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Contraddizioni e paradossi utili per future battaglie

di

Silvano Toppi

Sarà triste doverlo ammettere, ma la storia dell’economia politica dimostra che gli interessi dei lavoratori sono sempre subordinati a qualche legge economica. Un tempo i mercantilisti raccomandavano di mantenere i salari al livello della sussistenza perché altrimenti i lavoratori avrebbero usato il sovrappiù per darsi all’ozio e alle bevute in osteria. Oggi non si osa più pensare in questo modo, ma si continua a ritenere che i lavoratori non ne hanno mai abbastanza, anche perché non sanno amministrarsi.


Negli ultimi trent’anni ci siamo immersi in una economia che considera il salario come un prezzo determinato esclusivamente dalla domanda e dall’offerta di lavoro. Puro mercato. Il tentativo di alzare il prezzo del lavoro o con la legislazione o con l’azione sindacale (come con il salario minimo, più alto di quello che rende invece uguali domanda e offerta) va quindi contro il mercato e genera disoccupazione. Questa è la conclusione vincente che  va però sicuramente oltre: solo se il mercato del lavoro viene lasciato libero di funzionare con flessibilità, come vuole il popolo, si può raggiungere un equilibrio di piena occupazione. Già, ma come e quanto “piena”? Con il trionfo del precariato, come ci  hanno detto le statistiche appena pubblicate, o con “l’uso” del lavoro a piacimento di chi comanda, come ci dicono i continui tentativi, in parte riusciti, di togliere forza a quelle disposizioni che fanno il diritto del lavoro (tipo aperture notturne o domenicali dei commerci)?


Come hanno dimostrato discussioni e posizioni sulla proposta del salario minimo, si è però entrati in una serie di contraddizioni e paradossi che dovrebbero costituire un punto comunque positivo e di leva per future battaglie.


Si è scoperto, ad esempio, che nelle argomentazioni padronali ma anche in quelle del consigliere federale responsabile dell’economia, i contratti collettivi di lavoro sono lo strumento più idoneo per stabilire quelle misure che possono proteggere le persone salariate… insufficientemente salariate e non protette da contratti collettivi. Quindi per quasi una metà dei salariati svizzeri. Bella giravolta, ma si saprà mettere questa gente con le spalle al muro?

 

Si è scoperto, altro esempio, che le imprese che vogliono assumere salariati in provenienza dell’Unione europea devono, secondo le commissioni della Gestione delle Camere federali, garantire loro un reddito sufficiente a provvedere alle loro necessità senza dover ricorrere all’assistenza sociale, 22 franchi all’ora, 4.000 franchi al mese. Come mai questa esigenza, ammessa quando si tratta della temuta “libera circolazione delle persone”, non funziona invece per il mercato svizzero del lavoro? Bella contraddizione, ma si saprà richiamarla ogni volta che si affronta un contratto collettivo?


Si è scoperto, ulteriore esempio (declamato da uno dei nostri economisti liberisti dell’Usi in una trasmissione radiofonica), che quei lavoratori che non ricevono un salario sufficiente per vivere saranno comunque “sovvenzionati” dallo Stato, che provvede a coprire i premi dell’assicurazione malattia o i costi dell’alloggio. Bella trovata anche questa, quando si sa che sono proprio questi liberisti e compagnia a protestare sia per l’intervento dello Stato nell’economia (perché in questo caso, in realtà, si sovvenziona l’economia), sia per le troppe spese sociali che gravano sulle imposte. Qui bisognerebbe avere almeno il coraggio di chiedere più imposte sui profitti per coprire l’intervento dello Stato.

Pubblicato

Giovedì 22 Maggio 2014

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