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«Coming home»: intervista col presidente del Sei Vasco Pedrina

di

Anna Luisa Ferro Mäder
Non ti immaginavi di certo di vivere un’esperienza così movimentata. No, proprio no. Dopo 28 anni di lavoro e quasi dieci anni di presidenza del Sei avevo deciso di prendermi un periodo di congedo. Ero partito con l’idea di trascorrere a New York un periodo calmo, invece è stato un periodo ricco di emozioni forti. Il tuo giudizio sugli americani e sull’America è cambiato? Quando sono arrivato avevo i miei giudizi e i miei pregiudizi. Di New York adesso ho un’idea più differenziata, anche se so che New York non è gli Stati Uniti. Devo però ammettere che l’apprezzamento che avevo di questa società si è sostanzialmente confermato. Quello che mi ha colpito di più è il carattere estremo delle contraddizioni. Qui tutto è polarizzato nel bene o nel male, nel bello o nel brutto. New York è la moderna Babilonia. È una città tollerante, multiculturale e multireligiosa, in grado di far fronte anche a fatti come quelli avvenuti l’11 di settembre in modo esemplare. Ma nello stesso tempo, questa è una società dove lo stato sociale e i servizi pubblici sono carenti o assenti. Questa è un’economia avanzata con aspetti da terzo mondo. Puoi essere più preciso ? Basta guardare l’impatto economico e sociale dei fatti dell’11 di settembre. A New York, alla fine di ottobre 79 mila persone avevano perso il posto di lavoro. I più colpiti sono stati i ceti più deboli. Tra i nuovi disoccupati quasi 50 mila persone avevano un reddito inferiore ai 23 mila dollari l’anno, contro una media cittadina di 58 mila dollari. Ricordo che a New York il potere d’acquisto di un dollaro equivale ad un franco da noi. Il 70% di queste persone non riceveranno prestazioni di disoccupazione. L’80% invece non avrà più un’assicurazione malattia, che è legata al posto di lavoro. Solo il 20% ha i mezzi per continuare a pagare i contributi (compresi quelli padronali). Anche le prestazioni dell’assistenza sociale sono state limitate a 5 anni e adesso si calcola che solo a New York alla fine dell’anno oltre 32 mila famiglie perderanno qualsiasi sostegno pubblico. È facile capire la drammaticità della situazione. Insomma non sarà un Natale facile per molte famiglie di New York. Il «New York Times» parla in un suo editoriale di «Fame in città». A New York esiste una «Coalizione contro la fame» che di fatto distribuisce pasti caldi, derrate alimentari, vestiti e coperte. Si calcola che quest’anno il servizio sarà utilizzato da un milione di persone. È dire che in questa città ci sono centinaia di migliaia di persone che stanno male. Prima di venire qui non mi immaginavo una situazione del genere. Questo è il risultato del capitalismo spinto all’eccesso. Fortunatamente da noi sindacati e sinistra hanno creato l’Avs, l’assicurazione malattia, il secondo pilastro e l’assistenza sociale. Ciò ha permesso alla maggioranza della popolazione di avere una rete sociale dignitosa. Dopo l’11 settembre Dopo l’11 di settembre l’America si è interrogata molto anche sui suoi servizi pubblici. L’altra cosa che dobbiamo salvaguardare è la nostra rete di servizi pubblici. In America hanno da anni privatizzato il servizio controllo bagagli e passeggeri degli aeroporti. Il personale riceveva salari minimi e quindi stipendi sui 15 mila dollari all’anno. Adesso lo stato ha deciso di assumere 28 mila controllori, che saranno pagati più del doppio. Dopo l’11 di settembre la gente ha paura di volare, ma non ha alternative perché il servizio dei trasporti ferroviari, quando c’è, lascia a desiderare. A New York il metrò e gli automezzi pubblici funzionano bene, ma certe stazioni sono veramente fatiscenti. A Mosca sono migliori. Anche il sistema sanitario è carente proprio a causa delle privatizzazioni degli ultimi anni. Adesso si scopre che non è in grado di far fronte a situazioni d’emergenza. Come hai vissuto questa America della guerra e del patriottismo? L’attacco dell’11 di settembre ha scioccato profondamente gli americani e questo spiega, in parte, l’ampiezza della reazione e il sostegno massiccio al presidente Bush. Anche i sindacati lo sostengono e ritengono che stia facendo un ottimo lavoro. Forse in questo paese, relativamente giovane e a forte immigrazione, il patriottismo funge da legame, ma per noi è eccessivo e insopportabile. Rispetto alla guerra, manca una visione critica. Non mancano poi forme di intolleranza o di maccartismo. A New York le vendite nei negozi arabi sono scese dell’80% in