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Conservatori o progressisti?

di

Anna Biscossa
A sinistra siamo ancora progressisti? O hanno ragione i commentatori di destra che ci bollano come conservatori e retrogradi? E noi come ci sentiamo, progressisti o conservatori?
Personalmente mi sono interrogata diverse volte su questo particolare aspetto. E sono giunta a conclusioni diverse.
Io mi sento progressista perché quanto voglio e credo si debba e si possa realizzare  a favore dell'uomo e del Pianeta deve ancora diventare realtà.
In tal senso ho una visione e ho ancora un progetto di società migliore ma (a mio giudizio) possibile, che vorrei realizzare o vedere realizzata. E non sto pensando ad una rivoluzione! Sto pensando ad una crescita della consapevolezza dei bisogni, nonché dei mezzi e degli strumenti necessari  per rispondere a questi bisogni appunto.  Le risorse esistono. Si tratta di poterne disporre e di trovare modalità eque di ridistribuzione delle stesse.
Del resto, quali alternative esistono?
Il liberismo con la sua utopia di una forte capacità del mercato ad autoregolarsi in senso democratico e a favore dell'uomo è ancora credibile? I fatti, la quotidianità, le paure espresse dall'economia stessa sembrano dimostrare l'esatto contrario.  Il mercato senza regole, lasciato a se stesso, senza alcun limite nazionale o fissato da norme condivise, ha infatti dimostrato, e sta dimostrando sempre più, di essere in grado di annientare le società, i governi, le libertà individuali, i diritti, l'ambiente, ma anche l'economia e la finanza stessa. Il mercato senza regole è distruttivo, addirittura autolesionista e fa nascere la paura, la diffidenza, la chiusura, il rifiuto del nuovo. Tutti stati d'animo profondamente pericolosi per il mercato stesso. Stati d'animo comunque agli antipodi rispetto ad un progetto di progresso! Io però mi sento altresì e contemporaneamente conservatrice quando si tratta di cancellare una conquista sociale o un diritto. Non perché non creda che non ci sia bisogno di trasformarli e di farli evolvere e che non sia necessario e urgente farlo (i tempi, la nuova organizzazione del lavoro, le diverse, mutate aspettative sociali lo impongano). Sono però profondamente restia a farlo, perché non credo più che la società sia oggi disponibile a compiere questo sforzo in modo onesto. Non credo cioè che ci sia la volontà condivisa – di governi, parti sociali, economia e società – di garantire ancora l'equivalente aggiornato ai cambiamenti in atto, di quel servizio o di quel diritto che si sta togliendo. Né credo ci sia la necessaria capacità di mobilitazione e di partecipazione per costringere chi di dovere a farlo. Senza questa premessa di fondo la "resistenza" è allora un obbligo. O esiste forse la possibilità di un patto di società a favore dell'uomo e del Pianeta? In Ticino, ad esempio, con chi? 

Pubblicato

Venerdì 21 Dicembre 2007

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