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Con l'occhio dei pittori

di

Tita Carloni
È interessante vedere il territorio attraverso lo sguardo dei pittori, anche perché non si tratta quasi mai di visioni oggettive. I pittori osservano, scelgono le cose ed i fatti che li interessano e li raffigurano a modo loro, secondo le loro idee e coi mezzi che preferiscono. In questo momento ci sono nel Cantone Ticino due mostre che meritano una visita : al Museo d’arte di Mendrisio sono esposte le opere di Pietro Chiesa (1876-1959), campione riconosciuto del nostro piccolo nazionalismo e cantore delle gioie della campagna ticinese negli anni ’30 e ’40; a Villa Ciani a Lugano, si possono vedere i lavori recenti di Renzo Ferrari (1939), instancabile pendolare tra Cadro e Milano. L’esposizione è accompagnata da un bel film di Villi Hermann intitolato “Walker”, che mostra appunto il pittore nel suo continuo camminare, osservare, annotare, tra le vecchie case di Cadro, la periferia nord di Lugano dalle parti della Stampa, i viali, i binari del tram, la metropolitana di Milano e i bridges di New York. Entrambe le manifestazioni rendono conto in modo esemplare di territori, paesaggi ed ideologie diverse. Pietro Chiesa era un pittore molto abile sul piano del disegno, della composizione e della tecnica, ma, come scrisse Carlo Carrà nel 1924 «…credo non abbia mai avuto l’ambizione di apparire ai nostri occhi un novatore. Egli è un uomo di gusto tradizionale… appartiene agli idealisti… epperò la sua arte resta a nostro avviso circoscritta in una zona mediana decorativa e illustrativa…». Difatti il Chiesa descrisse con lodevole alacrità un territorio ticinese quieto e luminoso, tutto popolato di villanelle rubiconde, di famigliole serene, di contadini laboriosi, un po’ italico e un po’ svizzero, ma non troppo né di qua né di là. Il grande affresco dal titolo “Vita ticinese” all’Esposizione nazionale del 1939, con un matrimonio in campagna, cappelletta con vergine e fontana, giovanotto che spara in aria, vecchiette sferruzzanti, gatto e capretta ne fu forse l’espressione più lampante. Guardando i quadri di Renzo Ferrari, il territorio appare un altro. Quando il camminatore scende da Cadro incontra capannoni di periferia, gru, piante malate, calpesta incolti coperti ai bordi da resti di neve sudicia. Arrivando a Milano incontra neri, extra-comunitari, figure metropolitane che si affretta a schizzare su un quadernetto e che riappariranno poi nei quadri incorniciati da un contorno che richiama lo schermo del televisore. Insomma un paesaggio crudo e aggressivo che si estende ormai dai villaggi discosti fin dentro il ventre della grande città. E Renzo Ferrari non indora la pillola. Riferisce. Ora è ben vero che tra Chiesa e Ferrari son passati sessant’anni. Ma è anche vero che l’occhio dei pittori di fronte alla realtà è diverso. Prendiamo per esempio l’anno 1937. In quell’anno Picasso e il meno conosciuto ma importante pittore basilese residente a Castel San Pietro Walter Kurt Wiemken gridarono la loro indignazione per gli orrori fascisti della guerra di Spagna dipingendo il bombardamento di Guernica. Wiemken fece anche un piccolo terribile quadro intitolato “Il monumento del generale”, dove si vede quest’ultimo incoronato e seduto sopra un mucchio di cadaveri. La sera del 28 dicembre del 1940 il pittore non fece più ritorno da una passeggiata e il suo corpo fu trovato più tardi nelle gole della Breggia sotto il ponte di Castello. Proprio in quegli anni Chiesa dipingeva i Maestri Comacini sullo scalone del Municipio di Lugano ed onorava il ticinesismo trionfante con un affresco di 17 metri all’Esposizione nazionale di Zurigo. Credo proprio che con l’occhio dei pittori possiamo vedere territori e paesaggi anche molto diversi sia per l’impegno civile che per la loro inevitabile e pubblica esposizione personale.

Pubblicato

Venerdì 28 Maggio 2004

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