmente e in questi casi ci installiamo in uno spazio ben consci che prima o poi arriverà la polizia. Purtroppo ancora troppo spesso noi nomadi abbiamo il diritto di viaggiare ma non abbiamo il diritto di sostare. Questa è la realtà. Il nomadismo non pone problemi fin tanto che viaggia ma, appena si ferma, i problemi vengono a galla.
In passato la Svizzera non è stata esemplare nel trattamento a voi riservato, lo scorrere del tempo non ha portato miglioramenti?
Dopo le azioni disgraziate compiute da Pro Juventute, siamo stati "abbandonati" senza che nessuno si occupasse di noi, senza che nessuna autorità prendesse l'impegno di regolamentare quello che loro hanno definito come il «flagello del nomadismo». Questo senza rendersi conto che i nomadi non sono un flagello quanto piuttosto, semplicemente uno stile di vita.  Non tenendo conto della specificità che noi rappresentiamo in Svizzera, non sono state elaborate leggi e regolamenti adeguati cosicché oggi siamo confrontati a un'incomprensione totale da parte della autorità politiche federale, cantonali e comunali.
Qualche eccezione ci sarà...
O certo, ve ne sono un po' in ogni luogo da noi visitato. Ma basta pensare che oggigiorno in Svizzera sono tremila i comuni dotati di un regolamento che vieta il passaggio di nomadi a capire la portata del problema. Come si fa a trovare una soluzione se manca la volontà politica?
Tra i problemi da voi più volte sottolineati vi è la non ratifica da parte della Svizzera della convenzione 169 dell'Organizzazione internazionale del lavoro, un documento che fissa i diritti dei popoli indigeni e  tribali…
In effetti. E la Svizzera è in buona compagnia, purtroppo. Il nostro Paese si è limitato a ratificare la Convenzione quadro per l'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle minoranze, in cui figura anche un capitolo dedicato ai nomadi. Il problema è che la ratifica è rimasta una firma su un documento e non è stato fatto nulla perché venisse applicata. Lentamente siamo in via di estinzione…
Nel vostro peregrinare, andate anche in Austria, sud della Germania e alcune zone francesi. La situazione lì è migliore?
Assolutamente no. La situazione è identica. Ci sono sempre delle persone pronte ad accoglierci, ma fin tanto che non ci sarà la volontà corale politica che forza il cammino non ci saranno progressi. Da anni siamo in una situazione di statu quo: tutto quanto non è obbligatorio non ci viene concesso.
Non ci sono grandi differenze dunque tra il trattamento riservato ai nomadi stranieri e voi, cittadini elvetici?
Non c'è differenza. Tranne il fatto che i nomadi stranieri sono solo di passaggio. Gli sforzi affinché questo tipo di nomadismo avvenga nei migliori dei modi, le autorità sono disposte a farli; tanto se ne vanno. Ma quando si tratta di noi è tutt'altra cosa: noi viviamo in Svizzera! Ma noi facciamo anche il servizio militare e paghiamo le tasse come ogni altro cittadino svizzero. Una domanda sorge spontanea: è forse meglio essere straniero in Svizzera così da avere dei diritti visto che, in quanto svizzero, non ne ho alcuno? Non è raro, inoltre, subire dei "pregiudizi di riflesso": se dei nomadi stranieri arrivano in Svizzera non comportandosi correttamente, questo si ripercuote negativamente sulla nostra comunità per assimilazione.
Uno dei pregiudizi nei confronti dei nomadi è quello di pensare che non lavorano, voi cosa rispondete?
Noi tutti abbiamo un'autorizzazione a lavorare valida su tutto il territorio della Confederazione. Da noi la disoccupazione non esiste in quanto abbiamo un'ampia tavolozza di professioni a disposizione. Non facciamo un solo lavoro, ne esercitiamo diversi a seconda delle necessità, dell'offerta. Passiamo dall'arrotino, al restauratore di mobili, dal recuperatore di ferraglia, al pittore al muratore fino a chi si occupa di fare pulizie… tutto quello che ci può permettere di rimanere attivi e indipendenti.
Oltre a lavorare, gli Jenisch portano avanti una missione.
Ogni nostro viaggio è una missione... Il nostro scopo principale è in effetti quello di diffondere la parola di Dio. Molte volte siamo stati respinti ma noi insistiamo affinché sia chiaro a tutti che la parola del Signore è per tutti, senza distinzioni. Attualmente in Svizzera portiamo avanti due "tournée evangeliche"; in futuro spero ce ne saranno di più. Riunirsi è importante per mantenere solidi i valori e tramandarli. Non è bello vedere persone "sans foi ni loi" come accade sempre più spesso nella società di oggi.
E a proposito di "valori", gli Jenisch sono una comunità di 35mila persone ma solo una piccola fetta è ancora nomade…
Cinquemila viaggiano ancora mentre 30mila si sono convertiti a una vita sedentaria. Ma non è stata il frutto di una convenzione volontaria bensì sono stati forzati da Pro Juventute circa 50 anni fa nell'intento di metter fine, secondo il loro punto di vista, alla «situazione di illegalità dei nomadi».
Ma vi è un futuro al nomadismo degli Jenisch?
I nostri giovani sono sempre più intenzionati a continuare su questa via. La tradizione in loro è molto forte forse proprio perché si rendono conto che sono i portabandiera di cittadini "un po' speciali".
Che formazione offrite ai giovani?
La scolarizzazione è come quella di tutti gli altri bambini, tranne nel periodo estivo, quando viaggiamo e seguiamo così personalmente i bambini dando loro dei compiti, delle consegne, della materia da studiare. Per quel che ne è della formazione a una professione si tratta di una formazione continua che si tramanda da padre in figlio, dagli zii, dai fratelli maggiori: ognuno insegna l'arte del lavorare. Ognuno tramanda le proprie conoscenze.
Torniamo al Ticino, alla vostra tappa a Giubiasco. Come è andata?
Bene in un senso, male in un altro. Bene perché siamo stati accolti da un comune molto disponibile nei nostri confronti e che vorrei dunque ringraziare per questo. Grazie al coraggio, all'apertura della autorità comunali e alla Commissione cantonale contro il razzismo abbiamo potuto realizzare un incontro con le scuole locali così da far conoscere le nostre abitudini, il nostro stile di vita. Cosa a cui noi teniamo molto e che non è sempre facile realizzare durante le nostre tappe. Penso ci sia stato un buon approccio il che mi lascia sperare che ci sarà un seguito e non si sia trattato solo di un evento sporadico.
E male...
Male perché il terreno previsto al nostro arrivo non è stato preparato correttamente e di conseguenza ci siamo letteralmente impantanati con le nostre carovane. Per parare a questo problema ci siamo insediati con alcune carovane su un  piccolo prato situato proprio accanto alla zona messaci a disposizione. Risultato? Il contadino del luogo si è lamentato senza voler ascoltare le nostre ragioni; in compenso ha fatto sapere che reclama 3mila franchi di risarcimento danni. Mi chiedo se un pezzo di terra valga più di un essere umano.
La vostra prossima tappa?
Le Franches montagnes.

Pubblicato

Venerdì 15 Giugno 2007

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