< Ritorna

Stampa

 

Congresso Cgil, il prezzo dell'unità

di

Loris Campetti
Fare il sindacalista non è mai stato un lavoro facile, soprattutto se non lo si interpreta come mestiere ma come impegno collettivo. Rappresentare i lavoratori è ancora più impegnativo in una stagione in cui è completamente saltata ogni rappresentanza politica del mondo del lavoro, che ha perduto la sua centralità persino nelle agende di quel che resta dei partiti di sinistra.

Questo è lo scenario in cui si svolge il Congresso della Cgil, all'indomani dell'ennesima sconfitta delle forze di opposizione al sistema di potere berlusconiano. La Cgil ha ancora un forte radicamento tra i lavoratori dipendenti e i pensionati, anche tra chi da tempo ha smesso di guardare a sinistra, non rilevandovi alcuna proposta alternativa capace di spezzare la rivoluzione populista e autoritaria che sta avvolgendo l'Italia in una nuvola asfissiante. Nel corso del Congresso nazionale dei metalmeccanici Fiom, tenutosi la scorsa settimana nel terremotato Abruzzo, il segretario generale Gianni Rinaldini ha messo il dito nella piaga aperta della crisi della rappresentanza politica: invece di domandarci come sia possibile che un tesserato alla Fiom voti Lega o più spesso si astenga, i partiti di sinistra dovrebbero chiedersi perché quel militante sindacale non voti per loro.
Se è vero che non si può chiedere a un sindacato, neanche a un sindacato di classe, di svolgere un ruolo di supplenza politico, è altrettanto vero che le conseguenze delle scelte politiche (liberiste) incidono sulla vita dei lavoratori e dunque il sindacato è costretto a farci i conti, scegliendo forma, contenuti e collocazione del suo agire collettivo. Il contesto in cui si svolge il Congresso è preoccupante: la Cgil è rimasta sola, anche in campo sindacale, nella battaglia in difesa dei diritti dei lavoratori. Un blocco di potere – di regime potremmo dire – tiene insieme il governo, i padroni e le loro rappresentanze, la Cisl e la Uil. Ciò permette l'accelerazione di un'operazione restauratrice che sta smantellando rapidamente le conquiste sindacali e democratiche di oltre mezzo secolo di protagonismo di massa che era stato capace di costruire tutele, contropoteri, una legislazione tra le più avanzate del mondo. La Cgil non ha firmato la controriforma del sistema contrattuale che svuota i Contratti nazionali e lega quelli di secondo livello all'andamento degli utili d'impresa. Subito dopo è partita la riforma del diritto del lavoro che punta all'individualizzazione del rapporto di lavoro frantumando l'unità di classe e sterilizzando gli stessi sindacati, resi inutili sul terreno contrattuale e complici nel processo di privatizzazione del welfare. Sindacati ridotti a patronati, co-dispensatori insieme alle imprese e dentro i vincoli imposti dal governo, di cassa integrazione, ammortizzatori sociali, sanità, formazione, servizi. I diritti ridotti a privilegi, dentro una crisi economica devastante che non ha ancora prodotto in Italia le sue peggiori conseguenze in termini di occupazione, svalorizzazione, precarizzazione e frantumazione del lavoro. Non è chiaro se sono di più le aziende che chiudono per la crisi o quelle che scelgono di trasferire l'intera produzione a est e a sud del mondo dove tutto è più facile per il capitale.
In questo campo di battaglia sta saltando una trincea sindacale dopo l'altra. Se passerà il testo di legge sul diritto del lavoro, rinviato una prima volta alle Camere dall'intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per sospetta incostituzionalità, sarà affossato l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (diritto al reintegro in caso di ingiusto licenziamento) contro la cui soppressione otto anni fa la Cgil aveva organizzato scioperi generali e portato in piazza tre milioni di persone. Nella prima versione del testo, addirittura, si prevedeva la possibilità che l'azienda al momento dell'assunzione facesse firmare al dipendente l'impegno a non rivolgersi al giudice in caso di licenziamento senza giusta causa.
Ultimo elemento di contesto, il rinsecchimento della democrazia sindacale nei posti di lavoro: chi subisce accordi separati, contratti imposti dall'alto dentro la logica della cogestione complice con governo e Confindustria, non ha neanche il diritto di esprimere il suo parere vincolante. Semplicemente gli è impedito di votare.
La Cgil deve scegliere se prendere atto della fine di una stagione unitaria e dell'impossibilità, in questa situazione, di lavorare di concerto con Cisl e Uil. Nel caso di una risposta affermativa le conseguenze sarebbero evidenti: collocare la confederazione all'opposizione, puntando sull'autonomia, la democrazia nel rapporto con i rappresentati e il conflitto. E' il punto di vista di una minoranza della Cgil che nei congressi di base ha raccolto meno del 20 per cento dei consensi ma la maggioranza assoluta (dei tre quarti degli iscritti) tra i metalmeccanici e quasi il 50 per cento nel pubblico impiego. Per la prima volta i pensionati, che rappresentano più della metà dei 5 milioni e mezzo di iscritti alla Cgil e che storicamente si sono sempre schierati all'unisono con le posizioni della maggioranza, sono stati conteggiati in base al principio «una testa un voto». In passato una scelta di solidarietà aveva fatto sì che pesassero per la metà della loro consistenza effettiva. Solo nella metà dei congressi la minoranza (guidata dai segretati della Fiom, della Funzione pubblica e dei bancari con alcuni dirigenti e segretari confederali, e alcune importanti Camere del lavoro del nord) è riuscita a presentare il suo documento.
Le ragioni che spingono Guglielmo Epifani e la sua maggioranza ad abbassare il tono del conflitto con le controparti sono altrettanto razionali e comprensibili: se non ci si vuole limitare a prendere atto dell'isolamento della Cgil dobbiamo rientrare in gioco, riconquistare i tavoli di trattativa e contrattazione, ricostruire un rapporto con Cisl e Uil, anche per arginare le conseguenze di politiche autoritarie e filopadronali e per tentare di invertire la tendenza.
Sono due linee diverse, la sfida del congresso che si apre il 5 maggio a Rimini non è un'impossibile reductio ad unum ma la ricerca di un compromesso accettabile da tutti. Finora ipotesi di mediazioni, che toccano a chi ha vinto il Congresso, non se ne vedono, ma c'è ancora tempo. Le mediazioni in un sindacato passano anche attraverso la formazione dei nuovi gruppi dirigenti. Candidata a succedere a Epifani, il cui mandato di segretario generale scade a settembre, è Susanna Camusso. Un nome che, in questi mesi, ha diviso l'organizzazione.

Pubblicato

Venerdì 23 Aprile 2010

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Venerdì 4 Giugno 2021