L'editoriale

Nello sport come in politica, una sconfitta, anche se di strettissima misura, è una sconfitta. E come tale, a dipendenza delle circostanze in cui è maturata e delle sue conseguenze, fa più o meno male. L’innalzamento da 64 a 65 anni dell’età pensionabile delle donne, deciso domenica scorsa con l’approvazione di misura (50,6% di sì) della Riforma AVS 21, è una sconfitta che fa malissimo. Sia al morale delle donne e degli uomini che hanno a cuore la giustizia sociale sia, e soprattutto, alle vittime primarie: le lavoratrici, in particolare quelle che svolgono i mestieri più precari, più duri e peggior retribuiti, cui toccherà ancora una volta pagare l’intera fattura: la decisione di domenica costerà in media a ogni donna 26.000 franchi.

Una decisione caduta nonostante la chiara opposizione della Svizzera romanda e del Ticino e della maggioranza delle donne di tutto il paese. E grazie a una maggioranza costituita di uomini poco lungimiranti (forse illusi che un innalzamento generalizzato dell’età pensionabile per tutti non sia una minaccia dietro l’angolo) e dalla Svizzera tedesca. Svizzera tedesca dove ha trovato terreno fertile la campagna di paura per i presunti futuri deficit dell’Avs che da anni portano avanti il padronato, i partiti della destra e del centro, ma anche singoli esponenti della destra del Partito socialista e naturalmente lo zelante Alain Berset, il consigliere federale socialista che sarà ricordato per essere riuscito a imporre una riforma al ribasso dell’Avs dopo 27 anni di fallimenti (in Parlamento o in votazione), facendo digerire un progetto di destra a una parte del suo elettorato di riferimento.


Anche grazie al sostegno quasi unanime della grande stampa nazionale, soprattutto quella svizzero-tedesca, con in testa il (comunemente considerato giornale “progressista”) Tages Anzeiger. Ma il voto di domenica, oltre al divario di genere e quello geografico-culturale, ha anche evidenziato una chiara spaccatura tra classi sociali, tra chi grazie all’Avs vive e chi ne potrebbe tranquillamente fare a meno. Basta guardare la mappa dei risultati per rendersi conto di come la riforma AVS 21 abbia raccolto i maggiori consensi nelle regioni più ricche del paese e nei comuni o nei quartieri dove vivono i più benestanti: lo si vede bene per esempio nella progressista città di Zurigo, dove il no ha prevalso solo nei quartieri popolari; e anche in Ticino, dove AVS 21 ha ottenuto una maggioranza di sì solo in pochi comuni con una forte presenza di ricchi come Morcote, Collina d’Oro, Porza, Sorengo o Brione Sopra Minusio.
Come dopo una sconfitta sportiva, anche dopo una sconfitta politica, fatte le dovute analisi e passata la rabbia, è anche giusto interrogarsi su come capitalizzare quanto di buono è stato fatto. E 1,4 milioni di cittadine e cittadini (pari al 49,4% dei votanti) che hanno detto no all’aumento dell’età pensionabile delle donne è un patrimonio, un capitale spendibile. Sia per contrastare i nuovi piani di assalto all’Avs del padronato e della borghesia in favore di un innalzamento generalizzato dell’età pensionabile, sia per condurre alcune battaglie offensive per aumentare le rendite dell’Avs e assicurarne il finanziamento con misure rispettose della giustizia sociale: si pensi alle iniziative sindacali per una tredicesima Avs e per l’impiego degli utili della Banca nazionale in favore di questo pilastro portante della sicurezza sociale in Svizzera. Ma anche per avanzare sul fronte della parità salariale con una legge efficace e che, contrariamente a quella in vigore, preveda controlli estesi e delle sanzioni per quei datori di lavoro che non la rispettano. E su quello della parità pensionistica, con una riforma del secondo pilastro che consenta di adeguare finalmente le rendite pensionistiche delle donne, oggi del 37 per cento inferiori a quelle degli uomini.


Non sarà una passeggiata e saranno necessari segnali forti da parte della piazza, da parte delle salariate e dei salariati. Di qui l’importanza per esempio di una forte mobilitazione per un nuovo sciopero femminista, delle donne e degli uomini solidali, già fissato per il 14 giugno 2023.

Pubblicato il 

29.09.22
 
Nessun articolo correlato