In pochi sembrano essersene resi conto, ma in quest’autunno del welfare tedesco, già segnato dalla scure del governo Schröder su sanità e previdenza, c’è una bomba a orologeria pronta a esplodere e a trasformare definitivamente il mondo del lavoro. A piazzarla è stata l’opposizione cristianodemocratica che evidentemente non vuole farsi scavalcare dalla maggioranza sul terreno del neoliberismo. Un gruppo di deputati della Cdu, guidati da Friedrich Merz, esperto di economia e finanza del partito, ha presentato di recente una proposta di legge che punta a riformare l’attuale diritto del lavoro, sostituendo la contrattazione collettiva federale, attualmente vigente, con una miriade di accordi a livello aziendale. L’idea, in realtà, non è nuova, le associazioni degli industriali tedeschi e il loro referente politico, i liberali dell’Fdp, l’abolizione della contrattazione collettiva l’hanno scritta da anni a grandi lettere in cima ai propri programmi. Il loro modello di riferimento è quello anglosassone, dove gli accordi salariali, di regola, vengono stipulati a livello locale tra imprenditori e rappresentanze aziendali dei lavoratori. Già ora in Germania esistono eccezioni locali alla contrattazione collettiva, ma sono adottate sempre col diretto coinvolgimento delle organizzazioni sindacali. L’obiettivo dichiarato di Merz e dei suoi colleghi è quello di ridurre il costo del lavoro ed emarginare i sindacati. «Noi vogliamo che in futuro – ha spiegato Merz nel presentare la proposta di legge – gli imprenditori possano stabilire direttamente con i propri dipendenti quali siano la politica salariale e l’orario di lavoro più adatti alle singole aziende, senza l’intromissione dei sindacati». Più chiaro di così il progetto della Cdu non potrebbe essere. L’autonomia aziendale in materia di contrattazione avrebbe, infatti, come immediate conseguenze il dumping dei salari e l’aumento della settimana lavorativa, proprio le due condizioni che da anni i datori di lavoro pongono come alternative alla loro fuga verso i Paesi dell’Est europeo. Inoltre gli accordi stipulati tra i vertici e le commissioni interne di un’azienda (che, per il fatto stesso di essere costituite da dipendenti, sono facilmente ricattabili) non avrebbero lo stesso carattere vincolante dei contratti collettivi, sarebbero piuttosto degli accordi di carattere informale. Le commissioni interne, inoltre, sono tenute per legge a rispettare la “pace aziendale” e i lavoratori, quindi, difficilmente potrebbero far ricorso al diritto di sciopero che la Costituzione federale garantisce loro. Ma di questo Merz, chiaramente, non ha fatto parola. Questo vero e proprio colpo di grazia alle conquiste dei lavoratori tedeschi sembra destinato a non incontrare grandi resistenze nel mondo politico tedesco. Chi si aspettava un sussulto d’orgoglio, se non dai verdi, almeno dall’Spd, ha atteso invano. Tolti i soliti sette o otto deputati della sinistra interna, legati al mondo sindacale, il silenzio del partito è stato pressoché completo. Lo stesso cancelliere Schröder, impegnato in prima persona a smantellare, pezzo dopo pezzo, l’ex welfare più solido d’Europa, non ha voluto commentare la proposta di legge di Friedrich Merz. Nel suo recente intervento al congresso del sindacato dei metalmeccanici (Ig Metall) Schröder ha preferito mantenersi sul vago, riconoscendo i meriti storici della contrattazione collettiva, ma sottolineando, al tempo stesso, la necessità di un costo del lavoro più «competitivo a livello internazionale». Ma sono state soprattutto le dichiarazioni rilasciate dal superministro di economia e lavoro, Wolfgang Clement, a far intendere che il governo, in linea di principio, non ha nulla da obiettare alla controriforma di Merz. Non più tardi di qualche mese fa, infatti, proprio Clement aveva sottolineato la necessità di introdurre più flessibilità in politica salariale, se necessario, anche attraverso una modifica della contrattazione collettiva. A questo punto l’ipotesi più probabile è che il governo intenda immolare la contrattazione collettiva sull’altare di un accordo con l’opposizione, in vista del passaggio al Bundesrat dell’Agenda 2010. Alla Camera delle regioni i conservatori dispongono infatti di una maggioranza schiacciante e in quella sede il piano di tagli a pensioni, assegni di disoccupazione, e sussidi sociali varato da Spd e Verdi rischia infatti di essere bocciato perché ritenuto insufficiente da Cdu e Fdp. Uno scambio di favori tra avversari, insomma, in cui a rimetterci sarebbero lavoratori e disoccupati. A denunciare il pericolo imminente sono solo i sindacati, ma, essendo coinvolti direttamente nella vicenda, è facile accusarli di difendere i propri interessi di bottega. E, inoltre, il loro isolamento nella società tedesca è, di questi tempi, pressoché totale. Da quando in Germania si è cominciato a respirare aria di crisi, i sindacalisti sono stati additati immediatamente quali principali responsabili della stagnazione economica, “freno della ripresa”, “veri nemici dei quattro milioni di disoccupati” e via di questo passo. Così non stupisce che il leader dell’Fdp, Guido Westerwelle, definisca il sindacalismo «piaga nazionale» o che Friedrich Merz, sempre lui, inviti i lavoratori cristianodemocratici a non iscriversi ai sindacati, senza che dal governo qualcuno si senta in dovere di replicare. Nel ruolo di capri espiatori i sindacati sembrano soddisfare tutto l’arco parlamentare. Ma quello di sparare a zero sui sindacalisti è un hobby che i politici hanno in comune coi giornalisti. Che le bordate contro il Dgb, l’Ig Metall o Ver.di giungano dalle colonne di giornali populistici come la “Bild Zeitung” o dichiaratamente confindustriali come la “Frankfurter Algemeine” o l’ “Handelsblatt” non è una novità, stupisce un poco, invece, che persino testate di tradizioni progressiste, come il quotidiano “Süddeutsche Zeitung” o il settimanale “Der Spiegel”, partecipino al gioco al massacro, ospitando, con inquietante frequenza, fondi dei “maître à penser” del neoliberismo. In questo panorama sembra impensabile che i sindacati, pur ricorrendo, come annunciato, a tutti gli strumenti di lotta in loro possesso, riescano a bloccare il timer della bomba innescata da Merz e salvare così la contrattazione collettiva.

Pubblicato il 

31.10.03

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