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Con l’amianto nei polmoni

di

Stefano Guerra
Antonio* ha una vita di lavoro alle spalle e gli anni della pensione davanti a sé. Mollato da un passato che si allontana e da un futuro che ancora non dispera di afferrare, sopporta un presente fatto di sofferenza, rabbia e paura. Sa che non lasciano scampo quelle sottilissime fibre di amianto risvegliatesi tre anni fa dopo aver sonnecchiato a lungo sul fondo dei suoi polmoni. Lo sa, eppure si aggrappa a un barlume di speranza che nei prossimi giorni una nuova tomografia assiale computerizzata (Tac) si incaricherà di spegnere o di alimentare. «Non so come andrà a finire» dice. «Devo essere forte e sperare che la vita si prolunghi il più a lungo possibile». Seduto nel salotto della casa costruita pochi anni fa con i risparmi di una vita da emigrato interno prima e da frontaliere poi, Antonio inforca gli occhiali e apre una busta. Ne estrae articoli di giornale, accuratamente ritagliati e datati: tutti parlano di amianto. Li distribuisce sul tavolo, poi ne mostra uno pubblicato poche settimane prima nel quotidiano torinese La Stampa: parla dell’invio di 26 informazioni di garanzia ad altrettanti ex dirigenti di fabbriche che tra il 1943 e la fine degli anni ’80 hanno operato nel polo chimico di Viale Azari a Verbania. L’accusa? Non aver adottato misure di sicurezza per proteggere gli operai dalle polveri del minerale cancerogeno. Gli ex dipendenti che, già malati, avevano trovato la forza e il coraggio di sporgere la denuncia, sono tutti morti fra il 1999 e quest’anno. I ritagli di giornale fra le mani, Antonio non riesce a darsi pace. Non ricorda – o non vuol rivelare – dove né quando ha respirato fibre di amianto. Sa solo che nessuno gli ha mai raccomandato di portare una mascherina. «Se mi avessero avvertito, non sarei certo rimasto» dice. La sua rabbia è rancore nei confronti di chi lo ha esposto alle polveri cancerogene, ma anche disperazione per non poter dare risposta a due grossi punti di domanda che spesso gli tolgono il sonno: dove stava l’amianto che ora lo inchioda a una quotidianità di dolori? («Mi dicono che rivestiva i cavi elettrici che riparavo, chissà.») E perché è toccato proprio a me? («Quando chiedo ai miei ex colleghi come stanno, loro mi rispondono che non hanno nessun problema. E i dottori mi dicono che è come l’influenza, che un tumore viene quando gli anticorpi sono bassi.» ) Le cellule che proliferano in maniera anomala nella pleura dei polmoni di Antonio hanno stravolto l’esistenza di quest’uomo del sud emigrato nella seconda metà degli anni ’60 in Piemonte. Aspetto giovanile, sposato e con un figlio, Antonio non percorre più gli ottanta chilometri che si sobbarcava cinque giorni alla settimana per recarsi al lavoro in una grossa ditta del Sopraceneri, dove si occupava da trentatre anni del controllo elettrico di macchine e cablaggi. La malattia – forse (ma chi lo sa?) risalente alla fine degli anni ’60 quando riparava forni, macchinari e quadri elettrici per conto di una ditta della regione che produceva materiale refrattario – lo costringe da cinque mesi nella sua casa in provincia di Verbania. Il calvario, però, ha inizio già nel 2000. Una tosse insistente, la febbre alta, poi del liquido nei polmoni che lo porta d’urgenza in sala operatoria. Dopo l’intervento i disturbi persistono. Inoltre, il respiro si fa corto e Antonio ha spesso l’impressione di soffocare. «Il dottore mi diceva che ero fissato» ricorda andando con la mente ai regolari ricoveri di cui ha perso il conto e che ora gli sembrano «una battaglia» nella quale il problema era «non sapere qual era la strada giusta, la cura appropriata». La prima diagnosi del suo male è del 30 dicembre 2002. È il primario del reparto di anatomia e istologia patologica dell’Ospedale Valduce di Como a comunicarla al medico curante: «frammenti pleurici sede di proliferazione mesoteliale con marcate atipie citostrutturali consistente con mesotelioma maligno». Dopo la mazzata, Antonio non si arrende. Cerca conferme. Ne troverà due. Fra marzo e aprile i servizi di anatomia e istologia patologica degli ospedali “Maggiore della Carità” di Novara e “Santi Antonio e Biagio e Cesare Arrigo” di Alessandria ribadiscono la diagnosi: mesotelioma