Chi la esplicita, chi tenta di minimizzarla e chi la tiene a bada con una risata, ma la paura è un sentimento che – anche se non vuoi – s’infila subdolamente nel tuo bagaglio quando vai a lavorare in miniera. Ed è la paura – ci confida un minatore italiano – che, più che in qualsiasi altro lavoro, spinge questi uomini ad aggrapparsi anche al divino. Onnipresente, infatti, con gli altarini in suo onore all’entrata e all’interno di ogni tubo, Santa Barbara – protettrice dei minatori e dei pompieri – ha il suo bel daffare nell’accogliere le preghiere dei suoi devoti. «Sono rari fra noi i praticanti – ci dice Ivano, valtellinese di Sondrio, addetto al Wurm 1) di Bodio – ma Santa Barbara non si tocca. Ognuno di noi, all’entrata e all’uscita dal tunnel, le dedica un pensiero nella speranza che davvero ci protegga». A volte la paura ti artiglia e ti colpisce come uno schiaffo inaspettato e violento. Come è accaduto al macchinista Stephan Dähne, quarantacinquenne di Thüringen (Germania), addetto alle pompe del cantiere di Bodio: «I minatori non hanno paura. Chi ha paura non può lavorare in montagna. O almeno questo pensavo fino alla tragedia di mio cognato Andreas. Fu un colpo durissimo. Lavoravamo insieme nella galleria di Sedrun quando lui venne colpito da un’asta di trivellazione. Ero a mezzo metro da lui: un rumore improvviso mi fece girare e fu allora che vidi Andreas a terra. Non so descrivere a parole ciò che provai in quell’istante. Quella stessa sera dovetti portare la tragica notizia a mia sorella. Per intere settimane rimasi come paralizzato». Al galiziano Antonio, 38enne di la Coruña, minatore al Wurm 1) di Bodio, la paura ha agitato i suoi sonni per due anni. «Nel ’92 – racconta – lavoravo nei pressi di Zurigo in una piccola galleria quando un giorno, vicino a me, un operaio è stato schiacciato da un masso: non è rimasto niente di lui. L’indomani sono ritornato a lavorare ma avevo negli occhi la scena e per tanto tempo – senza darlo a vedere – rabbrividivo all’idea che sarebbe potuto succedere anche a me. E poi anche qui, prima il tedesco schiacciato dal masso a Faido e poi i due ragazzi a Bodio travolti dal treno. No, non siamo ossessionati dalla paura ma quelli che fra noi hanno visto la morte da vicino, sono più consapevoli di altri del pericolo incombente. Nessuno parla della paura apertamente ma la sentiamo, eccome». Dall’altra parte, gli fa eco il valtellinese Ivano: «Sì, fa parte di questo lavoro. Non so come spiegarle, ma quando sei in miniera o in galleria sai nel tuo intimo qualcosa che non puoi dire a voce alta: la montagna chiede sempre un tributo in vite umane e per quanto tu cerchi di abbassarne il prezzo – con mille misure di sicurezza –, lei, alla fine riesce sempre a prendersi la sua parte». Antonio Bottiselli – prossimo alla pensione, da due anni a Bodio, lavora come assistente al getto al Wurmino 2) – invece, racconta di non aver mai avuto paura nonostante i pericoli del mestiere, tranne una volta, in Francia nell’87, quando nel tunnel dell’EuroLap rischiò di perdere la gamba sinistra rimasta incastrata tra un binario e il cassero. «L’idea di restare handicappato a 42 anni mi ha spaventato davvero. Per fortuna mi hanno salvato la gamba e seppure un po’ claudicante ho continuato la mia vita come prima». Lui ha imparato ad esorcizzare la paura con una risata: «Ancora un anno di lavoro – dice – e forse mi deciderò a farmi operare per togliere questo groviglio di cicatrici: con una bella plastica magari mi rifarò la gamba alla Claudia Schiffer!». 1) Wurm, “verme” in tedesco: è la gigantesca struttura tubolare in ferro ad anelli concentrici preposta a rivestire la volta della galleria. 2) Wurmino: struttura metallica lunga circa 180 metri che riveste i tratti di galleria scavati mediante esplosivo.

Pubblicato il 

08.07.05

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