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Consiglio federale, è lotteria

di

Silvano De Pietro
Stanno finalmente per finire la “telenovela” e lo psicodramma scatenati questa volta dall’elezione per il rinnovo del Consiglio federale. La telenovela, per i continui colpi di scena in una sequela che comincia a diventare francamente pesante; lo psicodramma, perché nonostante le dichiarazioni fatte con ostentata sicurezza, dubbi e timori hanno coinvolto partiti, gruppi parlamentari e singoli personaggi, nessuno escluso. Non uno dei candidati ufficiali, e nessuno dei consiglieri federali – a parte il dimissionario Villiger e, forse, Moritz Leuenberger e Pascal Couchepin – può dirsi completamente al riparo da agguati e amare sorprese. Cerchiamo allora di prevedere come si svolgerebbe l’elezione, nel tentativo di capire quali saranno i possibili scenari politici definitivi. Tutto parte dalla pretesa dell’Udc – motivata dal suo successo elettorale – di ottenere un secondo seggio nel Consiglio federale in base alla “concordanza aritmetica”, cioè alla ripartizione proporzionale dei seggi in governo rispetto alla forza elettorale dei quattro maggiori partiti. In altre parole, l’Udc chiede ai democristiani di ritirare uno dei due propri consiglieri federali per lasciare che il posto venga occupato da Blocher. Ora, la prassi della riconferma del Consiglio federale prevede che i membri del governo vengano rieletti nell’ordine di anzianità in carica. Il primo verdetto sarà quindi quello su Moritz Leuenberger, seguito da quello su Pascal Couchepin. Subito dopo vengono i due ministri democristiani Ruth Metzler e Joseph Deiss, poi Samuel Schmid seguito da Micheline Calmy-Rey, e infine sarà eletto chi andrà ad occupare l’ultimo seggio rimasto vacante, quello di Kaspar Villiger che si è dimesso. Visto che finora nessuno ha messo in discussione le poltrone di Leuenberger e Couchepin, c’è da presumere che la loro rielezione avvenga senza problemi. La prima complicazione potrebbe sorgere già alla terza elezione, quella che dovrebbe riconfermare Ruth Metzler. L’Udc probabilmente attaccherà subito, facendo confluire i propri voti su Blocher, che raccoglierà anche quelli di molti radicali scontenti della ministra democristiana. A questo punto, se insieme al Pdc la sinistra, come ha promesso, voterà compatta per la Metzler, Blocher non potrà farcela. La stessa cosa si ripeterebbe alla quarta elezione, quella per la riconferma di Joseph Deiss, sul quale, anzi, potrebbe confluire qualche voto di più. Fin qui, questo è lo scenario più probabile se il Pdc sosterrà unito, come ha detto finora, i suoi due consiglieri federali, e se né Metzler né Deiss, come hanno più volte ribadito, si ritireranno. Se però qualcuno nel Pdc si fa scrupolo che il partito più piccolo occupi due seggi, o se nella sinistra qualcuno proprio non ce la fa a votare per un democristiano, e uno dei due ministri venisse battuto, è probabile che il Pdc chieda una sospensione della procedura elettorale, che potrebbe durare qualche ora, un giorno o persino una settimana. Tale sospensione sarebbe necessaria sia per prendere la decisione se votare la signora Metzler in concorrenza con il suo collega Deiss, sia per valutare se contrapporre Metzler o Deiss agli altri consiglieri federali o candidati nelle elezioni successive. In quest’ultimo caso il Pdc difficilmente riuscirebbe a spuntarla, per cui finirà realisticamente per adeguarsi alla volontà del parlamento di eleggere un solo ministro democristiano. La quinta votazione riguarderà la rielezione di Samuel Schmid, che verrebbe riconfermato senza problemi. Il ministro della difesa qualche problema l’avrebbe in seguito, nel caso che Blocher non riuscisse ad entrare in Consiglio federale. Finora Schmid ha affermato che degli ultimatum e dei tatticismi del suo partito non sa che farsene: deciderà in piena libertà. Alla sesta votazione Blocher, se non sarà riuscito a scalzare uno dei due ministri democristiani, punterà tutto contro la socialista Calmy-Rey. E teoricamente il leader dell’Udc potrebbe anche farcela, poiché non è detto che i democristiani ricambino compatti l’appoggio ottenuto dalla sinistra, e se non l’hanno ottenuto saranno a maggior ragione ostili. Ma Micheline Calmy-Rey è una donna; ed anche a destra non tutti – in primo luogo le donne radicali – se la sentono di buttar fuori dal governo una donna per far posto a Blocher (tra l’altro: la stessa considerazione vale per Ruth Metzler). A questo punto, il tentativo di Blocher d’irrompere in Consiglio federale potrebbe essere frustrato e l’Udc passerebbe all’opposizione. Ma questa è una decisione politica che non dovrebbe influire (salvo improbabili dimissioni immediate di Samuel Schmid) sull’ultima votazione per il rinnovo del Consiglio federale, quella dell’elezione del successore di Kaspar Villiger. I due candidati ufficiali del Prd sono l’appenzellese Hans-Rudolf Merz e la bernese Christine Beerli. Anche qui, però, le cose sono meno semplici di quanto si creda. Bisogna considerare almeno tre scenari. Se Blocher sarà stato già eletto, è probabile che la destra si sentirà abbastanza sicura da imporre anche l’elezione di Merz. Meno credibile è invece l’ipotesi che il parlamento ne faccia una questione di contrappesi ed elegga una donna dell’ala sinistra dei radicali, quale la Beerli. Se però Blocher non sarà stato eletto, l’Udc comincerà subito a fare opposizione e potrebbe avere interesse ad