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La testimonianza

Così è nato lo sciopero femminista in Spagna

di

Claudio Carrer

Uno sciopero che ha coinvolto non solo il mondo del lavoro tradizionale ma tutte le sfere della vita, perché le donne sono vittime di discriminazioni e soprusi ovunque. A raccontare così la storica mobilitazione femminista andata in scena in tutta la Spagna l’8 marzo 2018 è Clara Alonso Jiménez della “Comisión 8M” di Madrid, ospite lo scorso 26 gennaio a Lugano del tradizionale seminario dei militanti organizzato da Unia Ticino, quest’anno interamente dedicato allo sciopero delle donne che avrà luogo in Svizzera il 14 giugno prossimo.

 

Di qui l’interesse per l’esperienza accumulata dalle organizzazioni femministe spagnole, che, riunitesi in un collettivo dopo la risposta positiva alle azioni organizzate in occasione della Giornata internazionale della donna nel 2017, sono all’origine dello straordinario successo dello sciopero femminista dello scorso anno che ha coinvolto milioni di donne e paralizzato il paese al grido di “senza di noi si ferma il mondo”. Un successo reso possibile anche dal supporto garantito dalle principali organizzazioni sindacali spagnole, con le quali però in principio non è stato facile relazionarsi: «L’idea di uno sciopero femminista incontrava resistenze e perplessità. C’era un diffuso timore di insuccesso», racconta Clara Alonso Jiménez lodando «il grande lavoro svolto dalle donne all’interno delle organizzazioni sindacali». Ispirandosi alla storica astensione dal lavoro delle donne in Islanda nel 1975 e allo sciopero del 1991 in Svizzera, «si è riusciti a riunire le rivendicazioni del mondo salariato (in un paese periferia d’Europa con 5 milioni di ore straordinarie alla settimana di cui la metà non retribuite e il 90 per cento dei nuovi posti di lavoro creati che offrono contratti precari) con quelle di tutte le differenti realtà che impattano sulla vita delle donne», spiega ancora la militante spagnola. Era dunque importante riunirsi in una lotta comune proprio a partire da queste realtà di lavoratrici autonome, di casalinghe, di studentesse, di lesbiche e di tante altre figure che a vario titolo subiscono la discriminazione di genere, la violenza machista, la precarietà, l’esclusione, il razzismo, l’omofobia così come l’assenza di corresponsabilità da parte degli uomini nei compiti familiari. Lo sciopero doveva dunque colpire, oltre che nell’ambito del lavoro dipendente tradizionale, in tutti gli spazi più nascosti o invisibili: da quello domestico, a quello del consumo, a quello scolastico e della vita associativa. «Gli effetti di uno sciopero “normale” sono facilmente quantificabili, ma come possiamo misurare il numero di letti non rifatti se a incrociare le braccia sono le casalinghe? A interrogativi di questo tipo ha dato risposte la mobilitazione dell’8 marzo 2018», racconta Clara, sottolineando come lo sciopero di oltre 5 milioni di donne «non si sia percepito solo nelle grandi città, ma anche nelle regioni più periferiche, persino nei villaggi dei Pirenei catalani». «E questo è stato un dato sorprendente anche per noi», confessa. Sono state più di 200 le manifestazioni convocate in tutto il paese e, oltre all’astensione dal lavoro proclamata dai sindacati (variabile tra le 2 e le 24 ore), fondamentale per il successo della protesta è stato lo sciopero delle lavoratrici domestiche che per un giorno hanno delegato agli uomini di casa i gravosi compiti di pulizia, di cura dei malati, di accompagnamento dei bambini a scuola eccetera. Tutte attività quotidiane senza le quali nessuna persona potrebbe vivere e l’intero sistema economico collasserebbe, ma che sono realizzate fondamentalmente solo dalle donne, oltretutto in un contesto di generale e crescente precarietà e in assenza di ogni riconoscimento da parte dello stato. «Lo sciopero femminista – commenta Clara Alonso Jiménez – ha reso visibile ciò che non si vede mai e ha permesso di dare voce a molte donne che non sono femministe, non sono nel sindacato e che di solito non partecipano alle manifestazioni».


Ma lo sciopero femminista spagnolo, nato da un movimento intergenerazionale ed estremamente eterogeneo che si prefigge di contrastare «il patriarcato, il razzismo, il capitalismo e la depredazione delle risorse», è stato anche uno sciopero dei consumi, perché le donne rappresentano una categoria «particolarmente colpita» dal «deterioramento della qualità dell’aria e del cibo, dalla privatizzazione delle risorse naturali, degli spazi e dei beni pubblici, così come dalla speculazione finanziaria che porta a privatizzare i profitti e socializzare le perdite», indica la piattaforma rivendicativa formulando come obiettivi «un’economia sostenibile, giusta e solidale» e «un uso condiviso dei beni e dello spazio pubblici». L’8 marzo 2018 le donne spagnole si sono così astenute anche dal fare acquisti, dall’uso dei mezzi pubblici, dal consumo di elettricità eccetera. «In questo senso è stata fondamentale l’alleanza con le organizzazioni ambientaliste», sottolinea Clara Alonso.


Un’altra «chiave del successo» è stato il coinvolgimento dei movimenti studenteschi, che con i loro cortei «hanno paralizzato intere città e fatto sapere quanto pure loro subiscano, in termini di sbocchi professionali, di violenza o di mancata educazione affettivo-sessuale, le conseguenze di un sistema sociale patriarcale».


In generale, conclude l’attivista spagnola, sono il sistema di alleanze trasversali (con sindacati, organizzazioni sociali e culturali, pezzi di società civile, mezzi di comunicazione) e la semplicità del messaggio ad aver reso possibile una mobilitazione di quelle dimensioni, che il movimento si prefigge ora di ripetere il prossimo 8 marzo.

Pubblicato

Giovedì 14 Febbraio 2019

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