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Cosa serve alle imprese

di

Gianfranco Helbling
Il minimo che si possa dire è che la revisione dell'imposizione delle imprese, sulla quale i cittadini svizzeri sono chiamati a votare il 24 febbraio (cfr. articolo a pag. 5), è piuttosto pasticciata. Ad essere contestato dai sindacati e dalla sinistra è il privilegio fiscale accordato ai grossi azionisti, che sui dividendi incassati pagheranno in futuro assai meno di oggi. La riforma è pasticciata in primo luogo proprio per il fatto di limitare la parziale esenzione fiscale a chi detiene almeno il 10 per cento del capitale azionario di una società. È una palese violazione del principio dell'imposizione fiscale commisurata alla capacità economica. Si dice che lo si è fatto a beneficio delle piccole e medie imprese, favorendone i titolari o coloro che ci mettono anche il proprio lavoro oltre al capitale e che in genere detengono pacchetti azionari importanti (se non la totalità delle azioni). In realtà però oltre la metà delle piccole e medie imprese svizzere non ne può approfittare perché non è costituito come persona giuridica. D'altro canto, se davvero si volevano favorire coloro che investono lavoro e denaro nelle piccole e medie imprese, mal si comprende perché da questo privilegio non siano state escluse ad esempio le società quotate in borsa – ciò che dimostra che l'obiettivo di questo alleggerimento fiscale è ben altro.
Ma la riforma è pasticciata anche perché misconosce il motivo per il quale si attua quella che a torto viene definita doppia imposizione. I soggetti fiscali sono infatti due, la società che paga l'imposta sugli utili e l'azionista che paga quella sui dividendi che dalla società (eventualmente) riceve. Nessuno obbliga il piccolo e medio imprenditore a costituire una società anonima. Se lo fa è per permettergli di raccogliere più capitali per la sua attività imprenditoriale, ma soprattutto per limitare il suo rischio di imprenditore. Se gli affari vanno bene può incassare tutti gli utili. Se vanno male, molto male e deve chiudere, egli ci rimette al massimo il capitale azionario investito. Questa limitazione del suo rischio, ottenuta attraverso la costituzione di una persona giuridica che sola risponde per gli impegni assunti, è tutelata dallo Stato di fronte ai creditori. La contropartita è che sia la società anonima che l'azionista paghino le imposte. Chi non lo vuole deve accettare di rischiare con tutti i suoi averi per gli impegni assunti quale imprenditore. Lo fanno tanti piccoli e medi imprenditori, e non se ne lamentano.
In realtà, e più volte lo abbiamo scritto in passato, gli imprenditori medi e piccoli non hanno gran bisogno di sgravi fiscali. Hanno invece bisogno di uno Stato efficiente, che garantisca un buon sistema formativo, la disponibilità di manodopera adeguata, la stabilità sociale, dei servizi e dei tribunali efficienti, infrastrutture che funzionano, cittadini che possono spendere perché non hanno paura del futuro, la qualità della vita e così via. Garantire tutto questo allo Stato costa. Togliendogli risorse come si vuol fare con questa riforma fiscale non si fanno dunque gli interessi degli imprenditori. Si fa soltanto l'ennesimo regalo a chi non ne ha affatto bisogno.

Pubblicato

Venerdì 15 Febbraio 2008

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