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Comunicazione e riti collettivi

di

Martino Dotta
È tempo di Carnevale, in molti luoghi del Cantone. Io che non lo festeggio ormai da anni, resto comunque ammirato (lo dico con sincerità) dalla voglia di svago e distrazione che questa ricorrenza evoca in me. E malgrado che le occasioni di divertimento si siano moltiplicate a piacimento nel corso degli ultimi anni, anche dalle nostre parti, è come se il Carnevale avesse conservato un tono particolare. C’è quindi gente che prende le ferie appositamente in questi giorni di sollazzo sbrigliato e compie dei veri e propri ‘pellegrinaggi’ carnascialeschi, da una località all’altra. Cosa nasconde o segnala questo bisogno quasi incontenibile di distensione? Fa davvero bene "cambiare maschera" e girovagare sotto mentite spoglie, alla ricerca di ebbrezze speciali e irripetibili? Sì, è possibile che tutto ciò faccia del bene. C’è da pensarlo (e da augurarselo), perlomeno guardando al coinvolgimento collettivo che il Carnevale comporta. E dire che le Chiese avevano escogitato mille sotterfugi pseudo-spirituali per dissuadere la gente ad abbandonarsi ai bagordi tipici del periodo carnevalesco! Tant’è, ai nostri giorni risulta sconveniente lanciarsi in crociate per la moralizzazione dei costumi. Non è un giudizio di valore, ma una constatazione. Le inevitabili esagerazioni, dovute non da ultimo al consumo di alcolici e talvolta di sostanze stupefacenti, giustificano un appello alla moderazione, per evitare almeno le manifestazioni violente. Quel che m’interessa però sottolineare, in riferimento al Carnevale, è un secondo aspetto. Suscita in me come il primo stupefazione. È la capacità che i travestimenti danno alle persone di cambiare comportamento. È come se il gioco del mimetismo togliesse gli abituali freni inibitori e consentisse di dare libero sfogo agli individui. C’è qualcosa di primordiale, in questo, d’istintivo, ma forse anche d’immaturo. Non mi sembra ben poco sano che una società impedisca ai suoi membri di esprimere sé stessi, costringendoli in forme più o meno coatte di corsetti e concedendo tempi e luoghi limitati per liberarsene. Intendiamoci bene: non si tratta di certo di eliminare tutte le costrizioni sociali, soprattutto quelle che consentono il raggiungimento del bene comune. Piuttosto, si tratta di rendersi conto del senso (possibile, la mia è un’ipotesi) della corsa alla baldoria. D’altronde, parecchi sono i riti collettivi che si rifanno ai cerimoniali del Carnevale: le partite di calcio o di disco su ghiaccio, i concerti di musica leggera, le manifestazioni di protesta, ecc. In sostanza, credo che abbiamo a che fare con l’esigenza innata di comunicare. Non a caso, anche se a partire da considerazioni assai diverse dalle mie, la campagna quaresimale dei cristiani svizzeri s’intitola “In dialogo per migliorare”. La comunicazione ha un valore educativo innegabile.

Pubblicato

Venerdì 7 Marzo 2003

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