questi mesi. Un’associazione presieduta dalla moglie del vicepresidente americano Cheney ha pubblicato un rapporto sui professori universitari che hanno dato prova di scarso patriottismo e invita alla caccia alle streghe. Il ruolo dei sindacati I democratici e gli intellettuali accusano Bush e il parlamento di emettere leggi anti-crisi favorevoli ai grandi capitalisti e non ai lavoratori. L’amministrazione sta sfruttando la situazione per far passare tagli fiscali in favore della grande industria. I repubblicani propongono un piano di rilancio (è attualmente in discussione in parlamento), che favorisca in modo sproporzionato la grande industria e i redditi medio alti mentre alle classi sociali più deboli sono riservate le briciole. Con i regali fiscali concessi ad Ibm e Ford si potrebbe vaccinare tutta la popolazione americana contro il vaiolo, faceva notare una rappresentante democratica californiana. La destra reazionaria sta facendo passare i suoi valori anche nel campo delle libertà d’espressione per colpire i movimenti pacifisti e quelli sociali. Questi movimenti non attraversano un periodo facile. Anche i sindacati hanno girato loro le spalle. Effettivamente la guerra ha rimesso in causa il processo di avvicinamento tra sindacati e movimenti anti-global. C’è una spaccatura perché i sindacati sono per la guerra. Spero che col tempo sviluppino una posizione più critica anche in vista delle scelte economiche che si stanno profilando. I sindacati americani sono diversi da quelli svizzeri? Le dinamiche sindacali sono diverse dalle nostre. Gli americani scioperano per il rinnovo del contratto di lavoro, ma si tratta di lotte corporativiste e settoriali. Non c’è la logica di estendere il fenomeno su scala generale o nazionale. Solo a New York ci sono 40 sindacati per il settore edile. Ognuno ha un contratto e non esiste nessun tipo di coordinamento, neanche sul piano delle scadenze. Questa divisione e la debolezza del mondo sindacale (il tasso di sindacalizzazione è di circa il 13%) spiegano la mancanza o quasi di reazione anche davanti ai licenziamenti di massa annunciati dalle compagnie aeree. Persino in Svizzera quando succede un crash come a Swissair la gente va in strada e si mobilita. I sindacati americani operano comunque in un contesto più difficile che da noi? Certo l’antisindacalismo negli Stati Uniti è molto forte. Ci sono leggi severe che rendono difficile la penetrazione in nuove fabbriche, perché la partecipazione dei lavoratori deve essere almeno del 50%. Qui c’è la scelta tra la lotta individuale o la rassegnazione collettiva. La copertura contrattuale è molto bassa. Non c’è l’obbligatorietà generale dei contratti e quindi beneficiano dei miglioramenti negoziati solo gli iscritti al sindacato che in genere costano il 25-30% in più rispetto a chi non fa parte di un sindacato. Sui cantieri il precariato è molto esteso. A New York il 25% degli operai edili ha uno statuto precario. Anche per le persone qualificate e ben pagate, il lavoro dura finché dura il cantiere, dopo si deve cercare un nuovo lavoro. In un periodo normale è facile ritrovarne uno, ma non quando c’è la crisi. Voglia di lottare Quando c’è la crisi il sindacato funge da ammortizzatore sociale. A New York, il settore della ristorazione ha perso dopo l’11 di settembre oltre 13 mila posti. Migliaia di sindacalizzati adesso versano in difficili condizioni economiche e il sindacato ha organizzato la distribuzione di alimenti e indumenti ai membri. Anche quando è scoppiato il caso dell’antrace, la distribuzione gratuita di antibiotici ai postini a rischio è stata possibile in alcuni casi grazie all’intervento del sindacato di settore. Adesso che sei al termine di questa esperienza cosa ti porti in valigia? Sono più deciso che mai a difendere a denti stretti le nostre istituzioni sociali, i nostri servizi pubblici, che vanno ancor più rafforzati. Privatizzazioni, meno stato sociale e neoliberismo non sono fonti di più efficienza, ma di nuove forme di burocratismo che trovano riscontro nelle lunghe code d’attesa ovunque. Dobbiamo assolutamente evitare di entrare in una logica di disuguaglianza sociale come si conosce negli Usa. Non è con la disuguaglianza sociale che si avrà più successo economico. I lati positivi degli americani sono lo spirito combattivo e positivo e il loro multiculturalismo. Questi possono essere gli aspetti da esportare non il neoliberismo.

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Venerdì 14 Dicembre 2001

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