La presidente del governo cantonale e direttrice del Dipartimento finanze ed economia costretta ad assistere in silenzio al dibattito che il Gran consiglio ticinese ha dedicato lunedì alla crisi politico-istituzionale nata in seno alla Divisione delle contribuzioni. Già così la situazione per Marina Masoni era decisamente avvilente. Ma poi ci si è messo il capogruppo del suo partito, Mauro Dell’Ambrogio, a complicarle ulteriormente le cose. Nell’intento di dimostrare che nulla c’è di eticamente riprovevole nell’avere dei genitori che piazzano una fondazione a Svitto per non pagare le imposte in Ticino e nel beneficiare comunque di quella fondazione per finanziare la propria campagna elettorale, Dell’Ambrogio ha cercato di tirare nel fango le socialiste Marina Carobbio e Patrizia Pesenti e il leghista Marco Borradori accusandoli di comportamenti altrettanto discutibili, al motto “così fan tutte”. Ma non solo tutte le accuse sono state prontamente rintuzzate e smentite. Masoni ha addirittura dovuto sentire Borradori spiegare che, pur non essendovi obbligato, sta pagando spontaneamente gli onorari del padre, che quindi non gode del gratuito patrocinio a spese dello Stato. Una lezione di etica in politica impartitale da un leghista, il massimo dell’umiliazione. E in quell’aula parlamentare Masoni dev’essersi sentita ancora più sola: perché in realtà così non fan tutte. E qui si arriva al cuore del problema politico. Masoni pare incapace di rendersi conto che in politica la coerenza fra pensiero e azione è un requisito fondamentale. Certo lei è coerente quando dice di non trovare nulla di male nel cercare, come si dice, di ottimizzare la propria situazione fiscale: è proprio su questo principio che nell’ultimo decennio ha rimodellato il sistema fiscale ticinese. Ma è del tutto incoerente quando a tutti i ticinesi chiede sacrifici per risanare le casse pubbliche mentre è lei stessa a beneficiare direttamente di un’ottimizzazione fatta a scapito dell’erario cantonale. Cosa ne pensano gli assicurati che perdono il diritto al sussidio di cassa malati, gli anziani che si sono visti tagliare lo spillatico, il personale di pulizia del Cantone cui è decurtato lo stipendio, le donne che hanno perso l’anticipo alimenti? Davvero Masoni crede che di fronte a loro quelli della fondazione di famiglia siano solo affari suoi? Se così è, avrà presto modo di ricredersi. Il 12 marzo i cittadini ticinesi dovranno votare sul referendum lanciato contro i nuovi tagli nella sanità, nella socialità e nella scuola: e avranno ben presente chi quei tagli glieli ha imposti. Non solo: siamo molto curiosi di vedere come fra poche settimane Masoni, da responsabile delle finanze quale ancora è, verrà a spiegare gli ulteriori sacrifici unilaterali che i ticinesi dovrebbero fare con il preventivo 2007 per raggiungere l’obiettivo finanziario di legislatura da lei stessa fortemente voluto, cioè l’uscita dall’autofinanziamento negativo. Tutto questo non stupisce. La Masoni gettata in politica è infatti diretta espressione di quella casta economica che non riconosce più nessuna responsabilità sociale nel suo agire e che vive in un dorato mondo a parte. Quel che conta è la massimizzazione dei profitti, ottenuta anche ottimizzando nella maniera più spregiudicata il proprio carico fiscale. Gli altri s’arrangino. Peccato per lei che in democrazia il peso di un voto non dipende da quello del conto in banca di chi lo esprime. A Masoni e a chi finora ha beneficiato delle sue politiche potrebbe davvero costare molto cara la sua palese incapacità di stare in sintonia con le difficoltà, le preoccupazioni e i problemi dei suoi concittadini.

Pubblicato il 

27.01.06

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