La scorsa settimana in occasione della consueta assemblea dell’Aiti (Associazione industriali ticinesi) la consigliere di Stato Marina Masoni ha tenuto un discorso. Lo spunto di attualità era l’ormai prossima entrata in vigore dei trattati bilaterali con l’Unione europea. Ancora una volta è emersa l’idea sempre in auge di creare le migliori condizioni possibili per favorire la libera concorrenza. Chiaro. Sapevamo da tempo che la direttrice del Dipartimento delle finanze e dell’economia la pensa così. Tuttavia è sorta una querelle a partire da quel discorso. Ecco il passaggio «incriminato»: «per quanto riguarda il Dipartimento responsabile della politica economica non c’è alcuna intenzione di assumere alle dipendenze dell’Amministrazione cantonale una schiera di ispettori del lavoro incaricati di verificare a tappeto l’applicazione delle disposizioni sulla libera circolazione delle persone». Questo per evitare di «trasformare l’entrata in vigore dei bilaterali in una spinta verso eccessi amministrativi incompatibili con le esigenze di maggiore competitività delle nostre condizioni quadro e anche con il ruolo sociale delle associazioni imprenditoriali e sindacali». Il concetto sotteso è il seguente «Stato promotore più che Stato controllore». Quindi la stessa Masoni ha anticipato che questa posizione avrebbe creato «qualche contrasto politico». Così è stato, come da profezia. Marina Carobbio ha inoltrato presso il Consiglio di stato un’interpellanza per verificare se l’opinione espressa da Masoni all’assemblea dell’Aiti è condivisa dal Governo. Se così fosse ci sarebbe da preoccuparsi: come si intenderebbe controllare «il rispetto dei contratti collettivi, per evitare soprattutto il dumping salariale» senza impiegare degli ispettori allo scopo? Abbiamo girato la questione a Claudio Suter, presidente dell’Uae (Unione dell’artigianato edile), associazione che fa parte della Commissione tripartita cantonale per l’accordo bilaterale sulla libera circolazione delle persone in rappresentanza dei datori di lavoro. Suter comprende che «Marina Masoni auspichi che il Ticino non diventi un stato di polizia e che in tal senso cerchi di rassicurare gli impresari», d’altra parte spera che la consigliera tenga conto anche «delle esigenze del settore dell’edilizia che tra quadri e maestranze conta circa 20’000 posti di lavoro». In questo settore, spiega Suter, «si opera solo, o prevalentemente, in loco e perciò si temono aperture incontrollate». Dunque i controlli sono doverosi, «controlli che oggi vengono fatti dalle Commissioni paritetiche», puntualizza Suter, «eppure abbiamo fatto un sondaggio ed è emerso che attualmente sono troppo poche le persone preposte ad operare tali verifiche». Riassumendo, quello che l’Uae chiede è «la parità di condizioni e cioè che le regole del gioco alle quali noi dobbiamo sottostare valgano per tutti. Chi lavora qui deve rispettare queste regole dopo di che… vinca il migliore». Renzo Ambrosetti, rappresentante dei lavoratori per il sindacato Flmo nella Commissione tripartita, smorza i toni della polemica. «Così si rischia di compromettere le trattative», avverte. Secondo Ambrosetti Marina Masoni all’assemblea dell’Aiti avrebbe espresso «un’opinione personale probabilmente non condivisa dal Governo». Mentre «dalla stampa è emerso che la Commissione tripartita propone l’assunzione di sette ispettori. Per cui sembra quasi che stiamo cercando di creare e farci finanziare un apparato inquisitorio». Ciò che non è, evidentemente. L’oggetto della contesa, non nominato, è proprio l’Associazione interprofessionale di controllo (Aic), la cui realizzazione verrà proposta all’attenzione del Consiglio di stato da parte della Commissione tripartita (in toto o a maggioranza). Starà quindi al Governo decidere. L’Aic, che comprende al suo interno sia rappresentanti del fronte padronale che di quello sindacale, dovrà, su mandato delle commissioni paritetiche, attuare i controlli previsti nell’ambito delle misure di accompagnamento alla libera circolazione delle persone e del lavoro nero. Si tratta in pratica di un’associazione in cui far confluire le diciotto commissioni paritetiche interessate. Per la fase iniziale le unità di lavoro previste sono 2,5 (e non sette!). Non appena diventerà operativa l’Aic dovrà occuparsi di prevenzione, il che verrà garantito tramite una puntuale informazione a datori di lavoro, lavoratori e sindacati. Anche la stampa sarà regolarmente informata dell’attività dell’Aic. Si auspicano poi procedure celeri nel passaggio di informazioni circa eventuali infrazioni da parte dell’Aic alle autorità competenti. «Marina Masoni con la sua presa di posizione ha voluto creare un po’ di scompiglio tra le fila dei sostenitori dell’Aic», sostiene Saverio Lurati, rappresentante del sindacato Sei all’interno della Commissione tripartita. «Io sono un sindacalista», continua Lurati, «e in quanto tale ho preso un preciso impegno nei confronti dei lavoratori quando abbiamo detto sì agli accordi bilaterali: siamo favorevoli all’apertura purché ci siano determinate misure di accompagnamento che permettono, in un fase transitoria di 5-6 anni, di superare quelle possibili difficoltà che si porranno». Al di là di quel lasso di tempo «i mercati transfrontalieri si equivarranno». Tuttavia, sottolinea Lurati, «ci sono cose che noi abbiamo acquisito quali la formazione professionale, la sicurezza sul lavoro, ecc. Tali conquiste evidentemente non le vogliamo sacrificare sull’altare del libero mercato».

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19.04.02

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