indebolire il governo, cioè a non sostenere personalità forti (dal suo punto di vista) come Merz, per cui sarebbe favorita la signora Beerli. In ambedue i casi, tuttavia, se dei ministri democristiani sarà stata eletta l’appenzellese Metzler e non il friburghese Deiss, potrebbe essere presa in considerazione la candidatura di un latino, quale Fulvio Pelli. Da tutto questo si capisce che l’equilibrio politico del nuovo Consiglio federale dipenderà quasi certamente dal fatto che Blocher sarà o non sarà eletto. Se il leader dell’Udc conquisterà uno dei seggi democristiani, l’asse politico del governo si sposterà evidentemente più a destra. Se sarà eletto al posto della signora Calmy-Rey, è altamente probabile che la sinistra passi all’opposizione. Se, al contrario, Blocher non ce la farà, le alternative sono due: o lo status quo, con Schmid che rimane al suo posto; o l’entrata in governo dei Verdi (al posto di Schmid, eventualmente costretto dai suoi a dimettersi) che sposterebbe l’asse politico verso il centrosinistra. Non va comunque dimenticato che l’equilibrio politico del Consiglio federale non significa una maggioranza parlamentare stabile ed un indirizzo politico coerente. Poiché il governo non dipende da una maggioranza parlamentare, a sua volta il parlamento è libero di formare maggioranze diverse sui diversi provvedimenti, senza per questo far cadere il governo o condizionarne l’orientamento politico. È questo, in definitiva, il vero segreto della grande stabilità del sistema politico svizzero: un sistema che si riproduce in tutti i cantoni ed è una trave portante nell’edificio del federalismo elvetico. L’ultimatum «o Blocher o nessuno» è stato fatto proprio dall’assemblea dei delegati dell’Udc di sabato 29 novembre a Sempach, che vi ha aggiunto la possibilità di rivolgere il ricatto contro il Pss. Segno della contraddizione tra la voglia di restare partito di governo e l’incauto diktat lanciato il 19 ottobre ad urne ancora calde con la minaccia di passare all’opposizione. Una contraddizione ancor più esplicita se si considera che prima si fa dichiarazione di fede in una «concordanza aritmetica», che presuppone il rispetto della rappresentanza proporzionale in governo dei quattro maggiori partiti, e poi si minaccia di sottrarre il seggio di Micheline Calmy-Rey ai socialisti. A farlo notare è stato, tra l’altro, il coraggioso intervento di un delegato, che, nonostante i fischi e i mugugni di disapprovazione, ha definito «antidemocratico ed offensivo» l’ultimatum lanciato da Blocher e da Maurer. Ma la sensazione di aver tirato troppo la corda non dev’essere passata alla maggioranza di un partito galvanizzato dal carisma di un populista come Blocher, che nelle contraddizioni ci sguazza, anche se abilmente. Non gli è passata perché Samuel Schmid s’è guardato bene dal dire una parola definitiva sul suo comportamento nel caso Blocher non venisse eletto. Come il presidente dell’Udc bernese, Hermann Weyeneth, ha fermamente puntualizzato, Schmid intende conservare senza se e senza ma il suo diritto di decidere in piena libertà, senza farsi condizionare dalle velleità ricattatorie del suo partito. Un altro segno che il timore di aver esagerato è sempre vivo nella parte più saggia dell’Udc, è non soltanto quel pacchetto di 60-70 voti (dietro ai quali si celano i partiti cantonali di Berna, Turgovia e Grigioni) che all’assemblea hanno cercato di contrastare la logica del tutto o niente, ma anche il fatto che alla proposta più esplicitamente antisocialista, formulata dal consigliere nazionale zurighese Toni Bortoluzzi, i delegati ne hanno preferito una dalla formulazione più tenue – ma sostanzialmente identica – di alcuni delegati romandi. Senza vergognarsi di dover così far entrare Blocher in governo dalla porta di servizio anziché da quella principale. Il sindacato, dopo le elezioni federali dello scorso 19 ottobre e considerando una non imporbabile entrata di Christoph Blocher in governo, deve essere presente con ancora più forza nel conflitto sociale in atto. È quanto emerge da una risoluzione adottata sabato dall'Assemblea nazionale dei delegati del Sindacato edilizia e industria (Sei). In essa si mette in rilievo che «l’Udc con la sua politica dell'esclusione sociale, dei tagli alla socialità e del privilegio per i ricchi è diventata la forza dominante nel campo borghese». Questo significa che i sindacati dovranno intensificare il ricorso a proteste di piazza e referendum per parare gli attacchi allo Stato sociale e al servizio pubblico. «Vogliamo e dobbiamo ricorrere più spesso in futuro a queste armi per difendere i diritti della grande maggioranza meno privilegiata della popolazione. Nel contempo dobbiamo denunciare con forza la contraddittorietà del populismo dell’Udc», recita ancora la risoluzione. Ma i sindacati dovranno saper reggere il conflitto anche sul loro tradizionale terreno, il posto di lavoro: «la capacità di sciopero e di mobilitazione è uno strumento centrale per difendersi dalla lotta di classe condotta dall'alto. È sul terreno che si riesce a costruire nuovi rapporti di forza e che, in definitiva, si decide in che direzione va la politica sociale svizzera». La risoluzione dell’Assemblea dei delegati del Sei si conclude osservando che un contributo essenziale in questo senso verrà dalla nascita del sindacato Unia, frutto della fusione di Sei e Flmo.

Pubblicato

Venerdì 5 Dicembre 2003

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