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Convivenze. Parla Fulvio Caccia

di

Françoise Gehring Amato
Finalmente anche in Ticino si sta muovendo qualcosa nel quadro dell’integrazione degli stranieri. A Castel San Pietro, per esempio, è stata decisa la creazione di una commissione consultiva. La Granconsigliera Marina Carobbio, con una recentissima interrogazione al Consiglio di Stato, ha poi sollecitato il Cantone per capire come l’autorità politica intende muoversi. Nel frattempo la Comunità degli stranieri si è sciolta in vista della creazione di un nuovo organismo. Ciò fa supporre che a Palazzo delle Orsoline qualcosa si sta muovendo, quasi in gran segreto. Giova comunque sottolineare che nel nostro Cantone di frontiera il problema dell’integrazione assume un’importanza di primo piano, che deve andare ben oltre gli aspetti amministrativi per coprire, invece, la realtà sociale, culturale, economica e politica. Ma quale deve essere il ruolo dell’integrazione nel nostro paese, e quali gli strumenti migliori per promuovere una politica di integrazione degna di questo nome? Abbiamo rivolto una serie di domande ad uno dei politici che, a livello nazionale, meglio conosce questa tematica per essere stato presidente, per nove anni, della Commissione federale degli stranieri. Stiamo parlando di Fulvio Caccia che, lo scorso anno, aveva dimissionato dalla presidenza dopo che Ruth Metzler aveva deciso di affidare il controllo della Commissione all’Ufficio federale degli stranieri (che altro non è se non la polizia degli stranieri). Con Caccia, ricordiamo, se ne erano giustamente andati i rappresentanti storici della comunità degli stranieri e i rappresentanti sindacali. Quel gesto ha avuto il merito di porre al centro dei dibattiti politici la necessità di gettare le basi per avviare un discorso serio sull’integrazione degli stranieri in Svizzera, alla luce anche delle nuove migrazioni. Ma torniamo in Ticino e diamo la parola al nostro interlocutore: Fulvio Caccia, perché è importante integrare gli stranieri? Rimanendo a questi ultimi 50 anni del Dopoguerra occorre ricordare che, sia i lavoratori che arrivavano, sia la popolazione e le autorità che li accoglievano, partivano dall’idea che il soggiorno fosse temporaneo. Si trattava di lavorare sodo e spendere poco per alcuni anni (indipendentemente dallo statuto di stagionale o di annuale), per poi rientrare definitivamente al paese d’origine coi mezzi finanziari per costruirsi una casa e una nuova vita professionale. In queste condizioni l’immigrato non cercava l’integrazione e nemmeno il datore di lavoro e l’autorità. Anche se molti hanno realizzato questo sogno, per la maggior parte le cose sono andate diversamente: o la realizzazione del sogno è stata riservata al momento del pensionamento o il sogno è stato abbandonato prima. Così, del resto, è capitato anche per l’emigrazione ticinese in Europa o in altri continenti. Se può quindi essere concepibile (ma non auspicabile!) vivere separati dalla popolazione stabile per qualche anno, è fonte sicura di conseguenze negative per la maggior parte delle persone immigrate e per l’intera popolazione lasciare o mantenere delle barriere tra immigrati e società d’accoglienza. L’esempio di grandi metropoli americane — dove si costituiscono quartieri omogenei di immigrati tipo "Little Italy" e "China Town" in forma di ghetti — contraddice sostanzialmente la nostra concezione della società, della "cittadinanza" individuale (la "citoyenneté" della Rivoluzione francese), della democrazia che deve tendere a coinvolgere tutti i residenti stabili e riduce sostanzialmente il potenziale d’integrazione della scuola. L’integrazione non è opera umanitaria a favore degli immigrati, ma è un processo nell’interesse dell’intera società, affinché si realizzino le migliori condizioni per convivere nel modo più disteso e costruttivo possibile: da un canto presuppone l’impegno della società d’accoglienza di aprirsi alla conoscenza e al rispetto delle realtà dell’immigrazione, in termini personali, di cultura, di storia (e non solo di gastronomia, pur senza sottovalutarla); d’altro canto richiede anche l’impegno dell’immigrato a conoscere e rispettare la realtà nuova in cui si trova a vivere (la lingua, le istituzioni, le leggi, le consuetudini, le tradizioni, i problemi, i progetti). Se l’impegno personale di ognuno è certamente richiesto, sarebbe illusorio pensare che ciò possa bastare; bisogna quindi anche predisporre istituzioni, coinvolgere organizzazioni e associazioni toccate, realizzare progetti, offrire occasioni e stimolare ad utilizzarle. Fulvio Caccia lei ha la fortuna di conoscere bene il Ticino, la Svizzera e il mondo dell’immigrazione per essere stato presidente della Commissione federale degli stranieri per tanti anni. Anche in Ticino, finalmente, qualcosa si sta muovendo. Si parla, in particolare, di creare la figura di un delegato cantonale. Come vede lei questa figura. Mi spiego: immagina piuttosto un ruolo amministrativo o ritiene che un delegato debba invece assumere anche un ruolo attivo, propositivo, insomma un ruolo politico in senso ampio? Quanto ho appena detto sopra mi porta a dire che occorre, sia un organo rappresentativo, sia una persona che si identifichi con questo compito. Si tratta di qualcuno che sente la vocazione del mediatore culturale, che ha doti organizzative e di coordinatore, che sappia allacciare rapporti costruttivi con associazioni, autorità comunali, commissione federale, dall’interno dell’Amministrazione cantonale, ma con un grado ampio di autonomia. Lo si può chiamare senz’altro Delegato, viste le esperienze positive in alcuni Cantoni. Dovrebbe comunque assicurare anche la parte operativa e amministrativa della commissione consultiva. Ma guai se annegasse nel lavoro amministrativo! Se si decidesse, come in altri cantoni svizzeri, di creare una commissione consultiva, come dovrebbe essere rappresentata e quale dovrebbe essere il suo ruolo? Vedo sostanzialmente una commissione rappresentativa dei migranti e di istituzioni o organizzazioni legate alla problematica dell’integrazione, in grado di sintetizzare e canalizzare bisogni e progetti, di appoggiarli nei confronti della Confederazione al fine di ottenerne il sostegno, con funzione consultiva nei confronti del Governo cantonale. Che tipo di progetti di integrazione vedrebbe per il Ticino, terra di frontiera? Certamente non mancano le idee presso gruppi, associazioni, uffici cantonali e comunali nei settori della scuola, della formazione e del perfezionamento culturale, della promozione delle competenze linguistiche, della promozione culturale: idee che possono trovare in particolare l’appoggio finanziario della Confederazione. Reputo però interessante fare il punto — con strumenti scientifici — sullo stato generale dell’immigrazione e dell’integrazione in Ticino, al fine di poter disporre di un quadro di riferimento più sicuro. Penso che l’Università dovrebbe essere in grado di assumere uno studio del genere. Se il canton Ticino le proponesse, proprio in virtù della sua grande esperienza, la presidenza della commissione consultiva degli stranieri, accetterebbe la carica? No! Il clima che si è instaurato con il Dipartimento federale di Giustizia e Polizia e la Commissione federale dopo le mie dimissioni rendono improponibile, nell’interesse delle iniziative ticinesi, una simile soluzione.

Pubblicato

Venerdì 8 Giugno 2001

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