pleurico maligno, un tumore rarissimo ma dall’incidenza relativamente elevata fra i lavoratori esposti a polveri di amianto, tanto da essere considerato un indicatore pressoché certo di esposizione alle fibre cancerogene. Antonio non riesce a capacitarsene, ma ciò significa che delle fibre di amianto dal diametro inferiore ai tre millesimi di millimetro sono penetrate negli alveoli dei suoi polmoni. Poi a poco a poco, in un processo che dura dai 20 ai 40 anni, hanno sconfinato nella pleura introducendosi nelle cellule mesoteliali senza ucciderle, ma scatenando o promuovendo complessi meccanismi molecolari di tipo tumorale. Così, un giorno, le cellule della membrana che ricopre i polmoni di Antonio hanno cominciato a proliferare in modo anomalo e ad alterare la loro struttura. È l’effetto di queste tenacissime fibre ad averlo obbligato, un paio di settimane dopo aver cessato il lavoro, a intraprendere un’estenuante chemioterapia. Ogni tre settimane, di lunedì si reca all’ospedale. Ne esce sconvolto: «La domenica, il lunedì e il martedì devo farmi una puntura anti-rigetto. Nei giorni seguenti la seduta ho nausea e non mi vien voglia di mangiare nulla. La maggior parte del tempo la passo a letto. La settimana dopo sto un po’ meglio, e la terza di solito anche» dice Antonio vuotando sul tavolo del salotto il sacchetto delle medicine. I brevi momenti di requie da nausee e dolori sono sempre meno frequenti. E la situazione clinica non muta. «Non si apprezzano sostanziali modificazioni del quadro tomodensitometrico» è il responso dell’ultima Tac alla quale si è sottoposto il 18 settembre. L’attesa di un’imminente nuova tomografia trascorre in una solitudine vieppiù opprimente. «Se sto bene, la mattina esco a far due passi e a comprare il giornale. Il pomeriggio, però, mi sento giù, sono stanco, per cui me ne resto a letto. Non c’è niente da fare, tutta la tua vita cambia. Si perdono le amicizie; prima, quando lavoravo, andavo sempre al bar a leggere il giornale e a bere un caffè con gli amici. Ora è tutto diverso» racconta Antonio che al collo porta una catenella con un crocifisso e una medaglietta raffigurante la Madonna, simboli di religioso conforto. Quel sollievo, oltre che nella religione, adesso lo trova solo nella moglie e nel figlio. Forse per un attimo lo aveva trovato pure un lunedì nella sala d’aspetto dell’ospedale di Casale Monferrato, dove si era intrattenuto per alcuni minuti con la moglie di un operaio torinese: «Ha lavorato per anni nella Svizzera tedesca. Ora ha un mesotelioma» gli aveva detto lei mentre aspettava che il marito terminasse la seduta di chemioterapia. Solitudine, sofferenza, paura. Ma anche rabbia per ritrovarsi a pochi anni dall’agognata quiescenza e vederla sfumare all’orizzonte per volontà altrui: «Una vita di sacrifici, io ci contavo sulla pensione. Non hanno mai fatto nulla, né in Svizzera né in Italia. Nessuno si è mai interessato a chi si è ammalato a causa dell’amianto. Nessuno ha mai detto niente, e dietro questo silenzio c’era solo la volontà di guadagno» dice Antonio. * Il nome è fittizio. La vera identità della persona che ha scelto di testimoniare in maniera anonima è nota alla redazione. Rispettando la volontà di Antonio, sono stati omessi dettagli relativi alla sua origine, età, famiglia e domicilio. In un comunicato del febbraio 2002 la Eternit vantava il suo «lavoro pionieristico su scala internazionale» nell’abbandono e la sostituzione dell’amianto. Il suo amministratore delegato e presidente della direzione Anders Holte affermava che «circa 45 impiegati che hanno lavorato a Niederurnen sono deceduti a seguito di un mesotelioma». Se non fosse un’offesa alle decine di altri ex lavoratori e lavoratrici della Eternit morti nell’indifferenza generale in Svizzera e altrove, l’impegno di Holte ad «assumere questa parte della nostra storia» farebbe sorridere. Quelle riconosciute sono infatti una parte non significativa degli operai deceduti decenni dopo aver respirato polveri di amianto negli stabilimenti di produzione di Niederurnen (Glarona) e Payerne (Vaud) e nei cinque centri di distribuzione della Eternit in Svizzera. A sostegno di questa tesi accorre un recente studio (1) condotto in Italia su ex lavoratori e lavoratrici rientrati in patria dopo aver lavorato nello stabilimento glaronese. Coordinata dal dottor Enzo Merler del Servizio di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro dell’Unità locale socio sanitaria di Padova, l’indagine ha recensito – soprattutto in Veneto e nelle Puglie – 15 mesoteliomi fra operai italiani (12 uomini, 3 donne) che erano entrati alla Eternit di Niederurnen fra i primi anni ’50 e la metà degli anni ’80 restandoci per un periodo variabile da uno a 31 anni. Ai due terzi di loro – che non hanno conosciuto altre esposizioni all’amianto durante la vita lavorativa – la malattia è stata diagnosticata prima dei 60 anni. L’indagine rivela pure che il tempo di latenza – e cioè il periodo intercorso fra l’inalazione delle fibre e la diagnosi – è in media di 33 anni (con variazioni di + o -5 anni) e non dipende dalla durata dell’esposizione. «L’esposizione all’amianto in questa impresa ha già provocato un numero importante di tumori professionali fra gli impiegati, una buona parte dei quali immigrati. Per evitare di sottostimare il rischio e favorire una compensazione, le malattie che colpiscono i lavoratori immigrati ritornati al loro paese devono essere valutate» concludono i ricercatori. Lo studio sugli ex lavoratori della Eternit di Niederurnen – che riguarda esclusivamente l’incidenza di mesoteliomi della pleura e del peritoeno e non altre patologie legate all’esposizione a fibre di amianto quali l’asbestosi e il cancro polmonare – è lungi dall’essere esaustivo. Si basa infatti da un lato solo su alcune regioni italiane, dall’altro su dati di registri tumori di recente creazione che pertanto al momento dell’indagine non avevano approfondito tutti i casi di mesotelioma nelle rispettive zone di copertura. Ma le lacune saranno presto colmate. «Eravamo partiti da un’ipotesi generale. Pensavamo che l’emigrazione potesse comportare dei rischi per la salute degli italiani che sono andati a lavorare all’estero come operai non specializzati. Le conseguenze sulla salute di questi lavoratori erano – e sono tuttora – molto poco documentate» spiega ad area il dottor Enzo Merler che in queste settimane sta lavorando con un’équipe all’ampliamento dell’indagine riguardante gli ex operai italiani dello stabilimento glaronese. Lo studio in corso permetterà di avere una visione più esaustiva dell’incidenza del mesotelioma fra gli italiani rientrati in patria dopo aver lavorato in Svizzera. Si tratta fra le altre cose di individuare altri focolai di esposizione oltre alla Eternit di Niederurnen, «altri nomi di fabbriche» precisa Enzo Merler che negli ultimi anni ha studiato a fondo le condizioni di salute e la speranza di vita degli emigrati ritornati in Italia dopo aver lavorato fra il 1943 e il 1966 nella miniera di crocidolite (amianto blu) di Wittenoom Gorge, in Australia. Intanto, benché il tasso di incidenza di mesoteliomi in Europa continui a crescere, in molti paesi si constata un inizio di decelerazione dell’epidemia (fra il 1987 e il 1997 un aumento significativo dell’incidenza del mesotelioma pleurico è riscontrabile solo in Inghilterra e in Francia). Alla conclusione è giunta un’équipe di ricercatori coordinata da Fabio Montanaro del Registro mesoteliomi della Liguria, che da qualche mese lavora al Registro tumori ticinese di Locarno. In uno studio pubblicato negli scorsi giorni (2) il biologo ligure e i suoi collaboratori affermano – considerate sia la decelerazione della dinamica di incidenza del mesotelioma sia la diffusa messa al bando dell’amianto – che un’inversione di tendenza potrebbe verificarsi nei prossimi anni in molti paesi europei. Ciò senza nulla togliere alla tragicità dell’epidemia silenziosa di mesotelioma pleurico che in Europa, secondo uno studio di riferimento di J. Peto pubblicato nel ’99 nel British Journal of Cancer, farà 250 mila morti fino al 2034. (1) Enzo Merler e al., “Mesotheliomas among Italians, returned to the home country, who worked when migrant at a cement-asbestos factory in Switzerland”, Soz.-Präventivmed., n. 48, 2003, pp. 65-69. (2) Fabio Montanaro e al., “Pleural mesothelioma incidence in Europe: evidence of some deceleration in the increasing trends”, Cancer Causes and Control, n. 14, 2003, pp. 791-803.

Pubblicato

Venerdì 28 Novembre 2003

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